Archivio dell'autore: giovanni baldaccini

In un’attesa incerta

(Rembrandt)

Quando sarò più vecchio dei miei anni
e forse antico
non avrò modo di pensare ancora
i luoghi che sapevo
e privo
delle cose correnti
sarò come un bambino accantonato
in un’attesa incerta
che ancora ignora chi prenderà cura
dei sassi che ho lanciato nello stagno
dei cerchi d’acqua
della sabbia sfusa
senza sudore senza la mia onda
né i raggi dei miei tronchi
e le mie foglie
sparse di rado dove si cammina
e per questo lasciate dove il tempo
percorre viali vuoti e vuote sere
non so 
se nascerò di nuovo umano
o se avrò un dio da custodire dove
lascio andare la voce
alle domande che non ho rivolto
senza sapere se potrò guardarti.

Luoghi di terra

(Immagine di luciana riommi)


Si tentavano riti iniziatori
ma
non iniziava nulla.
Perplessi
discendemmo le scale
fino al bacino grande
dove il giorno compone le parole
che la notte confonde.
Noi ci sognammo insieme
i laghi, i fiumi, le foci al mare immenso,
i monti dove l’aquila sorvola
luoghi di terra.
Allora risalimmo
privi di morte
che ci aspettava al sole.


La stanza

(Guttuso)


La stanza in cui conservo le ossessioni
le più lontane mai dimenticate
certe volte mi chiama per lenire
e ci sediamo muti
con la mia folla triste
in attesa di un gesto da lontano
che ci riduca al minimo
come succede agli uomini delusi
e agli anni.

Frammento


Non identico a me
trascorro suoni
di cui ti parlerò se sarà giorno
e tu, che sei la sera,
trasporti forme al limite del niente
e siedi
dove non c’è più tempo.






Alla mia estraneità

(immagine di Luciana Riommi)


Tu mi riservi sempre imprecisioni
emendamenti fasci di domande
ed ostinata bussi
alla mia estraneità
come una spina piccola
un’assenza invisibile vissuta
nel tuo sostare impavida
al margine di un’illusione
che diluita aspiro.
Non so di te
dei nostri disavanzi
ma forse la visione del tuo luogo
diventa un’astensione che compensa
la nudità di esistere
in una incomprensione cui rimando
le proposte azzardate che mi accenni
d’attesa
e sfinimento
nel trasporto dei giorni.

(Tratta da "Antologia Fermenti N. 11", Roma, 2017)

Come fanno le sere

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(van gogh)


Si salivano chine, dopo infinite altre
si
rilasciavano fogli, certificati di non appartenenza
nel
tentativo di non appartenere
a questa lunga fine della storia
nata
da ulteriori distanze
lungo le foci inutili del niente.
A volte si lasciava 
che i passi si fermassero
e i pensieri
che scrivono il reale
ci impegnassero 
nell’inutilità di comparire
come fanno le sere
notti di stelle al seguito 
di un disimpegno estremo
la mia dimenticanza.


Lettera all’irrisolto

Mia cara,

ti scrivo per passare la giornata e sciocchezze del genere.

Il paese è diventato piovoso, come aveva intuito Baudelaire e la modernità ci asfissia come un estraneo stolto circondante. Lacera, con le lacerazioni che comporta, ma nessuno risolve.

Nella città: stridore. Acuto, come un rumore muto e tutto è uguale a tutto senza dire. Non so cosa siamo diventati.

Heidegger afferma che si muore di noia nell’uniforme identico che torna, ma è influenzato da Nietzsche. Io mi riduco a goccia quando piove. L’urto è duro.

Leggevo sere fa, tra poca luce: L’angoscia, come la noia da cui essa deriva, è ‘l’essenziale impossibilità di una possibile determinazione’. Questo è per Heidegger lo spaesamento assoluto. E dunque ‘tutte le cose e noi stessi naufraghiamo in uno stato di indifferenza’ […] Le cose, noi stessi, ci si mostrano soltanto nell’atto di scomparire, nell’atto dell’allontanamento. E questo eclissarsi manifesta il nulla’.

Infatti, l’inferno della ciarla, la chiacchiera insensata, rivela, nella sua insensatezza, proprio il vuoto che essa vorrebbe nascondere. L’angoscia non comprende il nulla: il nulla si manifesta nell’angoscia così come l’essente in quanto totalità si manifesta nello spaesamento. L’angoscia che regna nel ‘paese piovoso’ non ammette fuga” (Franco Rella, Miti e figure del moderno, Pratiche Editrice, Parma, 1981, p. 62).

Anni fa, è venuto un signore da Vienna, uno di quella setta di Giudei che Tito non è riuscito a sterminare. Dice che tutto è dentro e quello che ritorna siamo noi nella nostra incapacità di conoscere. Arcaismi, dice, privi di coscienza. L’universo è nel tempo dentro l’uomo, ma se restiamo nel divaricato eternamente inutile, nulla si compie, meno che mai noi stessi.

Parla di mente inconscia, una regione estranea ma presente, tipo… raffigurati l’Ade! Ombre di noi che vagano noi stessi: tornano e tutto resta uguale. Non è luogo d’altrove: siamo noi l’incomprensione, tutto quello che sfugge. In esso non c’è conciliazione e la coscienza evita terrori. È una base senza base, un fondo senza terra, privo di tempo, luogo, poesia. Molti vi hanno scorto le fonti della vita, quanto meno dell’arte; esso è luogo di morte. Il nulla interno, l’essere che non c’è e tuttavia si muove, manifesta, parla. È invisibile: lo si può scorgere solo dagli effetti. Dunque precarietà senza sostanza. E preme, accosta, svia, lancia languori; quando ti ammala parla. Siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere; attribuisce ad altro senza noi   

Leggevo: “Ma questo ‘andersdenken’ è il pensiero della parzialità, della precarietà, dei linguaggi che non dicono mai tutto e che spingono ad una analisi interminabile, che può essere decisa soltanto dalla prassi, all’interno di una costruzione storica, in una ‘formazione di compromesso’. Ed è proprio questa ‘parzialità’ che permette al sapere dell’inconscio di far parlare e di rappresentare il soggetto come tensione, come spazio di contraddizioni, come una costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in una unità superiore mirabilmente conciliata, ma piuttosto parlano il linguaggio, esso stesso complesso e plurale, della ‘figura’. La figura, che come diceva Musil, oscilla tra i due mondi senza cancellarne la differenza, ma piuttosto rendendola rappresentabile” (F. Rella, op. cit., p. 92).

Qui, nella stagnazione, nulla si rappresenta, come in un “mal di mare in terra ferma”. (F. Kafka, Racconti, Mondadori, Milano, 1970). E dintorno l’assente.

Come diceva Nietzsche, occorre “costringere il proprio caos a diventare forma”. (F. Nietzsche, Opere, vol. VIII, 3, pp. 85-86). Ma quale forma? Troppe visioni intorno senza conciliazione.

Da tempo non ti scrivo e, immaginando, forse, le forme dovrebbero essere molteplici danzanti: uno sforzo di esistere.

Come ti raccontavo piove sempre. Non avremo passioni che non siano tristi.


In una sera persa verso est

(Chagall)

Sembra difficile accettare 
ma non lo è affatto (mi dicevi)
mentre qualcosa trascurava il resto
perché non c'era nulla da accettare.
Rifiutare? (chiedevo) 
con un sorriso poco soddisfatto
ma ti faceva ridere
l'inciampo 
di nuvole gettate alla rinfusa
tra una finestra e l'altra
mentre questa mattina si cercava
come fanno gli invalidi
e questo doveva pur significare 
quando non c'è un discorso che sostenga.
Si potrebbe ad esempio andare a piedi
ed evitare 
il rimbalzo tra i piani
cui ci condanna il solito ascensore
a piedi, si potrebbe, forse: andare
ed osservare dalle vetrate grandi
i paesi vicini
senza ascoltare grida
che se non pesti l'erba resta muta.
Quando si arriva insisto – non è facile –
ma non avevi voglia di parlare
e ti guardavi intorno per un senso
latitante
in una sera persa verso est
dove le cose scivolano il ghiaccio
e le cupole di un tempo rarefatto
che si scorda di esistere
perché la notte è lunga
in attesa che qualcuno mi risolva.

Anima

(immagine del web)

coltivo
una tua rosa senza primavera

Un’oliva al bordo del bicchiere

(Guttuso)


Mentre mi trovo accanto all’orizzonte
scorte di cibo esigue e scorte d’aria
appena sufficienti per un giorno
ripenso volentieri ad una sera
in cui indossavi un abito di seta
e il cocktail
tra le tue dita
è rosso
mentre nel mio un’oliva
stava appoggiata al bordo del bicchiere
e ti pensavo esistere
ignara
di quanto fosse chiara la tua luce.
Al limite di una caduta
cominciai a riflettere
il tempo
della nostra finzione.

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