In attesa del sonno

(Magritte)



La malattia è un ergastolo cauto, a intermittenza: ti rinchiude e poi ti lascia andare.
In vacanza, dopo mesi passati in ospedale, si torna a casa _ si riposi _
ma questo è un fatto interno.
Se è possibile definire una vacanza, direi: stato di sospensione. 
Apparente: cambia solo la scena.
Dunque a casa, dove la scena si riveste argento: il colore degli anni.
Qui ti incontri. Ti incontri, dico (in ospedale non ci sono specchi altrimenti ti ammazzi.) 
Ti incontri secondo variazione: giorno per giorno cambia. 
In ospedale no: giorno per giorno è uguale.
Ti ricordi per esempio l’altra notte?
Bé, cosa vorresti dire?
Io? Niente.
Cambia a seconda dei desideri dell’occulto. Costui è un ospite perenne di difficile decifrazione (occulto). 
Abita cantine sconosciute, campi di rovi e sterpi; d’estate sale da profondità marine, 
anse di fiume e fango, pozzanghere di campagna, canneti. 
Viene di notte e ti prepara i piani per il giorno: a che pensiamo oggi?
E se non volessi pensare? No no no: oggi pensiamo a… Questo è l’aspetto ergastolare: sei costretto a pensare. 
E’ anche un aspetto della malattia. I malati non possono altro che pensare: serve per non andare all’altro mondo.
L’occulto è incapace di pensare; chiede di farlo a te. Lui ci mette la roba. Generalmente chiede rievocazioni.
Guarda, c’era la luna, c’era un vento leggero sulle scale (avevi lasciato la porta aperta).
Ma io sono malato. Sono stanco. Avrò diritto di dimenticare.


5 responses to “In attesa del sonno

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