Dell’esistere o meno brevi riflessioni sul linguaggio ispirate da “Dall’esilio” di I. Brodskij

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“… il male, e specialmente il male politico, è sempre un cattivo stilista”.

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).
Dall’esilio. Dunque una lontananza, ma “lontano da dove?” per parafrasare un famoso saggio di Claudio Magris. Dalla Russia? Dalla patria? da se stesso? O forse dalla lingua, quella lingua in cui era nato e che ha dovuto lasciare a causa di una violenza cieca e senza senso? Forse da tutte queste cose. Forse, però, quell’esilio non è stato soltanto una violenza insensata: è servito a ricostruire un senso profondo del se stesso e della lingua che con lui era stata esiliata.
La lingua è la vera protagonista di questo discorso di Brodskji, tenuto a Stoccolma in occasione dell’accettazione del Nobel. Ma cosa è la lingua, se paragonata all’ottusità del potere, di quel “cattivo stilista” che è lo Stato? Sembra che essa sia qualcosa che ci precede e ci sopravanza; qualcosa, dunque, di preesistente che tuttavia ci appartiene; qualcosa di comunque indispensabile, perché essa è “il più formidabile accelaratore della coscienza, del pensiero e della comprensione dell’universo”.
Difficile non essere d’accordo, soprattutto se si pensa a un saggio di E: Cassirer, Linguaggio e Mito, nel quale l’autore fa dell’atto del nominare un’epifania capace di dare forma al mondo.
Tuttavia, chi frequenta la lingua, cade, nell’atto di scrivere, in una posizione estremamente scomoda. “Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive”.
Come scrive Blanchot, “L’opera esige dallo scrittore che egli perda ogni “natura”, ogni carattere, e che, cessando di riferirsi agli altri e a se stesso con la decisione che lo fa io, diventi il luogo vuoto dove si formula l’affermazione impersonale” (M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino, 1967, p. 41).

Uno stato apparente di non libertà, di dipendenza, quasi una compulsione che lega lingua e scrittore. E’ davvero così? “Questa dipendenza è assoluta, dispotica, ma è anche liberatoria. Infatti, pur essendo sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora la smisurata energia centrifuga che le è conferita dal suo potenziale temporale cioè da tutto il tempo che ha davanti a sé”. La lingua sopravvive allo scrittore; essa si esprime sempre.
Tuttavia, questa entità creatrice – la lingua – gode di una libertà relativa. Lo Stato ne condiziona l’espressione. E’ forse lingua il linguaggio burocratico? E’ forse lingua la menzogna, il fine di asservimento, il controllo poliziesco e quanto altro di assurdo lo Stato è capace di mettere in atto? Nella negazione della lingua e nel suo sforzo insensato di non esistere, lo Stato è comunque destinato a soccombere: “Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la relazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito”.
Se scrivere è un rapimento, un sia pur provvsorio appartenere a un Altro che ci scrive, un allontanarsi dallo svilimento del quotidiano cui la società e la massa statalmente organizzata ci rinchiudono, scrivere è un atto creativo di recupero, di riparazione dell’assurdo, nel tentativo di rendere l’insignificante significativo, almeno nel dialogo strettissimo tra scrittore e lettore. Un libro non è un atto autistico: è un dialogo, senza lettura non esiste. Scrivere è allora una dialogica di lontananze tra scrittore e lettore, tra sé e l’Altro da sé, un incontro impossibile vissuto, uno scambio profondo, un fare anima dell’anima che si incontra e entra in contatto con altre anime senza vederle, saperlo, conoscerle fisicamente. Scrivere è l’attuazione di un conosciuto non pensato che viene pensato e conosciuto dall’Altro ignoto che abita lo scrittore e che, nel tempo della lettura, sì incarna inconsapevolmente nel lettore. Scrivere è un tessuto del mondo; un significato trasversale e avvolgente che permette di esistere. Ma esistere esige uno sforzo.
A proposito di alcune poesie di Rilke, Blanchot scrive:

“Il poeta ha per destino di esporsi alla forza dell’indeterminato e alla pura violenza dell’essere di cui non è possibile fare nulla, e di sostenerla coraggiosamente ma anche trattenerla in sé imponendo il ritegno, il compimento di una forma […] Ma compito che non consiste nel consegnarsi all’indeciso dell’essere, ma nel dargli decisione, esattezza e forma, oppure, come egli dice, ‘nel fare delle cose a partire dall’angoscia’” (M. Blanchot, op. cit. p. 122).

Qui Rilke, o se si vuole Blanchot, assume posizioni kierckgaardiane se non anche riferibili ad Heidegger, ma poco importa. Quel che conta è che scrivere è operare nel nulla, fare del nulla qualcosa di esistente: un linguaggio.

Come scrive Recalcati, basandosi su Lacan:

“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).

Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo.

Detto in breve, l’Altro della lingua abita lo scrittore come luogo caotico e indeterminato. Si trtta, dunque, della matrice profonda dell’inconscio, dove nulla esiste ma tutto è possibile. Per essere, l’Altro della lingua (inconscio) si rivolge all’Io cui richiede l’esistenza di una forma. Scrivere è allora un dialogo profondo con l’indeterminato che si presenta alla coscienza per esistere. Non riguarda soltanto lo scrittore, ma l’intero genere umano, nella misura in cui “scrivere” può avere molte facce ed espressioni, non solo nell’arte, m anche – e non ultimo – nel campo ormai desertificato delle relazioni.
“In senso antropologico, ripeto, l’essere umano è una creatura estetica prima che etica. L’arte perciò, e in particolare la letteratura, non è un sottoprodotto dell’evoluzione della nostra specie, bensì prorio il contrario. Se ciò che ci distingue dagli altri rappresentanti del regno animale è la parola, allora la letteratura – e in particolare la poesia, essendo questa la forma più ata dell’espressione letteraria – è per dire le cose fino in fondo, la meta della nostra specie” (Brodskij, op. cit.).
Temo soltanto in parte. Se lo fosse davvero, il mondo non sarebbe quello che è. Ma questa è un’altra storia.

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