Viaggio a Roma

5 Novembre

Mi trovo qui da sette giorni e a poco a poco si va formando nel mio spirito l’idea generale della città. Andiamo continuamente da un luogo all’altro e io imparo così a conoscere la pianta della Roma antica e di quella moderna, osservo le rovine e gli edifici, visito questa e quella villa, mentre ai monumenti più grandiosi non mi accosto che poco alla volta. Apro semplicemente gli occhi e vado e vedo e vengo, perché solo a Roma è possibile prepararsi a comprendere Roma.
Confessiamo tuttavia che è un lavoro ingrato e triste questo voler dissotterrare Roma antica dalla moderna; eppure bisogna fare anche questo, se si vuol godere alla fine di un’incomparabile soddisfazione. Si trovano tracce di una magnificenza e d’una distruzione che oltrepassano emtrambe la nostra immaginazione. Quello che i barbari hanno lasciato in piedi, hanno devastato gli architetti della Roma moderna.
A considerare un’esistenza che risale a duemila anni e più, trasfigurata dalla vicenda dei tempi in modo così vario e talora così radicale, mentre è pur sempre quello stesso suolo, quegli stessi colli, spesso perfino le stesse colonne e le stesse mura, e perfino nella popolazione si vedono ancora le stimmate del carattere antico, si finisce col diventare contemporanei dei grandi disegni del destino; ed ecco perché in principio riesce difficile all’osservatore il discernere come Roma sia succeduta a Roma, e non soltanto la nuova sopra l’antica, ma le varie epoche dell’antica nella nuova, l’una sull’altra…

Eppure, tutta questa meravigliosa massa di cose agisce su di noi del tutto tranquillamente, via via che si visita Roma anche solo per accostarci frettolosamente ai monumenti più insigni. Altrove, bisogna cercare ciò che ha importanza: qui ne siamo oppressi e schiacciati…
E la sera si è stanchi e spossati per aver troppo visto e troppo ammirato.
(Goethe, “Viaggio a Roma”, ed. Intra Moenia, pp. 19-20)

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Ah Faustina
il tuo seno sporgente
mi sembra un impossibile da amare
che invade la città e il mio disagio
di te, di lei, del nostro naufragare
nella distanza priva di spessore
di un cielo colmo di malinconia.

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