Archivio dell'autore: giovanni baldaccini

secondo turbamento da sfatare

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L’uva non ha dolore
non ha vene
ma il sapore dei seni
non si discosta dalla mia fatica
Beatrice
non hai capito dove cominciare
a suggermi le dita
le caviglie
la mia quiete sommersa
gli occhi i coralli l’alba dietro il sole
e non ha verso, credi, la tua sosta
se cominci da capo
probabilmente un no sarebbe onda
e la notte un dissenso da sfatare
fondo di bosco luce di una stella
ma non andiamo a piedi, non ha senso
se Parigi si colloca nel mare
e tu non hai una vela
e la mia forse
naviga per alterne conseguenze
pertanto dammi un sorso
una carezza
un pizzico di fondo di stagione
e piano, per favore, lascia andare
questa notte e i capelli
sui miei giorni.


Addio mia bella signora

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Addio mia bella signora

(da Telemaco a Renzi, attraverso Recalcati e Micromega)

Così recitava una vecchia canzone degli anni ’30 o ’40, non ricordo più (e anche questa è citazione di antichissima canzone), e a questo verso mi piace oggi rifarmi per salutare, credo definitivamente, una vecchia signora che per tanti anni si è languidamente distesa sui nostri divani per raccontarci le sue pene, speranze, desideri e delusioni, spesso isterie che volentieri le abbiamo perdonato, tale era il suo fascino e il piacere che ci procurava ascoltarla.

La vecchia signora in questione è la psicoanalisi, ormai più che centenaria e, dunque, giustamente avviata al declino, ma mi dispiace il modo. Che stesse scomparendo lo sapevo da tempo, così come sapevo che mi avviavo a scomparire con lei, ma mi dispiace, visto il senso che è stata capace di attribuire alla mia vita ( e a quella di molti altri), senso che non avremo più. Mi dispiace il modo.

Che dovesse scomparire per mano di chi la pratica, questo no, questo non lo avevo previsto e me ne prendo la responsabilità, dato che, osservando a posteriori, era ovvio che finisse così.

Mi riferisco a un articolo di Massimo Recalcati apparso su Repubblica pochi giorni fa e alla risposta data dalla rivista Micromega a tale articolo. Con tale risposta mi dichiaro totalmente d’accordo.

Dunque la tradisco, mia carissima vecchia signora, la tradisco e smentisco, ma lei non è più se stessa. Cosa è diventata, sarà forse tema di ulteriori indagini – sa, noi abbiamo il vizio di indagare – se ne avremo la voglia, il tempo e la sensibilità. Qualità questa che lei, in base a certo articolo, ha del tutto smarrito.

In tale articolo lei, applicando categorie che le sono proprie nella versione lacaniana, si scagliava pesantemente contro il popolo elettore – già di per se mal messo per colpe proprie e altrui – accusandolo di odiare il valoroso Telemaco nella incarnazione attuale offerta da Matteo Renzi. Ora, a dire la verità, a me Telemaco è stato sempre piuttosto antipatico per via di quella sua sorta di impotenza, passività, scarsa attenzione al reale e per un certo “mammismo” che mal gli perdonavo. Un deboluccio, insomma: ben altra stoffa il padre!

Ora, questo povero Telemano attuale è ingiustamente odiato dal popolo elettore per via di certe smanie collettive tendenti a una sorta di godimento masochistico (più facile tradurre autolesionismo) o appartenenze a mummificate formazioni politiche di natura incestuosa. Con ciò, il popolo elettore viene implicitamente definito infantile, immaturo, dedito a pratiche solipsistiche ispirate da fantasie inevitabilmente rivolte a mammà. Quanto al padre, ovviamente va ucciso, anche se non si capisce chi costui sia.

Noto di sfuggita che non è stata menzionata l’invidia del pene come fonte di odio da parte delle elettrici, ma si sa, per invidiare un pene occorre che l’odiato ne abbia uno, mentre è noto che in questo paese ce l’aveva solo la Lega. Ma non mi fate scadere, và… non mi fate!

A tutto ciò Micromega ribatte che, forse, se proprio si debba applicare la psicoanalisi, e non se ne capisce la ragione, forse andrebbe applicata proprio al povero Telemaco/Renzi o all’autore stesso dell’articolo “repubblicano”, aggiungo io. Aggiungo anche che, tuttavia, sarebbe cosa vana in entrambi i casi, perché quando qualcuno si pone al di sopra degli altri e di dichiara o comunque ritiene portatore della “Verità” c’è ormai ben poco da fare, essendo costui drammaticamente scivolato oltre le colonne d’Ercole e nel paese dei mangiatori di loto, luogo da cui non c’è ritorno per la semplice ragione che non esiste.

E dunque, mia bella signora, addio: noi non esistiamo più. Non perché adusi a cibarci di loto e dunque per lo meno portatori di una visione alterata del reale, ma perché altri lo consumano, anche coloro che dovrebbero evitarlo e, grazie a lei, aiutare a non farlo, ma si sa, oggi il loto lo vendono agli angoli delle scuole e tra poco lo prenderemo col cappuccino al bar. Ci rivedremo, mia bella e sconsolata signora? Temo di no.


io la conoscevo bene

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Ci pensavo l’altro giorno
scendendo a una stazione piccola
dove neppure pensavo
che il treno si fermasse
dopo tutte quelle grandi in cui siamo passati
non pensavo
potesse capitare di pensarti.
Il fatto è che questa superficie
gira come la terra
e sembra conclusiva
mentre è soltanto involucro
o per lo meno ciò che sembra tale.
Io ti conoscevo bene
e con te tanti altri;
conoscevo i tuoi occhi
la vocazione di scompaginare
il rimmel
e molte volte i pianti con le accuse
d’averti abbandonato
ma era davvero così
o non eri tu che non corrispondevi
e inevitabilmente mi sparivi.
Forse,
non ti conoscevo affatto
e adesso siamo qui
– io, non saprei –
tu chissà dove
in una atmosfera di astensione
che vagamente mi somiglia a Dio
o a uno di quei templi in cui si entra
senza averne coscienza
che è l’unica cosa che mi sembra di sapere
ma mi farebbe piacere rivederti
se ci sarà occasione.


attimi senza sosta

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Siamo arrivati sulla stessa terra

stessa città

ma non lo stesso anno

“è finita la guerra!” ti ho gridato

mentre da me stentava

l’ultima ideologia senza consenso

senza un fiore l’attesa

il primo giorno nella stessa scuola

ma non sapevo dove siamo andati

quando gli uccelli cadono l’inverno

 

e ancora piove sulle stesse mani

dove sei tu

talvolta spero

anch’io.


le ombre lunghe

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E l’acqua fruscia

immobile

distesa

senza tremare se le sfioro il viso

e l’anima la terra.

Ci scriviamo la sera

la mia costernazione

che mi circonda

ovunque

senza stella.


il grande niente

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Una sera magari ci vediamo
per un aperitivo
un ombrello
un fiore a secco
una fotografia senza pazienza
scambiandoci due idee
una per uno
una polvere
un’orma
fuggitiva
o avrei inseguito un lascito di odore
che ci avrebbe poi fatto rintracciare
il tuo sorriso e il mio
– ti avrei detto una volta –


I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo

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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo
(Giovanni Baldaccini)

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

 


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