Marina Cvetaeva, da Le notti fiorentine

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(foto tratta dal web)

Il mio totale oblio e il mio assoluto disconoscimento di oggi non sono altro che la tua presenza assoluta e il mio assorbimento totale di ieri.
Quanto eri – tanto oggi non sei più.
L’assoluta presenza a rovescio.
L’assoluto non può essere che assoluto. Una tale presenza può divenire soltanto una tale assenza.
Tutto – ieri, nulla – oggi.
Il mio totale oblio e il mio assoluto disconoscimento non sono che l’eco (rafforzata!) del vostro oblio e del vostro disconoscimento – che voi mi riconosciate per la strada o meno, che voi chiediate o meno mie notizie.
Se voi non mi dimenticate come io vi dimentico è perché non mi avete mai subìta come io vi subivo.
Se non mi dimenticate assolutamente, è perché non c’è nulla di assoluto in voi, neppure l’indifferenza.
Io ho finito col non riconoscervi, voi non avete mai cominciato a conoscermi.
Se io ho finito col dimenticarvi, voi non avete neanche avuto abbastanza di me, dentro di voi, per dimenticarmi.
Che cosa significa dimenticare un essere? Significa dimenticare quanto se ne è sofferto.
Affinché io, che ieri non conoscevo altro che voi, possa oggi non riconoscervi, è stato necessario che ieri non conoscessi altro che voi.
Il mio dimenticarvi è un titolo di nobiltà in più. Un certificato del vostro valore di un tempo.
Vendetta postuma? No. In ogni caso – non mia.
Qualcosa (una grande cosa!) si vendica per me e attraverso me. Volete il suo nome che io ancora non conosco?
L’amore? No.
L’amicizia? Neanche – ma siamo molto vicini: l’anima.
L’anima ferita in me e in tutte le altre anime. Ferita da voi e da tutti gli altri, eternamente ferita, che eternamente rinasce ed è, alla fine, invulnerabile.
L’incurabile – invulnerabile…

Marina Cvetaeva, da Le notti fiorentine

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