A proposito di…

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Se fossi una stagione definita da molteplici improbabilità. forse sarei, tra queste, una sensibilità intonata a poche consultate fantasie, diversità insolubili, sempre cercata ombra.

Una contraddizione, spesso a caso, ma con intonazioni ormai decise lungo intralci di anni, disgusti ed inattesi inanellati spazi di cromature estetiche e pensiero.

Se fossi, forse verrei da luoghi dell’infanzia, dove la decisione è un’apatia cui è meglio affidarsi per non incorrere in imposizioni mai spiegate, proibizioni ataviche, controlli inadeguati d’ogni specie, tanto che ti domandi se non sarebbe meglio spesso (sparire) per evitare, con la massima accuratezza, scambi invariabilmente disfacenti.

Ripiegata da anni la curva nelle tasche, tollererei genetliaci e memorie, affidandomi a noncuranza, mancamento, deviazioni come meglio conviene. Qualche volta c’è peso, ma si fa l’abitudine.

Quindi fallire, perché alle spalle c’è una confusione con la pessima abitudine di assumere una forma troppo riconoscibile che il pensiero scavalla, ma dentro fa un effetto di passione. Penetra, insinua, opera irrimediabili riconoscimenti che ti fanno sentire un imponente bisogno di catarsi. Di qui: conseguenze.

Dunque, una stagione di rimedi: musica, poesia, letteratura, molte forme dell’arte, architetture eteree o trapassate, quadri possibilmente atonici informali, dove il mondo si può solo indovinare, a seconda dell’inclinazione del momento o reciproca, mai condivisa, disponibilità.

Apparenze; e in questo senso la musica conduce dove non c’è nessuno, neppure il suono che non ha materia, dentro il regno del tempo a spazio vuoto: al massimo, ventose filature d’astrazione. Qui si assapora l’anima, che come tutti sanno non ha forma, se non dell’armonia.

Se fossi, mi sperderei nel mare come pioggia in un alterno forse diseguale.

Penetrare anche: la terra partoriente. Maturare nel sole tra ronzare d’insetto: succhi di vita altrove.

Più tardi, evaporare nuvola: vagare.

Quindi appartarsi. Confondersi nel vago della sera immaginale, dove tracciare figure di conforto a una mancanza estrema che mi segue. Una compagna tenue, senza probabilità.

Consolarsi, allora, di un gran vuoto dove non entra il mondo, l’ordine del disordine, la guerra. La frenesia, la stasi, la sintassi, le regole imprecise dell’avere, sempre scandita ansia senza forma se non di cose, in una dannazione d’esistenza, paradiso sostanza artificiale, mentre l’amore: un individuo escluso.

Soltanto tu, che non sei più vicina, assumeresti il nome di un dipinto, dove ritrarre me e la tua tristezza o le gocce di pioggia, l’alba assente, la notte grande gemma di frontiera.

A volte, un passaggio segreto. Dove si chiude il mondo.

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