canto d’amore notturno dell’allocco (2)

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(Schiele)

Dunque come potevo
Scriverti
Quando tutti i pensieri fanno festa
E naufragando osservano
L’ultimo temporale
L’acqua silente che non posso bere
E la città distante
Come un anno che passa.


Sguardo intorno

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(foto di luciana riommi)

Mentimi
Quando la notte si traveste in giorno
E il tempo sembra un luogo da scambiare
E tu indossi un vestito di una volta
Ed io un colore
Che mi ricorda un sorso di mattina
Ma i tetti viola sembrano una sera
E le strade se vieni dove i muri
Radicano sentieri nella terra
Portano dove tutto è già passato
E noi
Come fossimo veri
Siamo uno sguardo intorno
Mentre una sfumatura cambia il sole
L’alba
La notte
Il mio trasferimento
Ma domattina
Metti un vestito nuovo.


Dove le cose passano

 

Ma non sono sicuro,
certe volte non lo sono affatto
e per questo mi sembra di intuire
strane incertezze intorno alla mia vita
di cui mi parlo a volte
senza avere risposta.
Poi ci si siede intorno allo svanire
e nel guardarti intorno ti sorprendi
che resterà una sedia, un mazzo giallo
di fiori secchi che ho raccolto quando
non mi sembrava potessi fare altro
se non lasciare segni intorno al nulla
come un divano, un libro, una corteccia
trasportata dal mare su una riva
dove le cose passano e raccogli.

 

 


Notti difformi

 

Eppure qualcuno lo aveva detto (che non saremmo andati lontano). Non so perché me lo ripeto.
Lo aveva detto senz’altro (ma non ricordo chi): una voce.
Una di quelle che stanno dentro l’aria quando ritorna il vento dopo una notte d’apparente calma.
Lo aveva (lo avevano) detto? Non so se riuscirò a ascoltare Bach.
Questi passi camminano da soli, evitando la terra. E’ una cosa scoscesa (camminare) quando la musica ti divide il tempo in spazi che scompaiono a ogni nota. E’ una cosa distesa: scivolare.
La commedia non ha una sola fine; finale aperto (dicono). Il problema è indovinare quando inserirsi nell’atto. Non c’è suggeritore.
Dicono sia morto assai distante dal pianeta che definiamo Terra. Dicono, tuttavia, sia morto qui, come capita a tutti.
Venezia è una scintilla che si spegne. Certe volte nel mare. Se avessi sete.
Roma un dissenso aperto.
Si cammina in silenzio. Accanto la compagna. Sembra stanca.
Le nubi quando svoltano la strada hanno voce di vento. E vuoto.
E’ una questione di notti difformi. Se apri la finestra il vento entra. Se la chiudi scompare.

 


Lettera a una figura che scompare

E’ una notte perenne, Anima, e non riesco più a vederti il volto.
Un tempo immaginavo che la fine sarebbe stata un consegnarsi al nulla. Non è andata così.
L’ingordigia trasuda e non si aspetta altro che la sera per gettare nel nulla il turbamento che è attimo di vita. La negazione invade queste strade e tutto è come niente dentro il niente. Anche la morte, che è un niente di esistenza per lo meno l’istante in cui si muore.
Qui si tenta di farla ubriacare in un consumo che non basta mai – lei, che è un consumo ultimo.
Si pretende di avere la ragione di chi non ha più niente. Questo è purtroppo vero, ma è un niente che non sa di non sapere.
La mia vita traballa, anima intera come un vecchio scampo che mi tenevi nella tua figura, nel poco che sapevo, che sentivo. Ora è un sentire morto di parole: un silenzio che assorda.
Questo pianeta brucia, sfolla, sfugge e un giro intorno al sole è una paura. Virus nell’aria, virus nella bocca. E nella mente un virus più mortale che esclude la pietà. E nemmeno rammarico.
I folli un tempo amavano gli dei e ne erano amati. Essi vedevano quel che non si vede, parlavano quel che non si parla, immaginavo quello che l’immaginazione non è in grado di dare alle parole. Io ti sentivo ridere.
Siamo finiti dove il godimento rende il mondo un collasso e la mancanza si riempie di stati di non senso. Tu sei mancanza a essere e mi chiedi continuamente di darti una risposta. Io ti chiedo lo stesso: di rimanere insieme e sostenere il disagio: un confine d’esistere.
Lascia il pianeta, Anima: scompari. Lascia il mondo ai cani che rinserrano l’amore tra l’impulso e la morte. Io, senza te, rimango un corpo solo, come la massa che ti rende informe.
Scompariremo insieme alle parole, la musica, l’umanità. Scomparirà l’addio, ma nessuno lo sa.

(Degas – interior)

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J. S. Bach – toccate BWV 910 – 916


L’ultimo viaggio

 

Seconda stagione di stallo: Alicarnasso. Un dio mi ha confinato qui.
La X° ristagna. Lettere a casa; vino; donne, la sera.
L’Asia minore è un sogno involontario: questa città lo incarna. La torre: chissà chi si rifugia.
Da due anni: non arrivano ordini. Dunque dimenticati?
Credimi se ti scrivo di dormire.

Qualche notte di pesca.
Precarie le imbarcazioni, ma gli indigeni non ci fanno caso.
Se onde, alzano le spalle. Se stelle, costa sempre alla vista.

Se mi scordo di me: qualcuno mi risveglia con scossoni.
Devi tirare la rete! – dice.
Tiro.

Si consultano aruspici. Viscere, contraddizioni, streghe.
Qualcuno s’è giocato la memoria, la sera con i dadi.
Sono talmente ubriachi che non ritrovano la strada dell’accampamento.
Dormire lungo i vicoli, coi topi.

Questa mattina una certa animazione. Ordini. Dice: portarsi rapidamente dove
altri raggiungeranno: ordini.
Se divampa: spegnere. Se sguscia: svelare. Se resta: fuga dentro la notte.
Ancora un altro viaggio.

 

 


Aria d’estate

 

Ci siamo presentati senza voglia
Con una serie di banalità.
Questo ci ha reso complici.
C’era aria di sera non compiuta
Di fuga senza scampo (frustrazioni)
Vuoto mentale
Asimmetria
Sospetto.
Di calpestio indistinto
Che non capisci se qualcuno viene
Se ne va
Ritorna.
E neppure cadevano le foglie.

 

 


Il Doppio

 

 

Bevo spesso. Ultimamente il mio corpo ha bisogno di acqua. Credo sia indice di una qualche malattia, ma non è un problema: basta andare in cucina.
La cucina è una stanza. Una. Questo semplifica le cose. Non così per il resto. Il resto è diminuzione.
Difficile andare avanti. Una certa pigrizia mentale, sempre più frequente, mi assorbe e mi diventa difficile andare avanti. Tuttavia, non è ancora il momento. Anche questo è indice del problema generale: moto e stasi, inerzia e attività. Tutto procede doppio. Dove mi pongo io? O dove vengo posto? Anche questo è doppio.
C’è più di un doppio: i doppi sono molti, come se la duplicità si replicasse. All’infinito. In realtà esiste un limite, ma nessuno può dirlo.
Il tempo è un susseguirsi di attimi talmente ravvicinati da risultare vuoto. Il tempo è un vuoto pieno di passato. Anche il futuro. Scrivere ferma il tempo, ma il tempo riassorbirà la mia scrittura: quando scompare.
Scrivo, per sapere che passo.
Spesso mi sento osservato. Quando mi guardo allo specchio non sono sicuro. Chi, dunque, osserva?
L’osservazione è un fatto di riflesso. Tale riflesso ha duplice natura. Ed effetto. All’esterno, esso distorce e ignora. Dentro, è l’unica possibilità di percepire tutto quello che viene percepito. Tuttavia, questa percezione conoscitiva viene rivestita da effetti: tutti gli effetti indotti da miriadi di percezioni precedenti. Quale allora la risposta esatta al percepito?
Inoltre, essa cambia nel tempo: difficile resti uguale nel susseguirsi dei giorni e delle sere. Di notte è ancora più diverso. Da ciò deriva l’influenza del tempo: al suo passaggio, non conosco mai nello stesso modo. Ma se il tempo è un passaggio che risulta vuoto, anche la conoscenza. Dunque, non saprò mai chi sono. E il mondo. A meno di rinunciare a un’illusione estrema di certezza.
Inserisco dei liquidi. Come dicevo, ultimamente sto bevendo molto. Si tratta, credo, di un estremo tentativo di rinnovarsi, dato che il mio corpo è in massima parte fatto d’acqua. Ma quale acqua? L’acqua è un elemento fluido: scorre. Tuttavia, essa risulta eterna. Sembra che, nelle profondità del pianeta, risieda acqua risalente a milioni di anni fa. E negli iceberg. Il ghiaccio, infatti, è una raccolta di informazioni. Da esso si possono ricostruire mondi scomparsi: le piante, i semi la composizione dell’atmosfera, interi ambienti. Anche l’acqua, tuttavia, si scioglie e il ghiaccio sta evaporando: la nostra storia.
L’acqua ritorna al mare e, coi cicli del calore, evaporando, al cielo. Quindi di nuovo qui, sotto forma di pioggia. E fiumi, laghi, mari, rubinetti. Tutto svapora e torna. Io sono un breve eterno svaporare.
A volte il tempo rimane imprigionato. Vestigia, intendo. Non tutto evapora e scompare. Esistono rocce risalenti alla formazione del pianeta. E i vulcani. Su scala più ridotta, templi, città, ricordi.
Io sono indiscutibilmente una vestigia, una di quelle pievi-costruzioni-romaniche-assemblate dalla scomparsa di tutto ciò che è andato.
Io sono un tempo: questa immensa impalcatura sulle spalle. Chi, però, mi ricorda?
Guarda la musica. Essa è un susseguirsi d’attimi, presenti e lontani nel tempo. E non la puoi vedere, toccare, annusare. La puoi soltanto amare. Chi mi ama?
Per ora permango, acqua o non acqua, tempo o non tempo e nella fallibilità contraddittoria della contraddizione in cui mi percepisco. Per ora. (Difficile stabilire cos’è un’ora).

 

 


Per giorni eventuali

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(immagine di luciana riommi)

Non posso chiederti di venirmi a trovare
Non avendo ancora un indirizzo
O un discorso compiuto
Dove poter rispondere
A eventuali appunti.
Ne parlavamo questa notte – credo –
Quando dicevi che me n’ero andato
Ed io che non sapevo dirti dove
Ricercavo l’assente
O per lo meno una precisazione
Da inviare all’anagrafe
Per giorni eventuali.
Non avevo neppure spedito
Qualche comunicazione alternativa
E mi muovevo in una stanza grande
Se ci fosse un telefono
O per lo meno un senso da inviare
A chi ne fa raccolta
Ma mi dicevano che non è di moda
E che i fili tra i campi, un palo e l’altro,
servono solo a uccelli
Quelli vecchi, smarriti, senza casa
O forse gli sperduti
Che i campi sono gialli come il sole
L’estate
Ed è difficile il riconoscimento
Quando viene la notte.
Pertanto potrei dirti di aspettare
Circostanze migliori
Ma non mi sento in grado – capirai –
Di assumere altri impegni.


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