Ottava dimenticanza

cristina bove

oltre la tenda - by criBo

l’anta d’una porta girevole
e sull’attaccapanni il suo cappotto
_non lo vidi arrivare_       strati d’aria
si mossero quel tanto ad avvisare
         non diedi loro retta
         preferivo un ritorno di memoria
         a una scontata frase fatta
nei vuoti galleggiavo in sospensione
strigide senza orientamento
nel rasentare armadi e suppellettili
non era il caso d’afferrarmi ai suoni
alla normalità di tutti i giorni
         e riapparivo a stralci             _lui sostava
         distratto dalle giravolte_    e non potevo
         non potevo lasciargli la mia ombra.
In quei momenti acuminati
guglie su cui s’inerpicava il grido
sfuggendo alle pareti di contatto
il nome        _come un respiro prigioniero_
si dibatteva in petto
         Sparivo per non farmene ammalare
         _e per non darmi arresa
         mi costringevo ad apparire      intatta_

                   

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Jan Vermeer: La pesatrice di perle


Lettere da gennaio

Ho preparato un salto di giornata, ma non mi arrivano lettere dal tempo, e dunque non mi posso abbandonare prima di un chiarimento.

Ho preparato un salice, un sasso, un vento alto per non scuotere troppo.

Un recapito a Berlino, sperando di riuscire a agevolare la mia posta smarrita, dove la sera scrive le sue ore senza avere una busta. Ed il cancello è chiuso. E la cassetta è vuota. E mi chiedo di noi, vecchi scrittori, inserendomi in un elenco ingiusto per non perdere il passo.

Questa stupidità senza parole mi impedisce di ricevere notizie, ma so che in Grecia si prepara un atto di una nuova tragedia. Tuttavia mi dicono che Euripide sia morto ed il teatro è vuoto. Non è tragico questo?

L’ho saputo da un monaco che non sa finire. L’ho saputo da un buco aperto in un pensiero. Parlano di un ritorno. Per questo non mi scrivi: non c’è tempo nel tempo.

Tu visualizzi gli angeli all’entrata del mio ultimo bosco. Sorge sul limitare di campagna. Ha querce, lecci, olivi trascurati. Salendo, un castagneto.

Scendendo si trasforma in una macchia. Bassa, per il vento dal mare. D’estate è gialla; in primavera azzurra. Giugno semina cisti e il sole scende in un bianco che acceca. Il mirto ha il suo sapore ed il mio odore: si percepisce appena. Mi spedirò un suo petalo a gennaio, per avere un ricordo.


Sfioritura

(Monet)

Stavo pensando ai fiori nel giardino e agli anni per curarli.

Pensavo al blu accennato verso il viola e il verde quando nasce. Poi scurisce e assume un fondo come di corteccia, sotto l’ombra degli alberi.

Ho messo anni a spandere ninfee tra richiami di vento e indistinguibili riflessi delle acque. A volte i tuoi capelli, mentre formi scintille che sembra che possiedano pensieri e rincorse per coglierli. Di sera, quando la luna cresce e le chimere si levano da gusci di conchiglie dove allevano sogni ed i miei passi ripensano un sorriso di cinabro. E la casa che chiude.

Infinite le rose alle pareti, tanto che le persiane: non ce n’è più bisogno. E il glicine al cancello, una tintura lieve pochi giorni.

Poi magari ti viene un’alluvione e ti copre le viole. Capita per incuria; un lieve stato di disperazione che fai finta di niente. Sale dal fondo blu colmo d’azzurro e ripetuti rossi come allarme. Giallo il sole, con toni grigio a strascico di nubi. Fino alla sera grande dove stelle si formano per vaghe nostalgie che tu guardavi dalla tua finestra. Io rastrellavo con i miei pennelli oltre l’ultima luce. Poi pensavo i silenzi rinchiusi di domani.

Occorreranno anni per ritrarre tutto quello che è stato. Sarà il ritratto di una sfioritura, come una cosa piccola che cade nel tuo colore terra dove l’acqua scompare.

(Tratto da “Oltre il varco di notte”, La Recherche, 2016)


Da latitudini non più riconosciute

Mia cara, non credo sia possibile rientrare in terra di Provenza, dove l’azzurro di lavanda indugia sui miei tratti assonnati; né in Luberòn, dove la terra sale ed i paesi sono monti di pietra. O la Camargue, dove abita il vento dal mare che mi sparge dove soffia.  Né penso torneremo in Normandia, dove i gabbiani aspettano le anime e il freddo mi scolora.

Non credo sia possibile rientrare nella città Parigi, dove l’arte sconvolge i lineamenti della gente che passa e li trasforma in briciole d’umano sospese nell’eterno di colori nel soffio che sostiene i miei pensieri né mi lascia cadere.

Non credo rientreremo più neppure dove siamo noi stessi, che per farlo ci dovremmo ritrovare mentre siamo dispersi al limite di un male che sconvolge chi lo pensa e chi ignora.

Non credo in un soccorso, che l’evidenza sbriciola le facce che il mistero sommerge rendendo più spiegabile l’assurdo volto ora per ora a rinnegare la verità presunta. Che non esiste, come tu ben sai, e l’orda non potrà mai rintracciarci.

Ti spero in un senso di nessuno.


Missing

Mi seguo
Fin dove l’acqua è bassa
Senza oltre.
Tu passavi
Come una frase scritta in una sera

t. s. eliot


Nel mio principio è la mia fine. Una dopo l’altra
case sorgono cadono crollano vengono
ampliate vengono
demolite distrutte restaurate o al loro posto
c’è un campo aperto o uno stabilimento o
una via di circonvallazione. Vecchia pietra
per costruzioni nuove vecchio legname
per nuovi fuochi, vecchi fuochi
per cenere e cenere
per terra che è carne e pelo
escrementi, ossa
di uomo e di bestia stelo di grano
e foglia. Case
vivono e muoiono: c’è un tempo per costruire
e un tempo per vivere e generare
e un tempo perché il vento infranga
il vetro sconnesso e scuota il rivestimento
di legno dove trotta il topo, e scuota
il logoro arazzo ricamato con un motto silenzioso.
[...]
Thomas S. Eliot, Quattro quartetti. Traduzione di Angelo Tonelli, Feltrinelli.


 

Homeless



Tutti coloro che sono venuti in casa mia
e non ce ne siamo accorti
io ne conservo traccia nei miei muri
quando eravamo giovani
e non ce ne siamo accorti
perché mio padre era fantastico
e preparava i cocktails
che ce ne facevano accorgere ancora di meno
e le ragazze intorno
(mio padre era fantastico)
e io sentivo caldo.
Tu non eri ancora venuta
con la nostra timidezza.


Una alterità radicale: l’altro della lingua

“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).

Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo. Detto in breve, l’Altro della lingua abita lo scrittore come luogo caotico e indeterminato. Si tratta, dunque, della matrice profonda dell’inconscio, dove nulla esiste ma tutto è possibile. Per essere, l’Altro della lingua (inconscio) si “rivolge” dinamicamente all’Io cui “richiede” l’esistenza di una forma. In pratica, un’esigenza dell’esistere nella sua duplicità di base che approda a una sintesi. Questo processo, del tutto involontario, non riguarda soltanto lo scrittore, ma l’intero genere umano, nella misura in cui “scrivere” può avere molte facce ed espressioni, non solo nell’arte, ma anche – e non ultimo – nel campo ormai desertificato delle relazioni.

(tratto da “Brevi riflessioni sul linguaggio”, Rivista Fermenti n. 245)


L’arte di esistere contro i fatti

A. Gargani: L’arte di esistere contro i fatti. Thomas Bernhard, Ingeborg Bachmann e la cultura austriaca.

“Nessuna frase che un uomo possa dire potrà salvarlo, ma la scrittura, che è la narrazione della sua frase, avrà il potere di proteggerlo dalla pazzia e dalla morte. La scrittura di Bernhard è una rinuncia ad una qualsiasi volontà propria di verità; in tal modo la scrittura anziché essere per lui uno strumento al servizio di quello che gli uomini vogliono vedere e dire, diventa il rovesciamento di quello che gli uomini hanno voluto vedere e dire. La scrittura di Bernhard diviene il riflesso della verità indiretta e incomunicabile che il destino di ogni uomo rappresenta, l’incubo nel quale ciascuno è abbandonato a se stesso”.


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