metafisiche a terra

DSCN5174 muri copiacopia.jpg

Per introdurre:

Prova di cognizione senza mondo

Mia cara, nella trasposizione della vita verso un’alba di notte, provo a dirti di me, del mio disagio, sperando tu mi legga da un altrove distante da questo luogo pioggia, dove soggiorno e ignoro.
Una maledizione lenta si accavalla alla fine dei giorni e la disperazione, a volte, diventa svogliatezza. Dunque un male peggiore, una strana vaghezza che cancella, come un lasciarsi andare, una deriva inutile, un messaggio che non si scrive pur avendolo in testa. Un’assenza di forma che mi consegna a un infinito zero, dove perdo i contorni del ricordo, del firmamento, della luna, che spesso poggia al bordo del tuo seno, per mia malinconia.
Tu mi sovrasti l’anima d’argento, ed io che non mi specchio, spargo semi di voglia all’imbrunire e la sera nel mare.
Ciò che più pesa – non nascondo – è l’oltraggio: all’intelligenza, alla dignità, alla vita. Esser vivi non è cosa da poco: non basta uscire da un alveo di donna. Esser vivi è un mestiere – non è farina mia – ma lo è. Una professione d’aderenza, irrinunciabile, indicibile, spesso inservibile. Esser vivi è professione unica, spesso mai frequentata. Consiste nel donare consistenza a sé e all’Altro. Che richiede visione. Potrei aggiungere: esser vivi vuol dire fare Dio.
Eraclito insisteva nel passaggio: tutto scorre e traversa, perfino la memoria. Rimane, un’entità diversa da me stesso, che mi nega e mi veste. Spesso inservibile, ma storia. Fare storia e un po’ come fare anima: forma coscienza al mondo.
Hegel lo definiva Spirito, altri Volontà; altri ancora Potenza. Non c’è definizione. È un Essere che esiste nel passaggio, anche come scomparsa. Non sarà questo Dio? la mia sconfitta, il mio macello, il mio poterlo dire.
Ti dicevo di me, del mio dissenso, di questo malaffare di stanchezza dove il mondo succede e si scolora senza alcuna ragione. Ma quali tinte nel dissolvimento? Ah, anima, io non vedo dissenso nei tuoi occhi. Tu sei pietà d’altissima fattura. Che nessuno raccoglie.
Io mi dirigo verso l’altro senso dove quello in cui credo non ha luogo. Non c’è ragione ed anche la sostanza sfuma nel dire di un significato che rimanda a impossibili traverse. Non conosco la strada ed il suo senso.
Capirai la mia confusione; talvolta l’ansia nella scomposizione della luna che fraziona il suo viaggio in molti quarti. La mia unità veste scansioni d’immagini lontane dal percorso di un mondo consueto.
Questa mia estraneità mi taglia il volto; mi spazza, mi sconsidera, mi sfolla da una permanenza d’indistinto.
Ma lascia andare, lasciami cadere. Questo sostentamento mi riduce a una richiesta inutile. Che non inoltrerò. Alba di notte intorno e il mio veleno mi spinge a sparpagliare le parole. Domani ascolterai solo silenzio.
E nel silenzio ci ritroveremo, anima dissipata, anima amore, anima della vita, anima morta, anima senza sole, senza prole. Anima: priva di svolgimento; anima persa, anima finita. Non nata, anima, unica soglia verso la mia vita, che mi hai dato e mi toglie un tempo avaro. Anima, verso l’unico fondo di questo smarrimento: un dire amaro.
Ma non voglio tediarti se mi ascolti. Se non lo fai, starò nell’abitudine: parola per parola per tacere. In fin dei conti, ogni parola è sempre tacer d’altro.

Tratto da “Metafisiche a terra” poesie e prose di Giovanni Baldaccini

Annunci

2 responses to “metafisiche a terra

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: