Due poesie di Giovanni Baldaccini

Ringrazio gli amici di Neobar

Neobar

Edward Hopper

L’uomo di sabbia

Forse era solo un attimo sospeso
di quelli che non entrano nel giorno
ma si ostina a seguirmi da vicino
come un viso di folla
di quelli che non hanno lineamenti
altro che molti
fino a quando ti siedi al primo bar.
Quello si siede accanto e ti rovina
l’aperitivo, il cocktail, la minestra
a seconda dello stato in cui ti trovi
mentre lassù passavano le rondini
a ricordare un’altra primavera
ed all’opposto è notte.
Chiederci dove siamo fa sconcerto
ma il giornale riporta data e luogo;
scuotersi brevemente, adesso è chiaro
e quando è chiaro adesso nell’opposto
resta sempre la notte.
Questa carta mi sporca, questo inchiostro
si appiccica alle dita ed i capelli
cercano scampo sotto il mio cappello
se ne avessi la forma, il portamento
l’albero di natale, la bisaccia
il mare il treno il sonno la parola
che non serva che…

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un ritorno

Quasi un Monet!

lallaerre

18 giugno 2014 fiori per celebrare un ritorno – 18 giugno 2014

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Albori semeiotici (in connessioni inspiegabili)

cristina bove

venature - by criBo

Un tuffo tra gli effetti secondari
la febbre da poeti fa il suo corso:
riporta in superficie
quel pensare indiretto
“Boule de suif”
stupore
quindici anni erano pochi
per lèggere di neve e di puttane
e ricordarlo adesso
è strano assai.

Come di molti segni
tracciati dentro camere di stucco
reminiscenze fossili
era un glifo la vita
precambiana
un nome vivo dentro il carbonato.

Eravamo già lì
miliardi di universi partoriti

e siamo di un eterno irreversibile
in grembo all’Assoluto.

Scritta nel marzo 2010 e pubblicata su Splinder


Fui molto in forse sulla scelta tra “semeiotici” e “semiotici” essendo il significato identico, anche se nella prima accezione il termine è usato quasi esclusivamente in diagnostica medica (parlo di febbre del poeta), mentre nella seconda ci si riferisce allo studio dei segni (glifi e calchi ecc.).
Nei commenti ci si riferì ad “Attraversamenti verticali” e a reminiscenze kafkiane.
La novella di…

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Cose di una mattina

Eppure faceva fresco.
Sulla panchina accanto mi sembrava almeno interessante.
Slanciata, si intuiva l’altezza
ma i pollici sui tasti del telefono
la rendevano comune, come le altre cose.
Tra queste ne volava una d’argento
poco riconoscibile
priva, per lo meno alla vista, di qualcosa riconducibile alle ali.
Io ti passavo la bottiglietta d’acqua
richiudevo la lampo della borsa:
richiudevo.
Sarebbe tempo se ci fosse un tempo adatto per le cose della cura
ma se ti dicono sarà una cosa lunga
quel tempo se ne va verso lontano
che non capisci dove
un indistinto diverso dalla voglia
di afferrare, a volte sovrastare. Spesso lasciare andare..
Comunque ce ne vuole (aspetto ancora)
che qualcuno ci chiami (devo ricordarmi il numero)
che senza occhiali non leggo il bigliettino
e non mi va di leggermi.
Senza occhiaie sarebbe diverso?
Questa notte non abbiamo dormito.


Terra di Pofi

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Ci passavo parte dell’estate, quando i miei genitori volevano liberarsi di me. Amavano la vita brillante, i miei genitori e, si sa, un bambino poteva essere d’impaccio. Allora mi spedivano dai miei nonni e, con loro, salivamo su una corriera delle linee Zeppieri, a Castro Pretorio, un viaggio lungo la vecchia Casilina, fino a Pofi.
Si scendeva nella piazza del paese basso e poi a piedi fino al centro storico dove stavamo noi.
Era una casa grande, con una terrazza bellissima, dalla quale si vedeva la campagna e i monti circostanti a perdita d’occhio. Mi piaceva particolarmente quando, la sera, si accendevano le luci dei paesi vicini: erano tantissimi e si vedevano tutti.
Come ho detto, la casa era grande. Mi piaceva percorrere tutte le sue stanze: erano piene di sorprese. Ci si trovava un’infinità di cose affascinanti, cose di vite d’altri e d’altre vite: toccandole tornavano vive.
Trascorrevo molti giorni da solo, io e la casa. C’era Maria, la governante di mia nonna; mi voleva bene. Ovviamente c’era anche mia nonna. Era sempre indaffarata a mandare avanti la casa. Cosa avesse da fare era faccenda misteriosissima, ma aveva sempre da fare. Tranne al vespro. Allora lei e Maria recitavano il rosario, sedute in un angolo della stanza grande. Lo recitavano mormorando appena, in un silenzio altrimenti assoluto: in quei momenti la casa non parlava.
Poi, verso l’ora di cena, si usciva a recuperare mio nonno (sì, c’era ance lui, almeno dicono). Lo recuperavamo all’osteria, mentre era intento in qualche accanitissima partita a carte. Si alzava e ci seguiva docilmente. Poi, a casa, mangiava e andava a dormire. Il giorno dopo si alzava dal letto per mangiare e tornare a dormire, e così tutti gli altri giorni, tranne, ovviamente le partire di carte all’osteria, verso le sette, la sera, ogni sera.
Di mia nonna ti accorgevi per il tintinnare delle chiavi. Ne portava una quantità sterminata appese alla cintura. Senza di lei, nella casa non era possibile aprire nulla. Che so, un armadio, un cassetto, una credenza. Niente, ci volevano le chiavi: ci voleva mia nonna. Era padrona e si vedeva. Tuttavia mi faceva un’estrema impressione vedere quella padrona, la domenica, lungo il vicolo verso la chiesa, toccare terra col ginocchio di fronte al prete. Era così; allora era così.
Era così che qualche volta si affacciava mio padre, qualche volta mio zio,e allora nonna era tutta felice. Ero felice io quando, per qualche giorno, venivano i cugini. Si poteva andare allo stagno a caccia di rane, rane che poi portavamo a casa dove si organizzavano estenuanti gare di salto in lungo in terrazza. Sì, era proprio così.
Era anche così, prima della mia nascita.
La casa era stata occupata dai tedeschi che ci avevano insediato il loro comando generale. La casa era grande e, dunque, adatta. Era adatta anche ad ospitare un nugolo di sfollati cui erano state bombardate le case. I tedeschi lasciavano fare; evidentemente, non avevano interesse ad acuire condizioni di conflitto in vista della ritirata. Quando se ne andarono, si portarono via tutto, anche dalla cappella di famiglia nella chiesa di S. Antonio. Qualcosa, però, ci lasciarono: un bombardamento degli alleati che tirò giù mezza casa. Mio nonno la ricostruì. Ultimamente è venuta giù parte della tomba di famiglia. Ho aiutato a ricostruirla.
A proposito: c’erano gli asini. Giravano per il paese carichi di cose che venivano loro caricate: erano carichi di cose. Dormivano in casa con i padroni, legati ad anelli nel muro, con la paglia a terra e il tavolo e le sedie e un letto. SI viveva così.
C’erano anche le galline (nelle case). Quando c’era mercato, c’erano i maiali. Li scannavano in strada dopo lunghi inseguimenti. Finiva sempre nello stesso modo. Anche per i polli. Maria tagliava loro la testa nella cucina vecchia e lasciava sgocciolare il sangue in una ciotola posta a terra. Poi li apriva, prendeva gli organi interni e, insomma, faceva il sanguinaccio. Impressionante ma ottimo. Come erano ottime le tagliatelle fatta in casa, con il peperoncino. Mia nonna ne mangiava a chili. Anche Maria. Mio nonno non so: lui mangiava tutto.
Era un posto primitivo, Pofi, anche selvaggio. Però c’era un museo che ospitava reperti paleostorici, tra cui il cranio del famoso uomo di Pofi (o di Ceccano, a seconda delle dizioni) un tizio che si aggirava da quelle parti sembra 80.000 anni fa. Accanto a lui, una zanna di mammut.
Dunque, c’era anche cultura. C’erano poeti dialettali, insegnanti, professori. C’era il fratello della mia bisnonna, Vincenzo Celletti, autore di molti saggi e libri di storia sulle terre della Ciociaria e monografie sulla famiglia Colonna. Ricordola mia bisnonna, una signora esile e bianchissima, seduta in un angolo in compagnia delle voci che sentiva. Lei adorava mio padre; mio padre era il ritratto parlante del marito morto.
Il palazzo Colonna era stato venduto. Ci stava, tra gli altri, mia zia Livia dalle cui finestre assistetti alla mia prima “caccia alla bufala”, una festa rituale estiva, una specie di rito pagano simile – in piccolo – a qualcosa che si fa in Spagna con i tori. Nessuno ne conosce le origini. Mio padre ne fece alcune riprese per la settimana Incom. Insisteva che io stessi lì con lui, in piazza, ma avevo paura: meglio le finestre di zia Livia.
A volte si andava in campagna. Ci si andava su un carro trainato da buoi. Altre volte ci andavo con la bicicletta di Nazareno, io in canna e lui che pedalava. Ricordo ancora gli schizzi di fango che dagli zoccoli dei buoi mi raggiungevano sul carro; ricordo la sera che calava, il passo lento, l’ansimare degli animali, la mia voglia di casa, il sonno.
A Roma andavo in carrozzella, spesso seduto a cassetta col cocchiere, su per la salita del Gianicolo. Ci andavo con zia Dina, ma questa è un’altra storia.
Oggi non vado da nessuna parte, tranne che nei ricordi. Ricordo per necessità: se non lo facessi, di tutto questo non esisterebbe più nulla.

 

 


Maria Rosaria Deniso, Orizzontale

Poesia Ultracontemporanea

Orizzontale mi sento quando non penso
al contingente millimetrico
che nella mia testa si fa universale,
né alle formiche che mi portano ancora
briciole granitiche del tuo odore.
Ne avevi uno preciso solo nelle grandi
occasioni, sapevi di pelle altrimenti
e di casa, non sempre. Orizzontale
è il mio stomaco, il mio respiro esatto
che conta fino a sei, la mia adesività
al tuo lido asciutto, il fondale su cui
mi stendo per allungare la schiena.
La mia verticalità non è di questo
mondo, né tanto meno lo è la mia
ampolla coi pesci rossi

per una che non sa nuotare
anche l’acqua supina è verticale.

(Inedito)

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mi fermo qui

leggere riflettere scrivere

 

 

ne ho già visti troppi, danni,
è colma la misura.
tutta questa poesia – per me come la chemio –
a volte ti uccide l’anima, la cura.
 

 

 

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