Anobii: recensione Metafisiche a terra

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Ringrazio Chiara Germani per questa bella recensione su Anobii al mio “Metafisiche a terra”, ora anche in versione cartacea

“Metafisiche a terra” invita a prendere distanza dalle posizioni definite, approdando in questo modo a dimostrare la fondatezza di una contraddizione, ovvero la potenziale essenza terrena e reale della metafisica. Il libro è un percorso di riscoperta e liberazione della dimensione del sacro: parla di anima, e di un dio – possibile – perché ne scioglie la percezione da quell’ideologia che come tale pretende posizione ferma. L’idea nel testo si fa strada gradualmente, nell’imbarazzo di chi leggendo riconosce di aver taciuto la dimensione del sacro, con l’illusione d’aver scelto il partito solido e razionale dell’esistere, come se la vita non fosse ambivalenza. Per esplicitare questo imbarazzo l’autore accenna alla struttura della nostra natura, ricordando che “siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere”, un “linguaggio complesso e plurale” ⁱⁱ, contraddittorio, quindi difficile da rappresentare a sé in serenità; prevale così in ognuno la fazione più rassicurante, o quella che per qualche motivo restituisce un’immagine più innocua o congrua di sé, mentre quella opposta si tace, in questo caso sull’asse che va dall’ateo al credente. Nel profondo esistono elementi liquidi che non hanno connotazioni di giusto o sbagliato, semplicemente sono, e unitamente fanno parte di ciò che siamo. Sospendendo il giudizio che porta a questa scissione, la lettura conduce a riconoscere come si possa partecipare, allo stesso tempo, al sacro e al reale, affrontando uno dei più complessi tabù della contemporaneità: come è possibile credere in dio? Riportandolo a terra: “L’anima non viene da dio: lo fa.” ⁱⁱⁱ
Dio è figlio dell’anima dell’uomo, è il percorso del suo sentire, e come tale cambia, come l’uomo cambia.
La sua presenza è ondivaga; a volte vivo, come raro incontro con l’altro (Dialoghi dall’istante), come antitesi (Lettere dal Ponto), radice e appartenenza (Ai confini di Grecia), come smarrimento e pena (Notti di Varsavia). Spesso è rifiuto, e morte (La conversazione). E’ dunque a nostra immagine: “un frammento. Un precario senza condizione e quando siamo nulla, allora nulla.” ⁱ⁴ E’ il nostro fragile senso del sacro, nel mondo reale, nella particolare visione che ciascuno ne trae.

“Si provi a pensare all’idea di una casa, un tempio, una città, un fruscio tra le foglie, un sogno,
quando la notte invita nell’altrove, o ancora un timore, un desiderio, una forma comunque rappresentata, come avviene nell’arte. Ebbene, questi moti dell’anima sono dio e molto altro ancora.”
(…) “Sarà seno di sera, gonna aperta; sarà sudore, fieno, corsa fiato o volo delle api in primavera.
Sarà ronzio, sonno colmo di rosso del mio vino”. ⁱ⁵

Dio è rifiuto quando l’ambivalenza è negata, quando il giudizio spinge alla rinuncia del plurale che ci abita, alla rinuncia della comprensione del plurale che abitiamo, nella ricerca forzata di un’identità forte, ma illusoria, che non fa che ripetere vacuamente gli stereotipi di se stessa. E il rischio di questa condizione non si limita ad essere l’annullamento della capacità personale di vivere appieno, ma diventa mostruosità quando elevata a sistema: genera l’inquisizione, il fascismo, l’integralismo. Oggi, ieri l’altro, come quattrocento anni fa. Quando si raccoglie questa consapevolezza si è disposti a morirne, perché abiurarla significherebbe, in fondo, la stessa cosa. Giordano Bruno bruciò per questo:

“Dio è in ogni luogo e in nessuno, fondamento di tutto, di tutto governatore, non incluso nel tutto,
dal tutto non escluso, di eccellenza e comprensione egli il tutto, di defilato nulla,
principio generatore del tutto, fine terminante il tutto. Mezzo di congiunzione e di distinzione a tutto, centro ogni dove, fondo delle intime cose. Estremo assoluto, che misura e conchiude il tutto,
egli non misurabile né pareggiabile, in cui è il tutto, e che non è in nessuno neanche in se stesso, perché individuo e la semplicità medesima, ma è sé.” ⁱ⁶

Ambivalenza non è in questo testo solo titolo e argomento. E’ anche stile. In rapido sguardo
per l’alternanza di prose e poesie. Ma oltre, anche per il modo in cui l’autore disegna questi brevi momenti di sacro, in una rassegnazione che sembra negarli, in un diminuendo che giunge sino
a scenari glaciali, con la descrizione di paesaggi interiori di un io sospeso e disperso, morte di tutto.

“Dicono si ricordi. Come se l’acqua e i suoi riflessi riproponesse tutti i tuoi fondali. E l’assurdo del tempo. Dicono non ci sia molta distanza, in un appiattimento verticale e ciò che è orizzontale si condensi.
Dicono dunque si raduni: la nostalgia dell’acqua senza fondo. E ti trovi disperso.” ⁱ⁷

E’ una dimostrazione in sottrazione di uno stato prezioso, inquietante e sfuggente; precarietà
la sua sostanza e il suo limite, cui non c’è cura. Ne deriva inaspettatamente un senso di liberazione,
ma anche pena, per la descrizione lucida a giudizio sospeso di una condizione imperfetta: incontriamo
la possibilità di partecipare a ciò che è sacro in questo mondo, ognuno a suo modo, episodicamente, forse.
A questo punto consapevolezza e pena non sono solo rivolte a sé, ma si estendono anche alla condizione dell’altro, come plurale esterno in cui ricercare e ricucire il proprio linguaggio interno complesso, un tutt’uno che fa eco a l’idea di dio di Giordano Bruno, e così descritto da Céline nel suo Viaggio:

“Si ricomincia a vedere tutto, tutto semplice, tutto duro. Gli argani qui, le palizzate dei cantieri laggiù
e lontano sopra la strada ecco che tornano da più lontano ancora gli uomini. Si infiltrano nella luce sporca a gruppetti intirizziti. Si riempiono di luce tutto il volto per cominciare passando davanti all’aurora.
Vanno più lontano. Si vede bene di loro solo i volti pallidi e semplici; il resto appartiene ancora alla notte. Bisognerà pure che muoiano tutti un giorno anche loro. Com’è che faranno?
Salgono verso il ponte. Dopo spariscono a poco a poco nella pianura e ne vengono sempre altri, di uomini, ancora più pallidi, via via che la luce sale dappertutto. A cos’è che loro pensano?” ⁱ⁸

Dio, così generato dall’uomo, sarà allora il sospiro della terra, quando si guarda e si riconosce…

“Non aveva parole: sospensioni.
Un sussurro, un’inquietudine, un sollievo a volte, quando il bisbiglio si faceva voce.
Dava respiro a ciò che resta in fondo, all’escluso, all’inatteso, alla mia debolezza non gradita.
Ispirava nostalgia o qualcosa che vi somigliava. Forse ignota, forse d’ignoto.
Una strana speranza, senza pensare di poter sperare. Si presentava come una proposta; un azzardo, un’assenza costante di una presenza invisibile vissuta che ignoro ma conosco e diluita aspiro nel vano dei suoi giorni senza ore.” ⁱ⁹

…in un sentire dolceamaro e reale che permette ad ognuno la sua preghiera.

(“Ondivago mare, sei pronto a salpare?” (…) “A udire questo invito il mare senza por tempo in mezzo si arrotolò dalla terra all’orizzonte come un tappeto, e lasciò nude le miserie, le vergogne, le sozzure che la terra nasconde sotto il liquido manto. A vedersi scoperta e così brutta, la terra sciolse in pianto ed è facile capire che il pianto della terra non è se non una pioggia capovolta, che dalla terra cade sul cielo”.)ⁱ

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