“Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham. Nota sullo scrivere poesia

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Scrivere poesia è spesso esercizio consunto, nel senso di attingere ad un pozzo prosciugato dove giacciono sempre le stesse emozioni, portate nuovamente in superficie, con l’unico risultato di ingenerare nel lettore un senso di disinteresse, noia, già vissuto, che nulla aggiunge alla scarsità dell’essere del quotidiano.

Scrivere poesia può dunque risolversi – ripeto, a volte – in un ribollire asciutto, un senso di vacuità, uno sbadiglio. Più spesso un ritorcersi di viscere non meglio identificate perché non identificabili, dato che le viscere, come le emozioni, sono sempre le stesse.

Ora il punto è esattamente questo: bisogna saper scrivere. La cosa non mi riguarda (personalmente, soltanto qualche guizzo, qualche lampo saltuario: piove poco). Ieri, però, ho trovato qualcuno che è capace di farlo e sono rimasto fulminato.

Si, se trovi qualcuno che sa scrivere ti fulmina (per fortuna capita raramente) e da questa fulminazione è difficile uscire: ci si resta (fulminati, dico). Perché scrivere non è soltanto addensare parole, dopo aver partorito qualche pensierino e poi giù, su carta. Scrivere è ben altro. E’ un addensamento che TI addensa e ti fa diventare quelle parole. Ti scarta da te stesso, ti spiazza, ti rivolta, ti dà dell’imbecille: ti fa amare.

Scrivere, infatti, non è scrivere: è inventare nuove modalità di espressione. E’ inventare la lingua, il modo di usarla, rinnovarla, renderla diversa da se stessa, partorirla, partorirla ancora, farla nascere e rinascere dopo averla fatta morire e nascere di nuovo, fino a non riconoscerla più. Cos’è questo? Si chiederà la lingua. Una lingua nuova: esistenza.

Traggo da “Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham:

“Lì davanti, lo so, già lo sentiva sommuoversi in sé, lo sguardo,

quella cosa che saetta nell’ammasso di rocce

già in lui, là, rilucente tra i detriti, che sussurrava Volevi restare

completamente illeso? ­

il punto-di-vista che saettava in lui, testa rilucente nel cumulo di

cenere,

che sibilava C’era una volta, e poi Girati ora caro rivolgimi quello

sguardo

quel colpo perfetto, dammi il luogo in cui vengo cancellata…”

(Jorie Graham “Orfeo ed Euridice”, in West of your cities, Minimum fax, Roma, 2003).

Questo linguaggio scarno, singhiozzante, apparentemente surreale ci consegna ad una terra di nessuno dove l’impossibile si inoltra e ci trasporta. Stupiti, ci affidiamo a quei passaggi dove il Mito scompare, trasformandosi in qualcosa che ci riguarda molto più da vicino, non un Ade trascorso e improbabile, ma una qualsiasi strada di una qualsiasi nostra città, un Ade sotto casa, un bar dove sedersi a un tavolino e osservare il passaggio, un’uscita da teatro dove incontrare qualche amico che non sapevamo di avere, un occhio fuori dalla testa che ci saluta e dice: “guardami” ed attraverso noi “guarda”, perforando il nostro comune modo di vedere. Ci fa vedere qualcosa che avevano consegnato al consueto e neppure supponevamo potesse esistere diversamente. Invece è così: esiste diversamente.

“La cosa, deve aver pensato lui, poteva essere messa a riposo, là,

nello sguardo

poteva tornare a giacere nella polverulenza, rinunciando al proprio

contorno?

(…)

Poiché vedi lui non riusciva più a essere sposato a questo

campo che contiene minuti

chiamato donna, la sua presenza in lui la cosa chiamata

futuro …

Ciò che lui sognava era questa strada (nel percorrerla), questa

polverulenza

ma senza i loro passi, le loro impronte, senza

canto…

Ciò che lei sognava, nel guardarlo girarsi con la curva della strada

(riesci a

capirlo?) _ ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…

E certo lei poteva già sentirlo in lui, lì davanti, quel-volersi-girare-e-

proiettare-la-sagoma-su-di-lei

con il proprio sguardo

che sigillava i margini

dicendo Ci siamo già visti da qualche parte cara, vero,

dicendo Sei il tipo di donna che eccetera _”

(Jorie Graham, Ibidem).

Ora, tutto questo va al di là del semplice immaginabile: è immaginare puro, ma senza scomparire nel reale.

“Ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…”

Perché scomparire nel reale, visto il “reale” consueto nel quale, volenti o nolenti, ci aggiriamo, è una sottile forma di scomparire. Uno scomparire nella consuetudine, cioè il modo peggiore di non essere visto. Un reale talmente implicito da essere ignoto, talmente “reale” da non essere riferibile a Orfeo e Euridice, ma a qualcosa di diverso, un diverso modo di essere Orfeo ed Euridice che rende il mito vivo, lo fa esistere, lo trasporta nell’esistenza del simbolo che diventa reale, ma nel senso di “significare”, ossia Orfeo ed Euridice “significano” qualche cosa. Non Orfeo ed Euridice che conosciamo fino alla nausea e che, va bene, è carino, ma chissenefrega!. Significa invece il nostro renderci conto, il nostro non far “scomparire nel reale” qualcosa di essenziale, di cui non si può fare a meno se davvero si vuole esistere nel reale, qualcosa di intangibile che mi sento di tradurre con le parole ricerca e amore: ricerca dell’amore.

La Graham è simbolo vivente: questo crea coscienza e “poesia”, nel senso di trasformazione dell’intangibile in tangibile e, per questo, disponibile per chiunque si prenda la briga di leggere e lasciarsi trasportare dove non serve un viaggio, ma presenza.

Il testo non finisce qui, ma non trascrivo altro perché l’universo è incompiuto.

Si dice che Dio sia Infinito, anche quando parla, ma non ho mai letto niente di Suo. Solo qualcosa che gli somiglia.

Nota biografica.

Jorie Graham è nata a Roma nel 1950 ed è cresciuta in Italia e in Francia; attualmente insegna ad Harvard. Ha pubblicato nove libri di poesia, tra cui Dream of Unified Field che ha ricevuto il Premio Pulitzer nel 1996.


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