Brevi note sulla paura: dello scrivere e altro

 

Dunque, che cos’è la letteratura, quella vera, quella seria, quella che quando piove ti rovescia l’ombrello ed ogni protezione immaginaria? Quella che dello stile fa sostanza, e magari non dice proprio nulla, tipo Manganelli, una semplice collezione di parole e tuttavia una costruzione, che alla fine vedi un palazzo e allora ne capisci il disegno senza vedere i singoli mattoni, le stanze, i corridoi e l’ossatura è un dubbio (Kafka). Dunque, che cos’è la letteratura? Un palazzo, si potrebbe dire, di quelli che ecc. ecc. Oppure un ombrello rovesciato. O la pioggia.
Generalmente, come la pioggia rispetto al sole, la letteratura è una voce contraria. Rispetto a cosa?
Se la ascoltiamo (vorrebbe dire: leggere) ci accorgeremo che si tratta di una voce di poveri, nel senso che la letteratura è una sconfitta. Si pensi a J. Roth e a tutti i suoi personaggi votati alla perdizione, al suo mondo che muore, alla scomparsa della voce stessa. O a Singer, le cui storie sono storie di gente che non c’è: impossibile incontrare un personaggio di Singer a meno di vivere dove la notte sostano i fantasmi. O a Céline, che nella sua crudezza spaventosa parla dello spavento del mondo. Un mondo spaventato: di se stesso. O ancora diamo un’occhiata a Schmidt e al Leviatano che lo sconfigge sempre: impossibile farcela. Senza una costruzione di sostegno, come diceva Freud, nessuno ce la può fare. Quella costruzione potrebbe essere la letteratura, che ti dice che hai perso.
Ma la sconfitta torna. Per quanto ci si sforzi, si scriva, si legga, ci si bagni, ritorna. Il vecchio Casanova di Schnitzler, che non si arrende mai e, sconfitto, tesse le sue trame per tornare. Per sconfiggersi ancora. Dunque siamo sconfitti; allora perché scrivere, leggere, bagnarsi o costruire palazzi senza ossa? Per perdere, unico modo di capire il mondo. E starci dentro, senza arrendesi mai.

Della letteratura fa parte la poesia? Dicono di sì. Non smentirò. Tuttavia, se la letteratura fa delle pietre pietre, la poesia sconfina. Essa non ama il duro: lo teme. E allora i lirici, per quanto la bellezza li accompagni (a volte, rarissime), fingono di non perdere. Per questo ricorrono all’illusione. In genere l’amore.
Amore: cosa vuol dire? Secondo Céline è roba che andrebbe lasciata ai cani. Un’esagerazione? Senz’altro, ma secondo Freud l’amore non è altro che uno stato di grave alterazione mentale. I lirici (o i poeti in genere) sono allora degli alterati mentali, dei pazzi che non sanno di esserlo. Consiglierei loro di leggere Bernhard e fare con lui una visita allo Steinhof (manicomio viennese). Forse basterebbe camminare un po’ in sua compagnia.
Dunque la poesia è paura. Una finzione che si illude di impazzire (amare) per ignorare di essere pazzi. Un’attività consolatoria, la poesia; una consolazione di cui il mondo si serve per sconfiggerci. La poesia potrebbe essere allora il nostro modo di sconfiggerci senza saperlo mai. In tal modo si nutre la sconfitta. Se proprio vogliamo fare poesia, si prenda esempio da alcuni poeti americani contemporanei che scrivono del mondo senza troppe illusioni. Di loro e del loro rapporto con la poesia – che poi è un modo di stare al mondo – si può dire: scrivo per sapere che vedo. Altimenti, it’s only make believe.


3 responses to “Brevi note sulla paura: dello scrivere e altro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: