La musica dei tarli

 

Come si fa a scrivere di noi adesso che il mondo non c’è più: a me sembra impossibile. Eppure lo abbiamo fatto, l’impossibile: scrivere.
A piedi per l’Europa, negli stivali, su un treno da una stazione all’altra, fino a Parigi, che sembrava l’unica cosa che restava, quando ci siamo accorti che non era vero.
Per ricordare, abbiamo dovuto affidarci a delle statue di cera, per accorgerci che erano soltanto mostri, e per quanto abbiamo tentato di costruire un muro tra la retina e l’anima, non ci siamo riusciti, Joseph, e questo, temo, ci abbia ucciso, ma saresti morto lo stesso.
Il vino non è un muro, Joseph, un ospedale sì. Ne ha quattro di mura, tutta una stanza, e per non accorgersene bisogna essere ubriachi. Per morire senza accorgersene, perché eravamo ormai diventati superflui e la morte è quanto di più superfluo si possa immaginare. Il fatto è, Joseph, mio caro, che il tuo mondo era finito e non avevi la forza di immaginarne un altro. Oggi sta succedendo a me.
Dunque dovevamo morire per tentare di riconoscerci almeno un po’, ma quando abbiamo deciso di dichiarare superfluo anche l’altro mondo, davvero abbiamo deciso che non esiste alcuna decisione e non ci restava che chiuderci in una stanza di una misera pensione, sul letto, di fronte a un vecchio armadio, per scoprire che suonava: la musica dei tarli.
Quello che mi hai fatto capire, a Zotlogrod, dove la primavera viene un giorno, o nella taiga, dove non viene mai, o nella neve che vive nei paesi, nella musica che scompare, nella zuppa di cipolle e negli infermi, è che il mondo che ci è scomparso ci è scomparso e non c’è più neppure un Ebreo che vada in giro, perché il mondo non gira e, mentre girava, mi hai fatto capire che anche il mondo che amavamo tanto era del tutto superfluo.
Molti anni dopo la tua morte, un altro scrittore mi ha detto che, dopo di te, era impossibile scrivere. Ne sono convinto. Dunque, come vedi, siamo stati superflui.


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