Breve riflessione sullo scrivere

Spesso ci si domanda perché si scrive. Chi lo fa non può rispondere perché la sua non è una libera scelta ma una costrizione. Dunque deve rispondere di una costrizione. Per farlo, è costretto a chiamare in campo un Daimon interiore, o l’Anima, o comunque si voglia definire ciò che lo ispira e che sempre sfugge al controllo volontario. E’ a tale entità nascosta, a tale “Altro” che la domanda andrebbe rivolta; non risponde mai.
Dunque, perché scrivere? Perché “Altri” lo vuole. A parziale consolazione di chi scrive possiamo rispondere che l'”Altro” non sa perché lo fa o costringe a farlo. A questo può rispondere lo scrittore.
Un libro, che sia prosa o poesia o saggio, non è un fatto privato: è un dialogo. Se il libro resta privo di lettura, il dialogo non esiste. Neppure il libro. Si tratta infatti di un dialogo tra chi scrive e chi legge, un dialogo muto, a distanza, ma ugualmente essenziale, perché un libro è un invito e un incompiuto: spetta al lettore completarlo con la propria invenzione, attenzione, fantasia, attribuzione di significato. Privo di ciò, un libro non significa; un libro che non abbia occhi che su di lui si posano resta soltanto un fatto privo di diffusione di significato. Dunque tace.
Strano destino quello dello scrittore, sia narratore che poeta o saggista: sembra che parli mentre il più delle volte resta muto.

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