Visita forzata al “Tullianum” o carcere Mamertinum di Roma

 

Oggi sono stato praticamente “sfollato” da casa. Dalle ore 06,30 della mattina, al piano di sotto, abitato da una colonia di inqualificabili, si sono levate urla, rumori di trascinamento, canti, cori, pianole, ragazzini frignanti e quanto di altro infernale si possa immaginare. La cosa tremenda è che alle ore 13 tutto ciò ancora continuava, senza che ci fosse stata la minima interruzione. Ero già uscito alle 13 per una colazione forzata fuori casa e, rientrato alle 14,30, ho ritrovato la stessa situazione mostruosa. Alle 16, in preda a vera e propria disperazione e, nonostante la pioggia, ho chiamato un taxi decidendo di andare a vedere la mostra di Hopper al Vittoriano. Fila chilometrica e progetto naufragato. Ripieghiamo allora per una passeggiata sotto il Campidoglio, al Clivus Argentarius e il Foro di Cesare: sublime come sempre! Inaspettatamente il Mamertinum era aperto; l’avevo visitato da bambino; Luciana mai. Entriamo. e inizia il viaggio nel tempo.
Un primo giro al piano terreno, dove è allestito un piccolo museo in cui sono esposti reperti archeologici degli scavi e poi si scende nella Basilica medioevale ricavata nell’antico carcere. In essa, affreschi sbiaditi ma ancora percepibili; mi colpisce una Madonna della Misericordia. Credo che lì, dove giacquero Giugurta, Vercingetorige, i sostenitori del fratelli Gracco e molti altri nemici dello stato, ce ne fosse davvero bisogno. Stendo un velo pietoso sulla presenza nel luogo degli Apostoli Pietro e Paolo.
E’ un ambiente angusto, con muri in pietra; vi si respira l’aria dei primi secoli; non per nulla sembra fu costruito da Servio Tullio, (V/VI sec. a.C.,). I prigionieri vi venivano gettati da un buco nel pavimento scavato nell’ambiente superiore. Se ne usciva per morire.
Scendendo ancora, si arriva alla Fonte Sacra, un ambiente quasi identico, (il vero e proprio carcere) costruito su una fonte sotterranea, voluto da Numa Pompiio (VI/VII sec. a:C.). Mi suscita pensieri sulla vita in quei tempi e sulla sacralità magica che la pervadeva, ma sarebbe troppo lungo parlarne.
Risalendo, c’è una bella cappella che ospita uno splendido crocifisso ligneo del 1400, cappella benedetta da Pio IX quando ancora eventi del genere significavano qualche cosa.
Tornati all’aperto, non posso evitare una visita alla sovrastante chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami. Voluta dalla Confraternita, della quale si ammira ancora lo splendido oratorio dove i membri si riunivano, la chiesa che si presenta oggi è quella restaurata nel 1853, piccola e raccolta, sobriamente ornata, immersa in una penombra irreale. Lì ho ambientato alcune scene del mio romanzo “La notte degli orologi”; per me significa molto. Quado vi entro, il mio orologio odierno si ferma e ascolto il battito di quello antico che inevitabilmente si attiva e mi riporta indietro. O forse a casa.

 

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