D’aria, di vento e altre sciatterie

experiment-copiaa

Ancorarsi alle foglie.

L’altro giorno viaggiavano l’intenso: direi uccelli marini.

Sotto, tempeste d’alghe addormentate sparigliavano sogni rendendo più intuibile l’incerto. In pratica, evanescenze d’universi paralleli.

E la marea.

Pioggia di piume a volte (sarebbe come cuscini). To sleep perhaps to dream?

Telefonate zero.

Ma non parliamo di traversare il mare. Sembra un infinito piano di lunghissima complessa percorrenza. In realtà, una goccia arcuata roteante intorno a un fuoco enorme. Orbite sgocciolanti? Significherebbe perdere pezzi, ma tutto sommato mi sembra una questione poco interessante. Si provi invece a immaginare l’infinitesimale minimo del pensiero e la sua capacità di cogliere l’immenso.

Al di là (ma non saprei), visuali avvolgenti aggettavano. Difficile dire cosa.

Vento arzillava rondini ma Parigi rimaneva grigia, come fanno di solito i viaggianti quando cade la sera e tutto si scolora confondendo lineamenti e dintorni.

D’un tratto m’accorgevo: la lampada del genio è arrugginita e Scherazade ha finito le storie. Dunque le notti?

Domani aggiusto la televisione.

Ma tu non voglia inseguire il temporale né avvolgere di carta oleosa la colazione per domani. Non voglia vendermi, che ho già provveduto da solo. Quanto ai giornali, scadono e la lettura è miope: Gli occhiali: probabilmente in cantina.

Né rivolgerti alle scarpe sotto il letto dove i viali non hanno arcobaleni e neppure argenterie. Piuttosto, due patatine fritte lanciate con un vettore al mio foraggio sarebbero gradite. And a bitter of you.

Ci penserai? Dunque confermi la mia pazzia. Nella dissoluzione generale anche questo è un sollievo.

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