A una signora

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(A.Modigliani)

 

Signora, le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno e il verde è nel ricordo, che nessuno ti guarda quando spargi le tue vesti distese: la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele, suoni, righe, fumi bassi che spandi, che l’incenso divora questa pelle e starnutisco. Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno, le braccia tese, l’arte sovrastante dei capelli rimossi dal mattino, che allaghi di torpore se li pongo a margine del viso e la tua schiuma ricade sopra i fianchi ed oltre l’alba, l’autunno, il tratto d’inespresso che ti scaglia dovunque: m’incammino.
Una foga di passi che non sanno: non è dato capire. Soltanto contemplarti se discosto l’algebra, la tensione, le finestre che affacciano apparenze; distanza, la risacca senza andare e mi cancella, mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre: non ti darò un mio nome.
Dovrei sostare attimi di nulla per coglierti vicino. C’era vento e parole ti rendevano diversa dal tuo viso, essenzialmente unico accecante, dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio. I lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a strusciare la lingua dove passi; raccogliere, nella bocca delusa, scintille d’ombra che si fanno voce, che non ho altro e scrivo il tuo mantello che ricopre la terra e la mia sera. Il declino del tempo mi avvicina a un eterno perduto. Tu mi travasi da distanze enormi: amarti senza averti il mio destino.

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