altre strade

 

 

Suoni
verso la notte.
Mi fermavo.


prolegomeni ad una metafisica che non voglia presentarsi come tale

 

 

Non stasera
quando il picchio non batte la corteccia e le foglie
passeggiano la strada dove un viale
o l’idea di un viale
sembravano recarsi dove stanno
probabilmente idee – cioè lontano –
se la campana è un soffio che ricade
nel rintocco di notte
e il mio io si accavalla
non l’infinito
nebbia in basso.


Rimandi

 

 

Ora,per  gli alberi non era un problema essere neri
come gli uccelli che si alzavano in volo in un unico frastuono
bastava illuminarli con un raggio di luce
ma dove trovarlo?
O battere le mani
ma perché farlo?
Forse per riscaldarsi?
E allora le tue cosce?
Ma pioveva.
Più adatta un’automobile improvvisa
non reclamata, recitata, richiamata:
improvvisa, appunto.
O se
ci fosse stata
(la luna, ovviamente).


Del (non) futuro prossimo venturo

Pubblico qui un’appendice appena scritta per il mio articolo “Il potere dell’irrealtà” in uscita sul numero di dicembre della Rivista Fermenti.

Del (non) futuro prossimo venturo

Quello che sta accadendo è allucinante, ma continuare a parlarne è inutile. Ormai l’immagine del paese assume contorni sempre più chiari e, per quanto qualcuno possa provarne indignazione, dirlo lo abbiamo detto, bocche ne abbiamo storte, rabbia ne abbiamo accumulata e tutto questo semplicemente per nulla.
Parlano solo gli ultimi fatti e la risposta ad essi da parte della maggioranza della popolazione. Denunciarli non serve. Di Maio salverà quel poco di faccia che gli resta con l’attuazione di un pasticcio aberrante definito “reddito di cittadinanza” che non è, non potrà essere e non sarà altro che un aggravio di debito per il paese senza accontentare praticamente nessuno.
Quel che resta del PD continuerà a decomporsi più o meno in silenzio fino al punto in cui sentiremo il tanfo di cadavere spargersi per tutto il paese fino all’evaporazione totale nella nostra povera atmosfera già sufficientemente inquinata. Altrettanto farà il resto della così detta “sinistra”.
Forza Italia è già defunta e sepolta in una tomba con colorazioni patetico/grottesche e Fratelli d’Italia continuerà a sbavare più o meno velatamente intorno alla Lega senza esserne minimamente calcolata. E’ del tutto chiaro che Salvini punta a governare da solo e non ammette intralci di alcun genere (per intralci, leggi posizioni anche minimamente diverse dalla sua). Ci porterà fuori dall’Europa, ci relegherà a margine di un’Unione che sarà sempre più ristretta, ma si accorgerà che neppure i fascisti emergenti dall’Austria all’est vorranno avere a che fare con lui. Questo gli permetterà di indicare “nemici” e gli sarà utile per rafforzare il proprio potere. Saremo soli ed emarginati e, forse, persino divisi in un nord benestante e un sud zavorra indesiderata da eliminare in qualche modo. Ci chiameremo Padania?
Nel tempo, tutto cade e decade, ma il passaggio da culla della civiltà a fogna è duro da mandar giù. Per questo paese non vedo alcun futuro.

 


di una solitudine che dorme

lalla e

(immagine di luciana riommi)

 

Sembra difficile da capire ma è semplicissimo:
non hai coscienza della mia assenza.
E come potrebbe essere diverso, oramai, alla mia età
dilavato come sono dalla pioggia ininterrotta delle stelle
che mi frugano tutte le notti
e mi assottigliano
rendendomi inumano.
E non potrebbe essere altrimenti, per essere diverso dal mio umano,
altro che essere
disumano
nella misura in cui io sono anche
pioggia discorso dolore annegamento sera
e parte di quello sproposito che è il vasto
che non esiste se non divento almeno
disumano
simile ad un invaso
quando penso la storia
per farlo essere nella disumanità del mio restare
aggrappato alla soglia.
Lasciami pertanto disumanizzare
l’estremo idiota dell’umano solo
e ridurre l’assurdo al mio torpore
quando sogno la notte.


e poi, soltanto

 

 

Ti ho tenuta alle volte
e poi
soltanto.
Sostieni la visione.


La forma dell’informe

rothko

(Mark Rothko)

Se preferisci, leggi qui o scarica
la forma dell’informe

In un’epoca come la nostra dove tutto è merce e il discorso del capitalista (J. Lacan) domina le nostre vite senza che ce ne rendiamo conto; in un’epoca come la nostra dove la tecnologia non è più servizio ma padrone e investe la nostra inconsapevolezza assimilandoci allo strumento di turno, l’arte – che dovrebbe costituire baluardo certo (d’incertezza) – è asservita a sua volta alla logica spersonalizzata e spersonalizzante della merce e si trasforma in oggetto di esibizione, di potere, di violenza contro il senso nascosto all’interno di uno stupore che non suscita più. Dove, all’interno dell’arte, un segnale di resistenza, un rimando a un altrove scomparso, a un senso sommerso che ci protegga dalla banalità del letterale; dove la meraviglia e il vuoto, da riempire di vissuto straordinario (al di là dell’ordinario)? Dovremo forse comportarci come quel personaggio di Bernhard che ogni mattina si recava al museo, sedendosi sempre di fronte allo stesso quadro (T. Bernhard, Antichi Maestri)? Sarebbe inutile: quel personaggio non ne traeva altro che l’inutile di se stesso e la ripetizione vuota della vita. Dove, allora, un moto di resistenza, se l’arte stessa si trasforma in espressione del banale, ripetitività e apologia della catena di montaggio (Warhol) in cui noi stessi siamo inseriti?
Eppure l’arte non è quello che la abbiamo fatta diventare; siamo noi che, con la nostra visione asservita, la riduciamo a quei termini minimi. L’arte allora reagisce. Come? Se osserviamo la sua espressione, ci accorgeremo che è vuota.
Si guardi, ad esempio, Hopper che, nelle sue tele, riproduce la paralisi del tempo e il nostro esservi invischiati senza averne coscienza. L’arte reagisce allora con la violenza di un’espressione diventata muta che comunque parla per chi la sa ascoltare. Il suo “altrove” si impone, proprio di fronte a noi che siamo “qui”, in un luogo strettissimo, del tutto insufficiente. Tuttavia, per rintracciare un “altrove” che rimandi a un senso occorre interrogare. Dove l’assente? Forse in una presenza che è soltanto apparente mentre, in realtà, restituisce altro. Si prenda Van Gogh, “fino al terribile quadro finale, l’autoritratto, l’ultimo, quello in cui Van Gogh è assente, ma in cui parlano in modo terribile le sue tracce che si scavano in esso” (F. Rella, Forme del sapere). La sua è una presenza “assente”, rivolta altrove, ma non verso l’infinito: ci ricorda la morte.
O si consideri l’opera di Kafka. Come scrive Adorno “Da nessuna parte in Kafka traluce l’aura dell’infinito, da nessuna parte si dischiude l’orizzonte. Ogni proposizione è letterale, ogni proposizione è significante. Le due cose non sono fuse, come vorrebbe il simbolo bensì separate da un abisso. E da questo abisso barbaglia il crudo raggio della fascinazione” (Adorno, Appunti su Kafka).
Dunque, arte rimanda a abisso. L’abisso non è riducibile a concetto; occorre una visione diversa. “Si considera un oggetto da molti lati diversi senza comprenderlo tutto – perché un oggetto preso in tutto il suo insieme perde di colpo il suo volume e si riduce a concetto” (Musil L’uomo senza qualità). Sembra allora che anche la presa di coscienza di un oggetto (artistico) sia insufficiente e ne stravolga il messaggio riducendolo ad un unico aspetto. Come procedere?
“… il saggio procede in questa resistenza al concetto frantumando l’oggetto stesso, frantumando ogni pretesa di totalità e compiutezza… L’oggetto verso cui il saggio si china viene scheggiato. La sua superficie è incrinata. Di lì esso si sporge verso chi lo interroga e di lì entrano in lui le domande che di fronte ad esso si sono generate. Le domande si incorporano così all’oggetto, ed è questo che ora ci interroga: interroga noi che lo interroghiamo” (F. Rella, op, cit.) Facile portare ad esempio Picasso e il movimento cubista, ma non escluderei neppure il trattamento della luce da parte degli Impressionisti.
Cosa ci chiede l’oggetto (dell’arte)? Di non ridurlo a cosa, a oggetto di mercato. Di ascoltarlo e, facendolo, ascoltare noi stessi, lasciandoci penetrare dalla sua incompiutezza per compierlo, generando in noi un vissuto significante che la coscienza tradurrà in significato. Da informale a forma e da immagine a parola.
Il potere costituito, oggi la finanza e il denaro, ha sempre tentato di assimilare l’arte ai propri canoni. I potenti della terra si sono sempre circondati di artisti da ridurre al proprio capriccio. Spesso ci sono riusciti, spesso no. Caravaggio ha dipinto il “sacro”, ma rivestendolo di un umano dissacrante che non si lascia ridurre a semplice contemplazione metafisica. Michelangelo è stato costretto a piegarsi al potere del papato, ma ha dimostrato, in un contatto ineludibile, che Dio ha bisogno dell’uomo per esistere.
Il potere, il Leviatano, pretende che l’arte vesta i suoi stessi panni e si lasci comprare. Spesso ci riesce . “Eppure, anche appese alle pareti di un museo, le opere di Francis Bacon o di Mark Rothko continuano a proporre un’altra storia rispetto alle narrazioni omologanti. La scarnificazione di Alberto Giacometti ci riporta comunque a un livello dell’umano abissale” (F. Rella, op. cit.) e dall’abisso, come abbiamo visto, sale una domanda che chiede di essere interrogata. Non ci si siede a contemplare un’opera o a leggere un libro; si lascia che essi ci contemplino e ci leggano, per quanto quell’operazione possa risultare “perturbante” (S. Freud), come sempre dovrebbe essere un dialogo.
In questa nostra modernità senza senso, che uomo siamo diventati? Deleuze risponde che siamo “macchine anonime, macchine desideranti, macchine molecolari e macchine del potere (F. Rella, op. cit.). Macchina allora l’arte, ripetuta meccanicamente, metodicamente, messianicamente sul dio senza nome della rete, in attesa di un consenso che non si rifiuta mai.
“E alla fine”, scrive ancora Rella citando Deleuze, “un processo di disumanizzazione: il gioioso divenire altro, il divenire inumano dell’uomo”.
Il moderno, con tutta la sua sterilità, non nasce oggi; si tratta di un processo lungo che viene da lontano e che qui non posso riassumere. Basti dire che “Benjamin, attraverso Baudelaire e la Parigi del XIX secolo è penetrato nella cultura e nei linguaggi del secolo XX, è ha proposto una visione della storia e del tempo e della redenzione di ciò che ci è stato sottratto, che ci si propone ancora oggi, nella nostra modernità estrema, come un compito” (F. Rella, op. cit.).
“L’arte chiude in sé, come un tempo anche il mito, mostri. Sono i mostri che comunque possiamo agire contro l’immane mostro del potere, contro il Leviatano, il quale sembra non poter mai essere sconfitto. Eppure è attraverso le parole che le arti e le filosofie ci hanno insegnato che possiamo parlarne, metterlo in questione. Sono queste parole che ci hanno convinto a non esserne complici” (F. Rella, op. cit.)


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