Lettera all’irrisolto

Mia cara,

ti scrivo per passare la giornata e sciocchezze del genere.

Il paese è diventato piovoso, come aveva intuito Baudelaire e la modernità ci asfissia come un estraneo stolto circondante. Lacera, con le lacerazioni che comporta, ma nessuno risolve.

Nella città: stridore. Acuto, come un rumore muto e tutto è uguale a tutto senza dire. Non so cosa siamo diventati.

Heidegger afferma che si muore di noia nell’uniforme identico che torna, ma è influenzato da Nietzsche. Io mi riduco a goccia quando piove. L’urto è duro.

Leggevo sere fa, tra poca luce: L’angoscia, come la noia da cui essa deriva, è ‘l’essenziale impossibilità di una possibile determinazione’. Questo è per Heidegger lo spaesamento assoluto. E dunque ‘tutte le cose e noi stessi naufraghiamo in uno stato di indifferenza’ […] Le cose, noi stessi, ci si mostrano soltanto nell’atto di scomparire, nell’atto dell’allontanamento. E questo eclissarsi manifesta il nulla’.

Infatti, l’inferno della ciarla, la chiacchiera insensata, rivela, nella sua insensatezza, proprio il vuoto che essa vorrebbe nascondere. L’angoscia non comprende il nulla: il nulla si manifesta nell’angoscia così come l’essente in quanto totalità si manifesta nello spaesamento. L’angoscia che regna nel ‘paese piovoso’ non ammette fuga” (Franco Rella, Miti e figure del moderno, Pratiche Editrice, Parma, 1981, p. 62).

Anni fa, è venuto un signore da Vienna, uno di quella setta di Giudei che Tito non è riuscito a sterminare. Dice che tutto è dentro e quello che ritorna siamo noi nella nostra incapacità di conoscere. Arcaismi, dice, privi di coscienza. L’universo è nel tempo dentro l’uomo, ma se restiamo nel divaricato eternamente inutile, nulla si compie, meno che mai noi stessi.

Parla di mente inconscia, una regione estranea ma presente, tipo… raffigurati l’Ade! Ombre di noi che vagano noi stessi: tornano e tutto resta uguale. Non è luogo d’altrove: siamo noi l’incomprensione, tutto quello che sfugge. In esso non c’è conciliazione e la coscienza evita terrori. È una base senza base, un fondo senza terra, privo di tempo, luogo, poesia. Molti vi hanno scorto le fonti della vita, quanto meno dell’arte; esso è luogo di morte. Il nulla interno, l’essere che non c’è e tuttavia si muove, manifesta, parla. È invisibile: lo si può scorgere solo dagli effetti. Dunque precarietà senza sostanza. E preme, accosta, svia, lancia languori; quando ti ammala parla. Siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere; attribuisce ad altro senza noi   

Leggevo: “Ma questo ‘andersdenken’ è il pensiero della parzialità, della precarietà, dei linguaggi che non dicono mai tutto e che spingono ad una analisi interminabile, che può essere decisa soltanto dalla prassi, all’interno di una costruzione storica, in una ‘formazione di compromesso’. Ed è proprio questa ‘parzialità’ che permette al sapere dell’inconscio di far parlare e di rappresentare il soggetto come tensione, come spazio di contraddizioni, come una costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in una unità superiore mirabilmente conciliata, ma piuttosto parlano il linguaggio, esso stesso complesso e plurale, della ‘figura’. La figura, che come diceva Musil, oscilla tra i due mondi senza cancellarne la differenza, ma piuttosto rendendola rappresentabile” (F. Rella, op. cit., p. 92).

Qui, nella stagnazione, nulla si rappresenta, come in un “mal di mare in terra ferma”. (F. Kafka, Racconti, Mondadori, Milano, 1970). E dintorno l’assente.

Come diceva Nietzsche, occorre “costringere il proprio caos a diventare forma”. (F. Nietzsche, Opere, vol. VIII, 3, pp. 85-86). Ma quale forma? Troppe visioni intorno senza conciliazione.

Da tempo non ti scrivo e, immaginando, forse, le forme dovrebbero essere molteplici danzanti: uno sforzo di esistere.

Come ti raccontavo piove sempre. Non avremo passioni che non siano tristi.


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