ultima comunicazione a mezzo notte

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(c. bresson)

Dunque l’informazione non è esatta. Non resta che prenderne coscienza. Come spesso succede, si recalcitra; si recalcitra spesso, che poi non fa piacere l’ammissione, ma negarla sconforta. Pertanto, riconoscere la vanità dei nostri soliloqui e riceverne in cambio.
L’unica cosa che qui ci rimane, è chiudere bottega, recuperare danni e negazioni,
sgombrare questa scena svuotata e scettico stampare le illusioni per metterle davanti
all’evidenza. Per non farle più illudere.
Meglio farsi un panino, qualche gita, una scopata a notte fonda in sogno; meglio una
canna – dicono – per rabberciare le riparazioni al mio volto sbarrato, ma l’occasione è
tarda e i miei fraseggi lasciano il tempo al tavolo dei morti dove mi muore la stupidità,
l’inganno, il narcisisno, l’insistenza. L’ultimo l’ho scritto per me.

L’angelo se ne andava con tutte le occasioni della vita in un borsa stretta: come l’ultimo giorno. Inseguire? Una forma disfatta.
Poco a poco scendeva dalla notte l’alba che risaliva. Suadente: una derivazione di presenza. Diversa dalla mia, la tua, l’astro sfuggente ed ansimanti forme di memoria.
Una distanza incerta.
Non ho scelte di campo e la mattina s’annuncia come una sopravvivenza. Il problema è trovare una ragione.
Stupefacenti facce di farfalla faceva la finestra. Aprire allora il fondo del bicchiere: ci vorrebbe un caffè. Per questo, ancora sibili.
Anticamente mi radevo il sole per fare della notte una scintilla. Ah, questa strana orma: mai nessuno. Quindi telefonare; non risponde. Se ricevessi? Non risponderei.
Appena poco ancora: aria di sosta. Non mi va di parlare col lenzuolo. C’erano sogni in giro. Chi mi afferra? La terra quando accosta non riposa. Hai voglia a ricercare con le mani.
Crampi di notte.
Se mi ricorderai, amami svogliatamente.
.

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