le custodi del seme: tra biologia e poesia

pensieri brevi tra biologia, psicologia e poesia

Etching: 19, 21, 23, 24, 26, 30, 31 May 1971, 2 June 1971 (L.130) 1971 by Pablo Picasso 1881-1973

Signora
le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le vesti:
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele
suoni, righe, fumi bassi che spandi.
Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno
le braccia tese
l’arte sovrastante dei ricordi
smossi dal mattino
che allaghi di torpore se li pongo
a margine del viso
e la schiuma sui fianchi ed oltre l’alba
l’autunno
il tratto d’inespresso che ti scaglia
oltre di me, di noi, dell’incosccienza.
Non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
C’era vento e parole
dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio
nei lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a seguire la forma dove passi;
raccogliere
nella bocca delusa
scintille d’ombra che si fanno voce
che non ho altro e scrivo il tuo mantello
che ricopre la terra e la mia sera.
Tu mi travasi da distanze enormi:
amarti senza averti il mio destino.

Non so come sono arrivato qui. Ci vivo, ci penso, ci amo, ci scrivo, ci disgusto o ci sguazzo, ma non so come.

Un viaggio lungo, irrappresentabile, tanto da non averne idea. Eppure sono qui; quel viaggio l’ho fatto: involontariamente.

Come sia stato possibile resta comunque un mistero. Pensandoci, rasenta l’incredibile. Basta considerare tutti i pericoli che esistono là fuori: guerre, malattie, casualità, per non parlare, in epoche più remote, dei predatori. Davvero è inammissibile che io oggi sia qui. Se si pensa a tutte le persone che l’uomo, il caso e i virus hanno sterminato, esserci è un miracolo. Ovviamente non mi riferisco a me stesso: io non ho attraversato i secoli; il seme da cui derivo sì. Che sia riuscito a trasmettersi senza interruzioni è fatto del tutto inconcepibile.

Dunque, rappresentare l’impensato, talmente impensabile che risulta persino inutile pensarci. E tuttavia occorre ringraziare.

C’era una volta la mia Eva mitocondriale. C’è ancora. Vive appartata in un filamento del DNA moltiplicato per miliardi di volte. Contiene le istruzioni per costruirne altri e almeno la metà di me stesso. E’ femmina: irrinunciabilmente. E alle femmine si rivolge; cerca accoglienza; ne trova.

Da sola non può nulla; per costruirmi ha bisogno del cromosoma opposto. Esso svolge un ruolo puramente meccanico. A rigor di logica, anche il cromosoma femminile, ma nel corso dello sviluppo si nota una differenza: le femmine sanno ricevere ed elargire, custodire e nutrire, curare e proteggere. Se lo sapessero, sarebbero un pensiero interminabile.

Il maschio ne è incapace: lascia il suo seme e passa; anche se resta. Fugge spiritualmente, mentalmente affettivamente, tutte capacità che non possiede. Una presenza superflua? Praticamente.

Noi ce ne andiamo in giro a sterminare; la femmina riceve e mette al mondo. Essa permane, nei limiti del possibile (leggi accidenti, violenze, epidemie). E’ una superstite e ci permette di esserlo finché restiamo accanto a lei. Poi una forza maligna (istinto animale) ci spinge altrove. Essa piange, riceve ancora, procrea di nuovo, mentre noi ci estinguiamo.

A volte seguiamo un altro istinto – sembra di riflessione. Porta verso il cervello. Allora diventiamo matematici, fisici o all’incontrario artisti, ma è soltanto un’altra forma di fuggire: un sublime che estrania.

La capacità femminile di accogliere, proteggere e procreare è stata la mia salvezza. Il maschio mi ha dato una pennellata; poi, in un modo o nell’altro, scompare. Personalmente faccio anche peggio. Comunque, se le donne non avessero partorito e curato, in qualche modo persino immaginato tutti coloro che mi hanno preceduto, io non ci sarei.

Vorrei conoscervi tutte, madri dei tempi, madri del mio tempo. Sapere il vostro nome, come avete vissuto, sentito, sperato. Godere ancora della vostra protezione nel profondo del ventre e delle braccia: proteggervi. Vorrei vedere il vostro volto, il corpo, il seno che ha nutrito la mia possibilità di esistere, il ventre dove siamo stati, io e i miei padri e madri. Vorrei potervi parlare, decisamente ringraziare e dirvi, per quanto sconosciute, che vi amo.

Voi siete l’antico mito di una Madre che vogliamo vergine ed esclusiva; siete l’idea di esistere nella cura e nel perdono; la mia ascesa all’eterno, il mio sostare, la mia permanenza e scivolare il tempo lungo il nulla del tempo. Siete l’eccezione alla morte, il tentativo della sua smentita, l’irrinunciabile potenza dell’amore, la negazione di tutto ciò che è futile, fuggevole, volgare. Siete l’istinto di conservazione, la propensione ad essere, la nostra unica possibilità, anche quando imppazzite. Siete il progetto dell’esistenza, ovunque e comunque, della presenza a oltranza, di un senso insito nell’immaginale, privo di conoscenza ma non per questo meno vitale. Se esiste un Dio, per come ha concepito il mondo, ne siete la smentita. Se potessi conoscervi vi aiuterei a capire; lo faccio con le donne che mi frequentano professionalmente. Forse è per questo che sono qui e, forzando un po’ la mano, che in qualche modo mi ci avete portato: come se vi parlassi. E tuttavia sfuggite in fondo al tempo: io di voi non so nulla, tranne che sono qui.

Non posso ricordarvi senza un volto; farò vostro il viso che, tra la foschia e le rocce, vi ha dato Leonardo. Farò vostro quel volto per immaginarvi molte in una: sarà sempre pochissimo. Ma nella terra che è parto di fatica, vi rappresenterò con Caravaggio, nella sua Madonna dei Pellegrini. Una donna grossolana, del popolo e nel popolo: una Madonna vera. Non servirà a conoscervi, ma per lo meno a rappresentare la Madre e l’incoscienza del suo infinito senso del restare.


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