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il tempo della crisi

Ieri un amico, riferendosi ad alcune mie piccole difficoltà personali, mi chiedeva se era finita la crisi, domanda legittima ma cui non c’è risposta. La crisi, infatti, non è fenomeno passeggero, qualcosa che ci viene a trovare, saluta e se ne va: la crisi è fenomeno che riguarda l’esistenza.

A mio avviso, non esiste esistenza senza crisi, dato che quest’ultima è uno status che riguarda la coscienza e, senza crisi, non esiste coscienza. La coscienza è per se stessa crisi, rompendo, come fa, lo status originario di indifferenziazione con l’inconscio. Esistere è rottura, è crisi, tanto che ci sarebbe da augurarsi che una crisi non passi mai.

Un’altra amica mi ricordava che il sonno della coscienza genera mostri (credo citando Shakespeare). Ecco, io spero di rimanere sveglio e che la mia crisi non mi lasci addormentare.

Crisi è, tuttavia, anche quando la coscienza si addormenta e i “mostri” prendono il sopravvento. Crisi è assenza, mancanza, effetti degenerativi di diverso genere. Questa non è la mia crisi, ma di questa parlo in un breve articolo, già pubblicato su la Rivista Fermenti, che qui propongo in formato PDF, leggibile o scaricabile,  per chiunque avrà la pazienza di leggerlo e, inevitabilmente, andare in crisi.

Auguri!

 

(articolo segnalato anche su la Rivista letteraria “Il Segnale”

Baldaccini-Il tempo della crisi

 

IL SEGNALE n. 932012

 

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“Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham. Nota sullo scrivere poesia

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Scrivere poesia è spesso esercizio consunto, nel senso di attingere ad un pozzo prosciugato dove giacciono sempre le stesse emozioni, portate nuovamente in superficie, con l’unico risultato di ingenerare nel lettore un senso di disinteresse, noia, già vissuto, che nulla aggiunge alla scarsità dell’essere del quotidiano.

Scrivere poesia può dunque risolversi – ripeto, a volte – in un ribollire asciutto, un senso di vacuità, uno sbadiglio. Più spesso un ritorcersi di viscere non meglio identificate perché non identificabili, dato che le viscere, come le emozioni, sono sempre le stesse.

Ora il punto è esattamente questo: bisogna saper scrivere. La cosa non mi riguarda (personalmente, soltanto qualche guizzo, qualche lampo saltuario: piove poco). Ieri, però, ho trovato qualcuno che è capace di farlo e sono rimasto fulminato.

Si, se trovi qualcuno che sa scrivere ti fulmina (per fortuna capita raramente) e da questa fulminazione è difficile uscire: ci si resta (fulminati, dico). Perché scrivere non è soltanto addensare parole, dopo aver partorito qualche pensierino e poi giù, su carta. Scrivere è ben altro. E’ un addensamento che TI addensa e ti fa diventare quelle parole. Ti scarta da te stesso, ti spiazza, ti rivolta, ti dà dell’imbecille: ti fa amare.

Prendiamo ad esempio “Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham.

Echecivuole: tema trito e ritrito, stantio (puzza di morto).

Echecivuole: basta un po’ di malinconia, nostalgia, disperazione, la solita truffa degli dei e il gioco è fatto!

Non è così. Nessuno lo ha mai scritto in quel modo.

Scrivere, infatti, non è scrivere: è inventare nuove modalità di espressione. E’ inventare la lingua, il modo di usarla, rinnovarla, renderla diversa da se stessa, partorirla, partorirla ancora, farla nascere e rinascere dopo averla fatta morire e nascere di nuovo, fino a non riconoscerla più. Cos’è questo? Si chiederà la lingua. Una lingua nuova: esistenza.

“Lì davanti, lo so, già lo sentiva sommuoversi in sé, lo sguardo,

quella cosa che saetta nell’ammasso di rocce

già in lui, là, rilucente tra i detriti, che sussurrava Volevi restare

completamente illeso? ­

il punto-di-vista che saettava in lui, testa rilucente nel cumulo di

cenere,

che sibilava C’era una volta, e poi Girati ora caro rivolgimi quello

sguardo

quel colpo perfetto, dammi il luogo in cui vengo cancellata…”

(Jorie Graham “Orfeo ed Euridice”, in West of your cities, Minimum fax, Roma, 2003).

Questo linguaggio scarno, singhiozzante, apparentemente surreale ci consegna ad una terra di nessuno dove l’impossibile si inoltra e ci trasporta. Stupiti, ci affidiamo a quei passaggi dove il Mito scompare, trasformandosi in qualcosa che ci riguarda molto più da vicino, non un Ade trascorso e improbabile, ma una qualsiasi strada di una qualsiasi nostra città, un Ade sotto casa, un bar dove sedersi a un tavolino e osservare il passaggio, un’uscita da teatro dove incontrare qualche amico che non sapevamo di avere, un occhio fuori dalla testa che ci saluta e dice: “guardami” ed attraverso noi “guarda”, perforando il nostro comune modo di vedere. Ci fa vedere qualcosa che avevano consegnato al consueto e neppure supponevamo potesse esistere diversamente. Invece è così: esiste diversamente.

“La cosa, deve aver pensato lui, poteva essere messa a riposo, là,

nello sguardo

poteva tornare a giacere nella polverulenza, rinunciando al proprio

contorno?

(…)

Poiché vedi lui non riusciva più a essere sposato a questo

campo che contiene minuti

chiamato donna, la sua presenza in lui la cosa chiamata

futuro …

Ciò che lui sognava era questa strada (nel percorrerla), questa

polverulenza

ma senza i loro passi, le loro impronte, senza

canto…

Ciò che lei sognava, nel guardarlo girarsi con la curva della strada

(riesci a

capirlo?) _ ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…

E certo lei poteva già sentirlo in lui, lì davanti, quel-volersi-girare-e-

proiettare-la-sagoma-su-di-lei

con il proprio sguardo

che sigillava i margini

dicendo Ci siamo già visti da qualche parte cara, vero,

dicendo Sei il tipo di donna che eccetera _”

(Jorie Graham, Ibidem).

Ora, tutto questo va al di là del semplice immaginabile: è immaginare puro, ma senza scomparire nel reale. “Ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…”

Perché scomparire nel reale, visto il “reale” consueto nel quale, volenti o nolenti, ci aggiriamo, è una sottile forma di scomparire. Uno scomparire nella consuetudine, cioè il modo peggiore di non essere visto. Un reale talmente implicito da essere ignoto, talmente “reale” da non essere riferibile a Orfeo e Euridice, ma a qualcosa di diverso, un diverso modo di essere Orfeo ed Euridice che rende il mito vivo, lo fa esistere, lo trasporta nell’esistenza del simbolo che diventa reale, ma nel senso di “significare”, ossia Orfeo ed Euridice “significano” qualche cosa. Non Orfeo ed Euridice che conosciamo fino alla nausea e che, va bene, è carino, ma chissenefrega!. Significa invece il nostro renderci conto, il nostro non far “scomparire nel reale” qualcosa di essenziale, di cui non si può fare a meno se davvero si vuole esistere nel reale, qualcosa di intangibile che mi sento di tradurre con le parole ricerca e amore: ricerca dell’amore.

La Graham è simbolo vivente: questo crea coscienza e “poesia”, nel senso di trasformazione dell’intangibile in tangibile e, per questo, disponibile per chiunque si prenda la briga di leggere e lasciarsi trasportare dove non serve un viaggio, ma presenza.

Il testo non finisce qui, ma non trascrivo altro perché l’universo è incompiuto.

Si dice che Dio sia Infinito, anche quando parla, ma non ho mai letto niente di Suo. Solo qualcosa che gli somiglia.

Nota biografica.

Jorie Graham è nata a Roma nel 1950 ed è cresciuta in Italia e in Francia; attualmente insegna ad Harvard. Ha pubblicato nove libri di poesia, tra cui Dream of Unified Field che ha ricevuto il Premio Pulitzer nel 1996.


(S)consigli di lettura:

Biblioteca

(S)consigli di lettura:
“Fisica della malinconia” di G. Gospodinov
“Dissipatio H.G.” di G. Morselli

Queste le mie ultime letture. Pentito? In parte si. D’altronde, in quest’afa mortale di quest’estate atipica anonima anormale e in ogni caso “a” (nel senso privativo) che già ti va bene se sopravvivi, qualche altro disagio bisognava pur andarselo a cercare. Entrambi i libri lo rappresentano, anche se a livelli diversi.

Il primo non sarebbe poi tanto male se non fosse scritto maluccio. Un novello Zelig, malato di empatia, e per questo capace di identificarsi con tutti, anche con le piante, gli animali e le particelle elementari, dove rintraccia Dio, torna nell’autunno del mondo con questo bagaglio di esperienze dissipative (quantistiche, a volte) dove, in mancanza di un osservatore, il mondo non esiste _ ma chi osserva l’Osservatore, cioè Dio? Non resta che osservare se stessi, ma quando Dio ci perde di vista (Lui o chi Lo osserva) si muore.
Dunque un viaggio di identificazioni. Ma che fine ha fatto il Minotauro che l’autore sente di avere dentro di sé? E chi è questo Minotauro? Un errore, un guasto inevitabile del DNA, il labirinto che ci definisce e contiene. Disposto al suicidio, pur di uscire dal labirinto di se stesso, prega che Teseo non si sperda, ma ci spera poco. Dovrà pertanto aiutarlo: malinconicamente.
Dunque, spunti senz’altro interessanti, intelligenti, ma lo stile è piatto, privo di fascino, una serie di pensieri inanellati senza guizzo, slancio, allusione. Tutto si svolge come deve: meccanicamente. Un libro “bulgaro”, come l’autore e il suo paese, il “più triste del mondo”.

Del secondo faccio persino fatica a parlare. Mai letto nulla di più malato, nevroticamente inutile, di una nevrosi sorda, fine a se stessa, malata fino all’oltre di ciò che può essere malato e con un certo godimento di esserlo. Perciò, irriducibile. Un libro per la morte, teso verso la morte, mortale, anche per la noia che induce.
Mi ha infastidito per la sua negatività compiacente, priva di afflizione e, per questo, di significato. Un libro fastidioso, che è riuscito perfino a infastidire me, che con le nevrosi ci campo per mestiere! Non è cosa da poco.
Quanto allo stile, sembra una macchina da scrivere, se ne sente persino il tic tac monotono e ripetitivo. Uno stile giornalistico, cronistico, asettico, da articolo di cronaca parlamentare (cioè il massimo della noia) di un piattume asfissiante. Non esiterei a definirlo brutto,ma di una bruttezza cattiva! Evitatelo.


Sullo scrivere poesia

Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham

Nota sullo scrivere poesia

(di Giovanni Baldaccini)

 

Ora il punto è esattamente questo: bisogna saper scrivere. La cosa non mi riguarda: personalmente, soltanto qualche guizzo, qualche lampo saltuario (piove poco). Ieri, però, ho trovato qualcuno che è capace di farlo e sono rimasto fulminato.

Si, se trovi qualcuno che sa scrivere ti fulmina (per fortuna capita raramente) e da questa fulminazione è difficile uscire: ci si resta (fulminati, dico). Perché scrivere non è soltanto addensare parole, dopo aver partorito qualche pensierino e poi giù, su carta. Scrivere è ben altro. E’ un addensamento che TI addensa e ti fa diventare quelle parole. Ti scarta da te stesso, ti spiazza, ti rivolta, ti dà dell’imbecille: ti fa amare.

Prendiamo ad esempio “Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham.

Echecivuole: tema trito e ritrito, stantio (puzza di morto).

Echecivuole: basta un po’ di malinconia, nostalgia, disperazione, la solita truffa degli dei e il gioco è fatto!

Non è così. Nessuno lo ha mai scritto in quel modo.

Scrivere, infatti, non è scrivere: è inventare nuove modalità di espressione. E’ inventare la lingua, il modo di usarla, rinnovarla, renderla diversa da se stessa, partorirla , partorirla ancora, farla nascere e rinascere dopo averla fatta morire e nascere di nuovo, fino a non riconoscerla più. Cos’è questo? Si chiederà la lingua. Una lingua nuova: esistenza.

“Lì davanti, lo so, già lo sentiva sommuoversi in sé, lo sguardo,

quella cosa che saetta nell’ammasso di rocce

già in lui, là, rilucente tra i detriti, che sussurrava Volevi restare

completamente illeso? ­

il punto-di-vista che saettava in lui, testa rilucente nel cumulo di

cenere,

che sibilava C’era una volta, e poi Girati ora caro rivolgimi quello

sguardo

quel colpo perfetto, dammi il luogo in cui vengo cancellata…”

(Jorie Graham “Orfeo ed Euridice”, in West of your cities, Minimum fax, Roma, 2003).

Ora, io credo che anche Dio dovrebbe essere Uno capace di scrivere, ma non ho mai letto niente di Suo.

Questo linguaggio scarno, singhiozzante, apparentemente surreale ci consegna ad una terra di nessuno dove l’impossibile si inoltra e ci trasporta. Stupiti, ci affidiamo a quei passaggi dove il Mito scompare, trasformandosi in qualcosa che ci riguarda molto più da vicino, non un Ade trascorso e improbabile, ma una qualsiasi strada di una qualsiasi nostra città, un Ade sotto casa, un bar dove sedersi a un tavolino e osservare il passaggio, un’uscita da teatro dove incontrare qualche amico che non sapevamo di avere, un occhio fuori dalla testa che ci saluta e dice: “guardami” ed attraverso noi “guarda”, perforando il nostro comune modo di vedere. Ci fa vedere qualcosa che avevano consegnato al consueto e neppure supponevamo potesse esistere diversamente. Invece è così: esiste. Diversamente.

“La cosa, deve aver pensato lui, poteva essere messa a riposo, là,

nello sguardo

poteva tornare a giacere nella polverulenza, rinunciando al proprio

contorno?

(…)

Poiché vedi lui non riusciva più a essere sposato a questo

campo che contiene minuti

chiamato donna, la sua presenza in lui la cosa chiamata

futuro …

Ciò che lui sognava era questa strada (nel percorrerla), questa

polverulenza

ma senza i loro passi, le loro impronte, senza

canto…

Ciò che lei sognava, nel guardarlo girarsi con la curva della strada

(riesci a

capirlo?) _ ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…

E certo lei poteva già sentirlo in lui, lì davanti, quel-volersi-girare-e-

proiettare-la-sagoma-su-di-lei

con il proprio sguardo

che sigillava i margini

dicendo Ci siamo già visti da qualche parte cara, vero,

dicendo Sei il tipo di donna che eccetera _”

(Jorie Graham, Ibidem).

Il testo non finisce qui, ma non trascrivo altro perché l’universo è incompiuto.

Si dice che Dio sia Infinito, anche quando parla. Ma non ho mai letto i Suoi discorsi. Solo qualcosa che gli somiglia.

Nota biografica.

Jorie Graham è nata a Roma nel 1950 ed è cresciuta in Italia e in Francia; attualmente insegna ad Harvard. Ha pubblicato nove libri di poesia, tra cui Dream of Unified Field che ha ricevuto il Premio Pulitzer nel 1996.


Vi presento Roma

mafai 4

Oggi sono stato da Feltrinelli a Largo Argentina, dove ho acquistato alcuni libri. Non mi sono fatto sfuggire l’occasione per fare una passeggiata in Piazza del Pantheon, da cui mancavo da tempo. Mancavo: anche la piazza.

La delusione è stata grande. La piazza è ridotta a un’accozzaglia informe, un enorme indistinto, con gente ammassata ovunque, seduta dove capita, anche intorno e sopra la fontana del Della Porta con il piccolo obelisco di Ramesse: un bivacco. Ovviamente si poteva ascoltare (si fa per dire) una musica a volume altissimo, percepibile anche dalle strade circostanti.

Questo l’ambiente. Anche piuttosto volgare, capace di comunicare un senso di deforme indifferente: mangiavano tutti, in qualsiasi modo e qualunque cosa. Per non parlare degli innumerevoli ristorantini e pizzeriette ammassate nei dintorni, tutti pieni. Che Roma fosse un ventre lo sapevo, che ingoiasse tutto nel baratro dei suoi secoli, mi era altrettanto noto, ma non in questo senso.

Qui bisognerebbe venire in silenzio; sostare religiosamente a respirare sensazioni profondissime, colme di storia e capaci di trasmettere un infinito senso di appartenenza, dove l’individuo smarrisce i confini di se stesso e percepisce la propria appartenenza a qualcosa di indefinibile e più vasto. Bisognerebbe; sembra di no.

Piazza della Rotonda, con le sue bellezze inimmaginabili, il tempio, l”arco della ciambella, resto delle terme di Agrippa e i resti _ in pratica un vascone _ delle terme di Nerone, i suoi palazzi straordinari, l’antico albergo del Sole, dove hanno alloggiato _ senza stare a fare nomi, tutti, ma proprio tutti, da Ariosto a Goethe. Piazza della Rotonda, un tempo centro del mondo, forse dell’universo. State lontani.


Addio mia bella signora

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Addio mia bella signora

(da Telemaco a Renzi, attraverso Recalcati e Micromega)

Così recitava una vecchia canzone degli anni ’30 o ’40, non ricordo più (e anche questa è citazione di antichissima canzone), e a questo verso mi piace oggi rifarmi per salutare, credo definitivamente, una vecchia signora che per tanti anni si è languidamente distesa sui nostri divani per raccontarci le sue pene, speranze, desideri e delusioni, spesso isterie che volentieri le abbiamo perdonato, tale era il suo fascino e il piacere che ci procurava ascoltarla.

La vecchia signora in questione è la psicoanalisi, ormai più che centenaria e, dunque, giustamente avviata al declino, ma mi dispiace il modo. Che stesse scomparendo lo sapevo da tempo, così come sapevo che mi avviavo a scomparire con lei, ma mi dispiace, visto il senso che è stata capace di attribuire alla mia vita ( e a quella di molti altri), senso che non avremo più. Mi dispiace il modo.

Che dovesse scomparire per mano di chi la pratica, questo no, questo non lo avevo previsto e me ne prendo la responsabilità, dato che, osservando a posteriori, era ovvio che finisse così.

Mi riferisco a un articolo di Massimo Recalcati apparso su Repubblica pochi giorni fa e alla risposta data dalla rivista Micromega a tale articolo. Con tale risposta mi dichiaro totalmente d’accordo.

Dunque la tradisco, mia carissima vecchia signora, la tradisco e smentisco, ma lei non è più se stessa. Cosa è diventata, sarà forse tema di ulteriori indagini – sa, noi abbiamo il vizio di indagare – se ne avremo la voglia, il tempo e la sensibilità. Qualità questa che lei, in base a certo articolo, ha del tutto smarrito.

In tale articolo lei, applicando categorie che le sono proprie nella versione lacaniana, si scagliava pesantemente contro il popolo elettore – già di per se mal messo per colpe proprie e altrui – accusandolo di odiare il valoroso Telemaco nella incarnazione attuale offerta da Matteo Renzi. Ora, a dire la verità, a me Telemaco è stato sempre piuttosto antipatico per via di quella sua sorta di impotenza, passività, scarsa attenzione al reale e per un certo “mammismo” che mal gli perdonavo. Un deboluccio, insomma: ben altra stoffa il padre!

Ora, questo povero Telemano attuale è ingiustamente odiato dal popolo elettore per via di certe smanie collettive tendenti a una sorta di godimento masochistico (più facile tradurre autolesionismo) o appartenenze a mummificate formazioni politiche di natura incestuosa. Con ciò, il popolo elettore viene implicitamente definito infantile, immaturo, dedito a pratiche solipsistiche ispirate da fantasie inevitabilmente rivolte a mammà. Quanto al padre, ovviamente va ucciso, anche se non si capisce chi costui sia.

Noto di sfuggita che non è stata menzionata l’invidia del pene come fonte di odio da parte delle elettrici, ma si sa, per invidiare un pene occorre che l’odiato ne abbia uno, mentre è noto che in questo paese ce l’aveva solo la Lega. Ma non mi fate scadere, và… non mi fate!

A tutto ciò Micromega ribatte che, forse, se proprio si debba applicare la psicoanalisi, e non se ne capisce la ragione, forse andrebbe applicata proprio al povero Telemaco/Renzi o all’autore stesso dell’articolo “repubblicano”, aggiungo io. Aggiungo anche che, tuttavia, sarebbe cosa vana in entrambi i casi, perché quando qualcuno si pone al di sopra degli altri e di dichiara o comunque ritiene portatore della “Verità” c’è ormai ben poco da fare, essendo costui drammaticamente scivolato oltre le colonne d’Ercole e nel paese dei mangiatori di loto, luogo da cui non c’è ritorno per la semplice ragione che non esiste.

E dunque, mia bella signora, addio: noi non esistiamo più. Non perché adusi a cibarci di loto e dunque per lo meno portatori di una visione alterata del reale, ma perché altri lo consumano, anche coloro che dovrebbero evitarlo e, grazie a lei, aiutare a non farlo, ma si sa, oggi il loto lo vendono agli angoli delle scuole e tra poco lo prenderemo col cappuccino al bar. Ci rivedremo, mia bella e sconsolata signora? Temo di no.


Desuetudini: piccole considerazioni sovra etica ed estetica.

Praticamente prive di significato, etica ed estetica vagano il lago vuoto della responsabilità del se stesso e la bellezza. La prima del tutto desueta; l’altra ridotta a parametro di mercificazione di cui misura è il prezzo.
Dimenticate, neppure si presentano al confine dell’ego che galleggia orli di una coscienza impallidita, vuota di sé e ripiena di sostanze volanti devianti, e volentieri scorda lo stupore che non abita il mondo.
Non mi siedo di sera a quella tavola e diluisco lento in compagnia di amiche silenziose e viali brevi di luna dove uccelli frammentano il silenzio e spazia un vasto senso di lenire.
Non pronuncio parole. Lascio che si avvicini una mancanza e la seguo deluso come la stessa inerte dimensione che ci unisce e sostiene. Senza: nulla.
Dove c’era l’umano, oggi qualcosa d’infinitesimale. Ad esso mi rivolgo e sposto pietre per dare luogo al poco che mi segue e al mio seguire. Ci ritroviamo su linee di confine e gli sguardi perplessi cercano condizioni alternative. Lì sosteniamo vuoti ed avvisaglie: forse, una volta, arte.
“Il libro della condivisione non può essere che il libro di una speranza condivisa di parole, la cui alba e il cui crepuscolo – oh chiarezza di ogni chiave – furono il risveglio e il termine. Dall’ardore di un primo fuoco allo sfiguramento di un fuoco agonizzante avremo delimitato l’abisso con parole lucenti”. (E. Jabès, Il libro della condivisione, Cortina, 1992)


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