il rifugio

 

 

Mi costa un poco scriverti stasera
dopo un viaggio estenuante
e un pomeriggio passato ad ascoltare
le discussioni della porta accanto.
Ho cercato rifugio, non lo nego
in vecchie situazioni
poco adeguate a quest’età che sono
che conducono dove
probabilmente non c’è più nessuno
ma talvolta mi affaccio per necessità.
E tuttavia ti scrivo con piacere
per aiutarmi a vivere la sera
dopo il supermercato e la cucina
la folla la stanchezza il sovrappeso
di una casa bagnata di paura
che non sai cosa esca dai quei muri
dal soffitto dalle pareti dalle scale
che a volte si trasformano in sofà
per incontri stagnanti
la paura – ti scrivo – ti dicevo
vagamente di un rifugio inesistente
e una specie di vuota nostalgia
priva di volto, priva di un’età
che non rimpiango nulla
è il presente che mi deforma il tempo
e quello che nascondo
ma so che certamente lo sai già.

 

 


polvere

 

 

E’ stato facile liberarti dai pensieri
quando cadevano improvvisamente.
Meno con gli altri
quelli che stanno dove non lo sai
e vanno dove ignori
tra la luce e le mani
prima che passi anche questa sera.

 

 


Annotazione di una felce

 

 

Sugli oggetti si posa la polvere d’estate e la neve d’inverno.
Merito della superficie liscia e piana che è attratta
verso l’alto: verso la polvere e la neve. Oppure
solamente verso l’inesistenza. E, come dice il verso,
“Ricordati di me” sussurra la polvere alla mano
che con lo strofinaccio inumidito assorbe quel bisbiglio.

La forza del disprezzo a te fa presagire tempi nuovi.
Il brillio di una stella che la pietà è vana,
così come cedere energia a una temperatura insufficiente.
Oppure come segno che ormai dovresti spegnere la luce;
che il crepitio della penna sul foglio
è, nel silenzio, coraggio in miniatura.

(Tratto da I. Brodskij, “E così via”, Adelphi, Milano, 2017)

 

 


quadri da una distruzione

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(Ettore Roesler Franz – Roma sparita)

L’anno scorso a Marienbad io non ci sono stato
e non ho nemmeno fatto colazione da Tiffany
ma ogni anno mi tocca attraversare
una lunga estate calda
e ogni inverno un grande freddo
però non faccio mai vacanze romane dato che ci vivo
ma non ho ancora capito quando
dato che la sera mi sbalza
da un’epoca ad un’altra
(mi sbalza la sera)
e se non sto attento mi succede anche di giorno
di trovarmi ad allagare Piazza Navona
sperando che ci arrivi qualche nave
o con Menenio Agrippa alle sue terme (si sta mica male – dico – si sta)
o col Bernini a disegnare notti
per carpire espressioni alle sue amanti
e trasferirle sopra un marmo morto
e allora mi viene in mente che forse sono morto
nella testa, nel cuore, nel macello
di un medioevo che amavo come l’ombra
quando tutto ritorna e non esiste
e me l’hanno sfasciato (sfasciato me l’hanno!)
come si sfascia l’anima di un sogno
e hai voglia a dipingere
Roma ormai sparita
ed il mio unguento.


dialoghi dall’ambulatorio

 

E alla fine arriva la fatidica
frase di convenienza (dopo che ho dichiarato la mia età)
auguri, complimenti! (esattamente come mi aspettavo)
e forse è per questo che l’ho detta
per sentirmelo dire (e così la pantomima è completa)
mentre continua il solito brusio
di inganno dell’attesa
e gli occhi intanto vanno a quella porta
(ostinatamente chiusa) in attesa del prossimo.
Nel frattempo la malattia si disfaceva
di sé
passando da un utente all’altro
e sono molte dentro quella stanza (malattie)
ed ognuno si lagna della sua
cercando compiacenza e comprensione
da un altro che non ti ascolta
essendo intento alle lagnanze proprie
mente finge un’assidua inconsistenza (comprensione)
ed aspetta (qui aspettiamo tutti)
che qualcuno si sporga ad ascoltare
e capisca, compatisca, per essere capito e compatito
insomma una compassione tremenda!
Ma stanno tutti male, santo dio! Anzi, stiamo…
ma perché l’ho detta (ottantanove anni)
cazzo mica si dice ottantanove
se poi ci aggiungi anni
che viene spontaneo domandarsi
ma cosa aspetti ancora per morire
e ti curi, ti fai analisi…
santo dio la paura! (ma l’ho detta)
e quella: auguri, complimenti! (ma di che…)
e passi indietro quello che è passato
le primavere, gli angeli di mare (la porta non si apre)
la beata inconsistenza del tuo io
chiuso nell’egoismo (chiuso, chiuso… e che altro poteva fare…)
alla faccia degli anni, dei malesseri, delle pazzie dei pazzi
e della tua (non si apre…)
quando non stavi male e non avevi
quello che adesso hai…
ma chi lo dice…? il medico! lo dice lui!
(si sentirà mica male…?)
E se non fossi io a dirlo (anche)
le cose sarebbero diverse?
Meglio andarsene e fingere di stare bene
(tanto l’ho sempre fatto…)
e buongiorno, buongiorno… (mi alzo, mi infilo il cappotto)
che fa… va via…? si sente meglio? come no!
(decisamente sollevato, che almeno quando muoio stavo bene).


Per la difesa della città di Roma

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Ettore Roesler Franz: Via della Fiumara (allagata)

Per la difesa della città di Roma, offro l’anima al soldo ed una terra allagata dal mio vino al solo scopo di dimenticare il firmamento quando si volta contro e arrugginisce.
Offro un bastardo che ancora non è nato e due cavalli morti, una forma di pane sconsacrato e le mie prossime duecento confessioni, sperando che la Chiesa mi rinchiuda nelle porte di Dio quando mi soffia il vento.
Offro tre suole (la quarta l’ho perduta) e i passi di una vita ancora in corso ed offro la mia storia nella storia, quando mi chiudo in casa e leggo il mondo nelle pagine di chi l’ha traversato, mentre mi chiedo a cosa serva dire le stelle, la campagna ed i rintocchi di questo tempo che mi passa intorno quando la notte chiude i preferiti attimi di sconcerto e vesto: il turbamento che ancora mi rimane.
So che la luna sfuma con la sera quando ritorna il giorno; so di me stesso e le mie poche cose. Che offro: la nudità del vespro quando scrivo.
Offro il sonoro delle mie visioni quando ascolto le voci di ritorno ed i custodi di luoghi non vissuti. Offro gli attimi persi e il trasandato, sperando che si fondi nel presente e sposti il tempo verso ciò che non sa e non ha pensato.
Offro una casa morta e un luogo andato, il cimitero lungo dei miei anni, i volti che ho incarnato.
Offro un vangelo apocrifo, una stella, una moneta da vendite del mio: il tempo che hai buttato.

Ora rimproveriamo i padri, gli storpi ed i presunti
in un posto distratto
dove il tempo non passa e la decenza
cessa d’essere tale _ la mia assenza _
che non dovrò pagare che a me stesso
quando salgono i morti
e la dimenticanza unica forma
di un passato presente
non si ricorderà di questo mondo
e i vuoti che ho contato
mi torneranno in mente
quando la notte immagino le stelle.


e-book – Euridice non abita più qui (la scomparsa dell’arte)

alla fine ce ne siamo andati tutti
e abbiamo lasciato che cadesse
quello che doveva cadere (nessuna mano si è sporta).
I cappotti sapevano di caldo (come era necessario)
ma le mani erano fredde (intendo dire che intorno si gelava)
e forse è per questo che non ci siamo salutati abbastanza.
Tuttavia era previsto
che le luci si spegnessero all’improvviso
come se non ci fosse nulla alle spalle
e che si scivolasse
e dunque non capisco quegli sguardi di scomposizione
che ci raggiungevano a tratti
(la mia faccia e la tua, bellissima)
ma una sera di vento scompiglia i capelli
e le idee si ficcano nelle tasche, misteriosamente.

(continua…)

 

copertina euridice

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