Sotto il ferro della luna

 

 

D’inverno è tutto più semplice
perché non ti serve alcun mondo,
e neanche il mare,
e nessuno sta per ucciderti.
Ti è di conforto respirare l’ira degli animali
con il profumo dei boschi
che cingono il tuo riposo.
A mezzanotte cresce la neve e il ghiaccio
e, sotto pesanti membra,
dormono i tuoi morti.
Tu parli con loro
come al tempo del grano
che essi tagliano nella tenebra e nella menzogna
finché la primavera non li berrà
sotto il sole
che ruba il loro aculeo a rose malate.
.

Thomas Bernhard, Sotto il ferro della luna. Traduzione di Samir Thabet, Crocetti Editore.

 

 


E. Evtusenko

 

 

Guardavamo là,
dove i tigli
si stagliano neri
nella profondità del cortile.
sospirammo-
ancora- la neve non veniva,
ed era tempo ormai,
era tempo.
E la neve venne,
venne verso sera,
essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento;
e nel volo oscillava.
A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo nelle mani,
e stupivamo.
Dunque era quella la neve?
E. Evtusenko

 

 


Finzioni

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(immagine di luciana riommi)

Poi mi siedo in cucina, se la avessi
ma dicono che i Padri siano sabbia
ammesso ci sia vento.
Starei in veranda a volte, se la avessi
a fingere campagna
dove le ombre stanno dentro i suoni
e la visione è fruscio
come se qualche cosa mi cercasse
mentre ascolto la tosse.
Quindi inventarsi un albero
dove dicono i Padri siano foglie
quando volare è simile a un cadere
che ricopre la terra e il compromesso
dove ogni giorno mi scompare un dio
e mi biasimo spesso
per non avere un numero di stelle
adeguato ai pensieri
di quello che ti manca.

 

 


Gli addii

 

 

Disseppellire? Dico, siamo pazzi?
Che ne faccio dell’indifferenziato
la rimanenza al buio
l’attimo appena in tempo ormai passato
e il battito ineguale – pretenderesti altro? –
Da parte mia mi spiego verso sera
pubblico
note ordinarie di scomposizione – dunque scompongo –
ed il componimento
lo lascio alle cadute senza rete
ai passeri, agli gnomi (le farfalle ne hanno avuto abbastanza)
quando si dice di lasciare andare
e mi porto la voce di mio padre
dove qualcosa latita e gli addii
si dileguano piano.


Pensieri

 

 

Ci pensavo l’altro giorno
quando mi sono accorto di averci pensato anche la sera
senza accorgermi di pensarci
ma sono sicuro di averlo fatto
e so che anche tu ci hai pensato
anche se non me lo hai detto
ma io credo di sì.
Spesso pensiamo molte cose
spesso poche
e a volte non pensiamo affatto
senza smettere di pensare
e forse siamo come i pensieri
veloci immateriali inesistenti
quando pensiamo a cose come dio
o il nostro io gli uccelli i fondamenti
della filosofia la matematica la storia
persino l’universo
quando pensiamo fisica
o materiali
se pensiamo al corpo.
In fondo è il cervello che ci fa pensare
anche se da solo non potrebbe.
Voglio dire che si ricorre alle esperienze i vissuti le sensazioni
i sentimenti le illusioni i ricordi
in fondo noi pensiamo come gli attimi
che possono durare anche una vita.
Eppure è tutto così all’interno dei soliti schemi
e ti dicevo: ah!
per quanto ci pensi
non sono riuscito a trovare neppure un pensiero nuovo
tra i nostri pensieri monotoni.

 

 


Passi

 

 

Non ho aperto il cancello ieri sera
e non ho dato il vino a chi passava
né ho fatto scorta
di nuvole di assenti e di memorie.
Chi affoga passa il tempo e chi ricorda
può soltanto affogare.
Per questo non ti ho fatto compagnia
mentre speravo tu ti avvicinassi.
Ho soltanto aspettato
che l’angelo ti sollevi con le ali e faccia i passi
che non riesci a fare.

 

 


L’enigma sfortunato delle stelle

 

 

Mi sono ricordato di una sera.
Aspettavo apparisse e ti dicevo – guarda –
l’enigma sfortunato delle stelle
come una mente accanto a un’altra mente
e ti dicevo – pensa –
non si toccano mai.

 

(Tratta da “Dell’erotismo e altre disfunzioni”)

 

 


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