Gente a Dublino

Balthus[1]

(Balthus)

Divagare uno

Mica c’era la luna.

Artistiche alla meglio, nuvole vagavano imprecise. Ed incostanti forme.

Tuttavia imbronciate: compiuto il giro del mondo, non resta che ricominciare.

Dunque da capo. E allora indifferente, Dublino rivestiva sgualciture e le salsicce, cuocile come vuoi, non cambiano sapore.

Guardare in alto…: cose come bisacce; a volte ombrelli. Diversamente: pioggia. E quelle imperturbabili a volare.

Come si fa a scordare?

Due (?)

Praticamente attese. Alla stazione non puoi fare altro. Magari prendi un caffè o un panino ma, se parti, aspetti di arrivare. Poi attendi in altro luogo fino al prossimo treno. Sembra quasi un fermaglio: lo apri lo chiudi, ma sempre intorno al collo.

Intanto: fischi improvvisi. Estenuanti a volte, ma tutti destinati a declinare.

Tra angeli

Angelo trascurato,

dal tuo rifugio di tenebre, cerca di considerare questa mia tra le cose cadute da dimenticare.

Comunque, quando la notte, prova a afferrare il vento: magari ci scriviamo.

Serale

L’altra sera gli scenari erano nervosi. Anch’io.

Dentro: molto fumo e occasioni.

La vecchia Helen sembrava una canzone, di quelle strascicate, facili da canticchiare. S’agitava decisa; e la pianola accompagnava appena. Piedi ritmicamente contro il legno; in pratica frastuono. Un mal di testa terribile.

Tu sei volata in condizioni inutili, dove la festa giace. T’inseguivo: difficile rintracciare.

E quella ricomincia. Alla fine, vagamente asfissiante.

Bé… questo è quello che m’è venuto oggi. Che faccio, vado avanti?

Domani

Terribilmente vago.

Il tuo sottrarti ti ha condotto altrove, dove nulla succede e niente treni. Non hai attese né luoghi: senza giungere mai. Il mio indirizzo è pagina: non scrivi. E luci che frammentano la sera. Ignorare distrugge.

Notte spreme limoni di Sicilia che non ho mai assaggiato e limature lungo strade a fili dove s’appende il tram. Ogni scossa una sera.

Notte ti avvolge tiepida e la casa non presenta occasioni mentre ti sbircio pavido. Temerti è malattia, ma non sei tu che temo: ho paura di noi.

Sguardo deluso mi accarezzi pallida, velata da decenni di distanza. Io finirò; per te, passare senza transito.

Malessere

Però si sa le cose vanno altrove. Non sai mai dove.

Generalmente concetti imprecisati, difficili da rappresentare. Dice: provaci un po’… (!)

Lunaticamente assente spazzo oltre: non si pulisce mai. Per forza: la luna è polvere e quando piove cade fino a qui.

In breve

Ho scritto al professore: parto per Vienna.

Mi costerà un vasetto di vernice per rifarmi la faccia. L’anima è un’altra cosa.

Lontano: vento.

Sballottolio alla meglio e rataplàn = treno trangugia notte. Impossibile dormire.

La neve è uguale ovunque. Sotto: progettistica a tempo = fiori.

Dice: si rende conto? L’identificazione adesiva di sua figlia l’ha perduta.

In pratica siamo pazzi. La fonte sono io (se non altro per lunga frequentazione d’al di là).

E adesso? Viaggiare nell’altrove e tracimare tutto il vago del mondo. Lei è già affogata.

Dice: si è salvato scrivendo. Lì ha travasato tutto.

Scrivere allora. E quando chiude la pagina scolpita: scrivere. Tu non ne sei capace. Le mie allucinazioni sono penna; le tue molto di più.

E treni treni treni. Con Dublino in valigia. E tutte le salsicce, i balli in strada, le giravolte dove non vado mai. Helen con la sua birra, borgo vecchio e quell’aria sfasata di illusione dove tutto succede dentro mai.

Questo mare lontano costa scossa sbriciola la fermata fino al tram. E rotaie ondulate; vento a bordo, quando scuote e rimuove ogni blocco di mondo.

Sì, direi senz’altro di prenotare.

Gente

C’era gente a Dublino. Il barista, il salumiere, il macellaio.

E neppure la luna

(Tratto da “Il quasi nulla, il praticamente tutto”, Antologia N. 10, Fermenti Editrice, 2015)


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