notte di osservazione

 

Gorgona in vista. Figurarsi gorghi, vortici, traballanti spasmi. L’animale va solleticato se non si vuol finire digeriti. In pratica, specie di medusona molliccia piena di filamenti lattuginosi. Se ci incappi: addio.
Dunque guizzare. Con iperbalzo a scatto neuronale. Nero di fronte. Poi, lucciole spaventate ancheggiano bagliori. Intermittenti luci esponenziali viaggiano la distanza che invita. Spingono voglia e carburante verso promesse di illuminazione.
Candele: nell’altare del Nero. Chi accende… chi soffia… chiede grazia… Silenzio: non c’è voce nel Cosmo.
Rinserrato, navigo spaziature. Speranze di arrivo: zero. Però osservo: ogni luce del Cosmo. Inutile darsi mete (nell’universo non c’è direzione). Al massimo puoi raggiungere qualche galassia prossima estremamente aliena, priva di adattabili pianeti, lune, corpuscoli di qualche genere dove sperare approdi senza rimetterci almeno la pelle. Non c’è fermata, dunque: un tram senza pensiline. (No, non si chiama desiderio… Spero sappiate di che parlo. Nel contrario caso: informarsi. No: non metto nota).
Attratto dall’assurdo. Conosco la sua diversità, l’impossibile speranza di sfiorare la materia sgargiante che intravedo. E tuttavia desidero profonde, totalizzanti annebbiature.
Scendere adesso: anelli. Da casa mia distanza accostabile. Saturno danza senza fili o scarpette (neppure tutù, nossignore!). Senza musica, orchestra, partitura, roteando sicuro nel vuoto in cui galleggia. Anelli: fantasmagorica lucentezza glaciale. Induce sogni. E nero silenzioso.
In realtà, fragore devastante. Scricchiolii, scrosci, esplosioni. Polvere d’annata e sassi spezzettati misti a ghiaccio. Si rincorrono, urtano, ricombinano. Saranno attratti dalla gravità spaventosa del pianeta; non ci saranno più. Li avevamo anche noi una volta (anelli). È proprio vero: l’apparenza inganna. L’ordine è nel cervello; lì fuori, confusione estrema: l’intero apparato si regge per caotico miracolo.
Navigare ancora. Nel profondissimo azzurrato nero il gigante bluante si palesa: Nettuno. E mi appago del suo specchio profondo.
 

(tratto da L’osservatore ovvero la mistica mortale di Eros, Fermenti Editrice, 2013)

 
 


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