ultime pagine (revisited)

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Sedicesimo giorno, sesto mese del ventesimo anno. Diciottesima ora.

Meriggio inoltrato.

Mare ondeggia smeriglio frastagliato con sguardi d’ampia intesa al sottoscritto. Occhieggia; dunque, anch’io.

Leggera avanzava l’onda ripetuta con frangente che scroscia sulla casa. Lontano e tuttavia invitante.

Nessun controllo. Prevedo ritorsioni per la sera.

Ieri il medico di guardia ha detto no. Non mi aspetto sostegno

Stendersi. Ultimamente dolore nelle gambe. Insistente.

Sottili striature ferrose faceva il sole sparso tra le sbarre. Continui sbalzi ripetuti. Monotono.

Frusciosa e coinvolgente, l’altra notte una sirena brancolava qui sotto. Con balzo ginnico raggiungeva le sbarre della cella. Affacciata (gomiti al davanzale e sotto il mento):

Ciao!

Serafico, la raggiungevo in breve (peccato le sbarre).

Lo vuoi un goccetto?

E suggo mare aperto dal suo seno.

Per questo mi odiano: so immaginare.

Finché dura la notte. E il sonno. Di giorno realtà s’impone monotona e spocchiosa. Non fosse per i miei studi (conviene anche a loro tenermi impegnato) il suicidio sarebbe diversivo. Lo tengo come ultima occasione.

Ventesimo giorno, sesto mese del ventesimo anno. Ora indecifrata.

Indistinto chiarore. Sembra albeggiare. O tramonta? No, troppo tenue: quando il sole scompare s’impossessa del cielo in forma irresistibile d’addio.

Quello fischiava ruggini di denti e lingua a tamponare. Canzoncine? L’ultima davvero irriferibile. Quindi cambia la guardia. Stessa solfa.

La visita dentistica non è andata bene. La tengono ogni mese, più che altro per scrupolo (che qualcuno non abbia poi a lamentarsi). Occorrerebbe estrazione. Non se ne parla.

Ultimamente la carceriera non concede favori.

Dice: puzzi! Se è vero, colpa loro.

Se solo potessi immergermi… non è troppo lontano.

L’Orbe terracqueo è finito, Eratostene, come tu calcolavi. Tuttavia, non ogni punto è raggiungibile. Certo, un compasso su una carta offre molte possibilità di viaggio, ma prova a sfondare una fortezza!

Ne parliamo quando torno.

Ventiquattresimo giorno, sesto mese. Anno venti, Dodicesima ora.

Scintillava d’azzurro, mentre in alto l’animale rossastro dardeggiava sfaccendato raggi d’intenso giallo nella stanza. Immenso.

Ali olivastre grigiofumo e un becco a rostro ricurvato in basso. Artigli anche sporgono il davanzale verso dentro. Non mi piacerebbe assaggiarli. Tuttavia, ali sì.

Mi fissa. Quindi solleva in alto vasto corpo. Beffardo. Certe cose fanno rabbia.

Ventisettesimo giorno, sesto mese, ventesimo anno. Ora…?

Se dormo troppo perdo la cognizione del tempo. Per me è essenziale tenerne il computo: devo conoscere esattamente luogo, anno e mese quando uscirò di qui per non incappare in errori irrimediabili di comunicazione che insospettirebbero anche il contadino più deluso.

Intanto luna brunita cavalcava vento e gli occhi addormentati delle stelle. Io m’aggiustavo comodo sulla branda sfiorita, occhi alla finestra e al brulicare brado di nuvole azzurrate senza meta. Onda sospira e frange sotto il muro (circa dodici metri più in basso…?) sfibrato da secoli di mare sotto spinta sfarzosa di tempesta. Crollasse almeno! come tutta Cartagine e l’orda di seconda grandezza che chiamano Roma!

L’altro giorno il guardiano: bofonchia di esecuzioni sulla spiaggia. Sembra predoni romani pizzicati sul posto da pattuglia. Taglio della testa immediato. A ricambiare presto. Almeno si sterminassero tra loro e tutti i devastanti che assillano l’Ecumene infastidita da tanto brulicare pidocchioso.

Abiterò l’enorme – quando è d’inverno – sole arroventato ed i suoi raggi. Che piloto, come auriga impazzito, dritto su luoghi adatti a incenerire.

Abiterò la sponda più lunare della luna ghiacciata – quando l’estate affoca – ascoltando da lì canti celesti di ninfe lungo i boschi della terra cui rivolgo benigno sguardi dolci e primavere tese di passione.

Abiterò… Sbatte contro le sbarre: con manganello duro (così, tanto per rompere). Dare voce:

Ehilà!… e dove vuoi che vada, barbaro!

Risponde: tut tut tut. Quindi fiiiuut! (fischietta. Sa che non lo sopporto).

Trentesimo giorno, sesto mese. Anno ventesimo. Ora nona (?)

L’altra mattina dice: crepi, eh!? – (carceriere schifato). Sputo.

Smaniavo mica male (febbre forse) nella notte che trasporta in altri luoghi. Erano vastità perdute popolate da animali spudorati. Si accoppiavano, infatti, senza alcuna attenzione all’io viandante.

L’astinenza comincia a pesare? Forse per questo: concepito piano di fuga.

Nessuna difficoltà. La mente ancora tiene. Unica precauzione: mostrarsi arrendevole.

Più tardi.

Decisamente fastidioso, medico penetrava manualmente.

Emorroidi – dice. Acconsento, prono e malizioso. Rimasto solo, massaggiarsi un po’.

Intanto, nel corridoio guardie blateravano di certi incontri di pugilato giù a Olimpia. Corse anche.

Da parte mia, nessun interesse.

Primo giorno settimo mese ventesimo anno (più o meno…)

Sua Eccellenza Rigidissima il Direttore (quel porco di Eufrastione) dice che così non si può continuare. Non si dica nell’Orbe colonizzato che nella fortezza posta dal Supremo in Suo dominio vigano regole meno che giuste. Per cui: nudo. Esaminato da capo a piedi con tanto di medico presente.

Io (condiscendente) accettavo qualsiasi intrusione personale con capo chino e animo assai grato. E giù ringraziamenti e inchini e lodi (e maledizioni, nell’intimo invisibile dell’io). Che questi selvaggi chiamino medicina le pratiche barbariche e sommarie cui sono avvezzi è per lo meno sconcio. C’è da meravigliarsi come restino vivi (e infatti campano assai poco, a parte le stragi della guerra).

Se un dio esistesse dovrebbe spazzarli dalla faccia di ogni terra emersa (e dal mare, naturalmente). Ma l’Olimpo ormai frana e gli abitanti di un tempo preferiscono frequentare le corse giù a Cartagine.

Comunque, io seguo i miei intenti: dovrò tornare libero prima o poi e terminare gli studi intrapresi sulla consistenza e l’ampiezza delle rocce che compongono il pianeta disgraziato in cui abitiamo. E il fuoco sotterraneo ed il sistema celeste dove siamo per avventura collocati. E le fasi lunari e…

Riportato al presente da lieve scudisciata. La decisione riguardo il sottoscritto è presa. Ovviamente, rimango all’oscuro.

Terzo giorno, settimo mese. L’anno è il venti (almeno credo). Mattina presto.

Viste le mie condizioni cambio cella.

Sbatacchiava ansiogeno astro fulgente i primi raggi nelle ore chiare. (Comunque, questa priva di sbarre).

Tanto non va da nessuna parte…– E sorrisini…

Superiore e distante, mi insedio. Scribacchio soliti quaderni.

Che fa…!? – mormorii… ancora sorrisetti…

(Stupidi!)

Posto che la terra ha fine (Eratostene ha calcolato bene) sull’infinito egli ha idee confuse. Sguardo all’infuori, cerca spazi assodati con lenti di macroscopiche visioni. Comunque, brevi (il finito strangola, eh…!?) e per quanta matematica si possa accumulare nello scrigno della conoscenza, qualcosa sfugge sempre. L’infinito è dentro e nessun calcolo potrà rappresentarlo. Solo la filosofia e l’introspezione, assistita da sogni che come è noto rappresentano la mente nei vortici abissali in cui si snoda. Ma questo è troppo per semplici geometri!

Accavallavo intanto ore; passano meglio se pregusti.

Certi dolorini alla schiena scricchiolavano davvero niente male. (Non posso permettermi di ammalarmi).

Più tardi. Notte inoltrava fastidiose stelle. Con l’aria così tersa: accecano. E sogni. Insistenti e variegati. L’ultimo piuttosto interessante.

Oltre nelle ore.

Steso sulla branda: riflettere. Credo indispensabile: serve a frenare impazienza.

Aspetta, dunque, amico: devono fidarsi (ed evitare successivi, inopportuni controlli).

Ottavo giorno, settimo mese. Terza ora. Anno Venti (o giù di lì). Primo mattino.

Decisamente in forma, stiracchio membra indolenzite. Quindi al cesso. Lavaggi. Per la colazione è ancora presto.

Respiravo profondo l’aria che penetrava nella cella. Ultime stelle sbavavano presagi dalla cupola aerea e distante.

Guardia assonnata compie ultimo giro. Rivolto al compagno:

da quanto ingrassiamo quel porco d’infedele?

Bo’…!

Perché lo tengano ancora in vita è davvero un mistero…

Io per me lo accoppo anche subito!

Lascia perdere, và…!

Certe volte c’è bisogno di incoraggiamenti.

Su, ragazzo, fatti forza! E salgo in piedi sopra al davanzale.

Distanza notevole, ma il fondale è abbastanza profondo. Inutile indugiare.

Gettati i panni sul pavimento duro, balzo elegante verso il vuoto (senz’altro guidato dal rumore che frusciava mareggioso mulinante).

Primo impatto affannato.

L’acqua grigiastra si rapprende al corpo. Muoversi!

Galleggiavo selvaggio. Intorno pesci frusciano fantasie gessate. Sirene, anche. Di nessun aiuto.

Luminescenze dal profondo blu salivano sfiorando il sottoscritto.

Evanescenti e pallide forme sfilate mollicciavano intorno spandendo filamenti digestivi. Ogni tanto abboccano.

Come Tritone, scuotevo lunga coda e forti braccia galoppando le onde cristalline. Fantastica la sensazione. (Peccato non avere branchie).

Compagnia improvvisa: banco di sardine nel profondo. Come ombra sgusciante, nuotano compatte tra evoluzioni imprevedibili continue. (Significa che c’è qualche predatore in giro… Togliersi da lì).

Quindi tramonta: ottuso disco regolare (dico, poteva aspettare ancora un po’!).Difficile orizzontarsi nell’uguale: ogni direzione identica alle altre.

Percorse molte miglia (non mi credevo tanto resistente). Dove la terra? Meglio fare il morto e riprendere fiato a poco a poco.

Dormire no.

Come sogno importuno, dietro le pupille stellesparse pensiero traversava la corrente:

Quanto resisterò…?

E la luna.

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