L’angelo balbuziente

(immagine di luciana riommi)

Ne avevo uno piccolo, dicono trasparente, ma non ha importanza.

Era piccolo ed era balbuziente, dice per colpa mia, per tutte le domande che gli rivolgevo che gli si accavallavano in bocca e non riusciva a rispondere.

Allora disse che comunque potevo ascoltarlo, che parlava dentro e dovevo sentirlo senza voce. Dentro, diceva, senti dentro e per parlargli cominciai a parlare dentro.

A quei tempi mio padre mi aveva comprato un banchetto di scuola per fare i compiti. Aveva un buco per inserire il calamaio e una scanalatura per le penne. Era azzurro e si poteva ripiegare.

Ne ero molto soddisfatto e ci sedevo dentro, parlandomi dentro. Leggevo anche dentro, in modo che l’angelo potesse sentirmi, ma non mi sentiva chi mi stava intorno e mi rimproveravano di fare finta di leggere. Leggo dentro! – protestavo – ma niente.

Molti anni dopo, qualcuno mi disse che mio padre mi considerava un “grande bambino”, una specie di idiota. Io, un analista, uno che insegna, uno che scrive! E tutto questo perché mi ero rifiutato di riscattare i suoi fallimenti rivivendo la sua vita al posto della mia. Giunsi all’inevitabile conclusione che mio padre era un idiota.

Dunque, non solo Kafka aveva avuto un padre idiota. No, non solo.

Oggi, dopo molti anni, ho risentito qualcuno che mi parlava dentro e mi diceva: “parlami di me”. E di te mi sono ricordato, e del fatto che esiste una cosa che non si compra al super-mercato o alle bancarelle di quartiere, una cosa che pochi sono disposti ad acquistare perché ha un prezzo altissimo. Si chiama fedeltà a se stesso: quell’angioletto che parlava dentro ne era una prima forma.


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