Quando Parigi è vecchia

Andavamo spesso in quel caffè, simile ad un ritrovo di paese quando Parigi è vecchia e le campane, spesso una costrizione a ricordare.

Ci andavamo seduti, con la carrozza e i trampoli per fingere di camminare certe altezze. Sedevamo.

Si sbirciavano appunti, schizzi, sogni, tanto per darsi un tono d’altra specie, uno di quelli che non hanno gambe e si cammina solo nella carta.

Poi ne arriva una, bella come una storia lungo le sue gambe e la luna a metà come settembre, che non è estate ma neppure inverno.

Jean Pier, da solito pacchiano polifonico, fischia ripetutamente. Quella s’accosta e biscottini, caffè, molte parole che ti sembra che piova dalla bocca mentre è altrove.

Quindi l’invola, mano sui fianchi e altro. Perplessamente s’accostava notte. Le nuvole? Opzioni a scomparsa.

Ne approfittavo per rimproverarti, come spesso mi capita; involontariamente, s’intende.

D’altronde sparire è cosa seria. Occorre preparazione, avvertimento, se non altro tempo per qualche petizione al Padreterno. Certo, si sa, tutto tempo sprecato, ma almeno ci si prova.

Meno male che ho riempito la testa di libri. Anche questa potrebbe essere una variabile. I libri potrebbero infatti servire a colmare il vuoto assicurando una caduta morbida o a riempire l’incolmabile inutile del tempo. Detto per inciso, entrambe operazioni impossibili.

Forse è per questo che mi sentivo simile a Franz Tunda, quello di Roth (specifico: Joseph) che nella capitale del mondo risultava del tutto superfluo. Si si: mi sembra adatto.

Intanto s’appiattiva la circostante sempre melliflua sponda di città.

Notte come la notte verso notte. Senza cambio di vento.

Ogni tanto si univa a noi un russo (i russi sono degli asiatici francesi) pieno di tracotanza e nostalgie.

Sedeva deciso tra me e Jean Pier, trangugiando liquori e sigari, e intavolava conversazioni accese; tema: letteratura e poesia.

Non molto propenso al compromesso, asseriva la grandezza degli scrittori e poeti russi sovra qualsiasi altro sciagurato che avesse tentato di misurarsi (forse, non senza grandi torti). Jean Pier, imbevuto com’era di Parigi, opponeva Apollinaire e il suo Ponte.

Per la pittura non c’era alternativa: Chagall! Ovviamente Jean Pier sosteneva la causa degli Impressionisti. E Turner?

Ricordo anche, in giornate svagate, le discussioni su Stravinskij e Ravel. Sulle donne però andavamo d’accordo: come liuti slanciati.

Tu dirompevi da pupille enormi, fonde come qualcosa che non c’è. E mani che sanno della vita. Non potevo restare.

Zero diviso zero uguale zero. E tuttavia, un risultato lo dà.

Be’, non dovevi farlo. Bisognerebbe discuterne, almeno. Magari qualche lettera, sai quelle cose che vanno imbucate nella cassetta al portone e aspettano. O anche una notifica, una sera speciale. Ma così…

Lo so, quando la morte arriva non fa segni; quelli li vedi dopo.

A volte ininterrotta: la notte.

Ci tornavo ogni giorno a quel caffè. Anche Jean Pier (la bella l’aveva mollato a primavera, quando le ali delle rondini spiazzano l’aria e i nostri lineamenti).

Che guardavamo pigri, ridendo sotto i baffi, come per dire: illuso, ognuno riferendosi alle illusioni dell’altro, spettralmente ignaro delle proprie.

Si discorreva a lungo del non essere vago della vita, tanto per darsi un tono alla Jean Paul. Qualche volta era come se aspettassimo il passaggio di un reggimento, per dimostrare la ciclicità del tempo, di modo che uno di noi potesse andare ad arruolarsi come quel personaggio di Céline che si ritrova senza volontà a fronteggiare la morte, lasciando l’amico al bar e al sicuro. Nietzsche sarebbe stato contento. Anche Vico. Eraclito no: per lui tutto fluisce e non ritorna. Credo abbia ragione. Tuttavia, noi tornavamo. Fino a quando si può.

Finiva sempre con un sorso di anisetta: come una goccia verso l’incontrario.

Si, ci tornavamo spesso, mentre la sera declinava assorta come fanno le cose un po’ distratte che stanno attente che non sembri vero. E le falene senza alcuna luce.

Dunque, dicevo: sera dopo sera.

Transitavano orbite cadenti. Sembrano inermi. Vengono qui a morire, una volta nell’anno. Quando tornano sono già cadute. Mi piacerebbe afferrarne una, di voi, cadenti stelle, troppo deluse per volare ancora. E rilanciare, forse troppo lontano.

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