Pochi istanti di notte: nella casa del padre

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Non c’è stato nessuno da vent’anni. Adesso io.
Notte appena. E luci: dalla campagna. Conosco quel silenzio ed ogni tremolio. Da lontano i paesi. Sommessi.
Notte tremola notte verso Dio. Che non esiste. Come un riflesso antico di distanza. Tanto tempo fa: ogni estate. Ma non ho voglia di pensarci ancora.
Verso il letto: sordità. Ed impedirsi di allucinare ancora.
Tuttavia entra, come non fosse niente.
“Sono contento che sei venuto a stare qui”.
“Ciao, papà”.
Si spoglia accanto ad una vecchia sedia.
“Ti dispiace se dormo nudo?”
“Affatto”.
Scivola. Ora accanto. Strani movimenti sorro le lenzuola.
“Che fai… ti masturbi?”
“Mi aiuta a sentirmi vivo. Masturbati anche tu”.
“Non ne ho alcuna voglia”.
“Dài, dovrai scansarti da questa depressione”.
“E’ passato troppo poco tempo”.
Lo so, ero lì quando è successo. Non mi hai visto?”
Faccio un vago gesto di diniego.
“Certo… eri troppo teso verso la sua anima”.
Lo guardo sorpreso: “tornerà?”
“Dipende”.
“Da cosa?”
“Da quanto era attaccata a questa vita, a se stessa, ai ricordi”.
“Era stanca”.
“Allora resterà dove si trova. Non puoi richiamarla”.
“Non lo farei mai”.
Girandosi verso di me: “e tu, dove andrai… dopo?”
Sussurro: “io sono esausto. Cerco oblio”.
“E allora sarà oblio”.
Perplesso: “chi lo determina?”
“Il te stesso che stabilisce il fato”.
Girandomi su un fianco: “Per adesso, sonno”.

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