Sul tragico

 

 

“Ma in questo atto, in questo procedere sulla via che il patimento ha aperto, riusciamo a superare anche i decreti della Sfinge, i decreti apollinei, i decreti del tempo che tutto vede e tutto giudica, secondo la sua strana e terribile giustizia. Qui l’uomo si sa nella sua terribile precarietà che gli concede un rapporto con il mondo che nemmeno gli dei possono avere: gli permette di sapere le cose nella loro fragilità che è, come ha detto Weil (Q, III, 387), il contrassegno della loro irrevocabile realtà. Per questo, come dice ancora Ricoeur, “la salvezza nella visione tragica non è fuori della tragedia ma nel tragico stesso”.
Non c’è difesa contro il pathos tragico, perché, secondo il pensiero tragico, senza questo patimento non vi sarebbe pensiero alcuno. Ed è al culmine di questo patimento che troviamo il senso stesso dell’umano: “nel punto in cui non si è più capaci di sopportare che esso continui, né di esserne liberati”, come scrive ancora Simone Weil (Q, II, 43). Nel punto in cui l’uomo, in questa lacerante contraddizione, che sembra sempre sul punto di annientarlo, è posto egli stesso, con il suo fragile essere, come il luogo di tensione tra questi contraddittori irriducibili: è vissuto e si vive come un limite e una soglia”.
(Franco Rella, “Le soglie dell’ombra”, Mimesis, Milano, 2018, pp. 40-41.

 

 

 


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