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Introduzione a Roma

veduta di Roma dal Palatino

(Roma vista dal Palatino. R. McPherson, 1856)

Questa è l’introduzione di un lavoro preparato e scritto alcuni anni fa insieme a Luciana Riommi. Forse lo pubblicherò.

l’uomo “dovrà cioè scegliere se decidersi a sviluppare le sue più profonde qualità umane o arrendersi a quelle forze, oggi quasi automatiche, che egli stesso ha messo in movimento e cedere il posto al suo alter-ego disumanizzato” (L. Mumford, “La città nella storia” Bompiani 1961, p. 14).

C’era una volta Roma, tanto tempo fa. Oggi non più.
Un pensiero volgare l’ha spazzata via, riducendola come una vetrina. Muta, pura letteralità, semplice scintillìo, superficie vuota di profondità.
Roma è svanita. Si è diffusa nel nulla che cancella la storia; ormai è un’assenza: come se la notte perdesse le sue stelle. Con te anch’io, nel precipizio che non distingue forme.
Sfumata, come tu sei stata. Groviglio, sovrapposizione, strato. Difficile pensarti; sarebbe come darti dimensione, perdere i tuoi suggerimenti. Se dipanassi ti confonderei; negherei la tua essenza, il tuo senso. Mai con chiarezza; questo il tuo fascino e mistero: non è dato stanare il desiderio.
Unica, irripetibile. Diversa e ambigua, crudele e avvolgente, disponibile e tetra: indefinibile. Dio, quanto ho amato i tuoi aspetti sfuggenti! Impossibile contenerti, comprenderti, esaurirti. Non ti ho mai avuta: per questo ti desidero ancora.
Forse solo il silenzio rende ragione di quello che tu sei. Specialmente la sera, quando sei tutto e nulla, svanisci e ti distendi, propagata e soffusa. Sei sensazione, percezione, aria. Ti sento senza toccarti: come l’anima.
Forse sei solo un dubbio, una provocazione, un’incertezza. Come tale, capace di congedare la voglia. Che ritorna, inebriata di te, per contrastare mali debordanti.
Che debordano. Perché il tuo argine è svanito sotto i colpi di un secolo insensato che in settant’anni ha cancellato il sempre.


nanetti feroci

tomba di romolo

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/20_febbraio_17/roma-riemerso-sarcofago-vi-secolo-a-c-forse-tomba-romolo-6a37c0ec-5196-11ea-b3f1-eafceba2b87d.shtml?fbclid=IwAR0lSWerDMbxH2ZhLfP1RUt9z9s7iikx-qSy2GzPSGm1jxQ73InoSh5nEiA

 

La fantasia inganna.
Il ritrovamento della probabile tomba di Romolo,pur essendo una scoperta di valore eccezionale, rischia di trasformarsi in delusione.
Il sarcofago misura soltanto 140cm. Questo significa che siamo figli di nanetti feroci e non di eroi possenti e magnifici, come la fantasia vorrebbe sostenere (basti pensare, ad esempio, alle nostre rappresentazioni immaginali degli eroi omerici, tanto per dire una).
Nanetti feroci, dunque. Dovevamo saperlo, viste le notizie provenienti da fonti storiche e archeologiche che ci informano che questi “grandi eroi” dell’antichità avevano durante l’età augustea un’altezza media di 160 cm. E’ dunque più che probabile che cinque/sei secoli prima fossero ancora più bassi.
Su queste basi, sono costretto a immaginare ometti villosi e maleodoranti che si tagliavano pervicacemente a fette, animati come erano da un’aggressività priva di contenimento e da una psiche alquanto arcaica che li portava a credere all’impossibile (cosa che, spesso, accade ancora oggi).
Non fidiamoci allora della fantasia: erano nanetti feroci, nient’altro.


A un’amica scomparsa

veduta di Roma dal Palatino
(McPherson, veduta di Roma dal Palatino 1856)

(Tratto da C’era una volta Roma”, testo di  Giovanni Baldaccini; ricerche fotografiche e appendice di Luciana Riommi)

Lenire, allora. Una cena, per ricordare un’amica scomparsa.

Aspettando gli ospiti.
Percorriamole il corpo; per ricordarla, dalle ultime immagini dentro la memoria. Di pagina in pagina: estremamente bella. In ogni sua struttura, connotazione, forma. Dai lineamenti unici, sovrapposti negli anni, di interesse estremo. Soprattutto di sera, quando la luce, mentre cambia tono, ne rivela pensieri e sfumature. Anche le rughe.
Mi ricordo, quando passeggiavo con lei, di strada in strada, dai vicoli, finestre, archi, la sua colorazione bruna, quasi rossiccia, come fatta di terra: lavorata.
Lei ti affiancava mentre camminavi, accompagnandoti con la sua presenza. Impossibile non sentirla accanto, anche se non parlava. Perché parlava d’altro: di secoli, di storia, di figure fuggevoli e pesanti. Infinite. Le aveva tutte dentro e lo sapeva. Non avara; se sapevi trattarla, ti dava tutto quel che possedeva e ti riempiva, quasi senza volerlo, di continuità.
Un’occhiata di fuori: una volta, tu. Ora solo la notte. Rinserrando ricordi: un brindisi all’unica che ho amato.

Se andrete a Roma uno di questi giorni e visiterete la città senza tenere il naso troppo in aria; se proverete, almeno qualche volta, a non usare gli occhi, a chiuderli un istante; se lascerete defluire il sangue ed espandere strane percezioni, diverse da quelle abituali; se solo tenterete forme diseguali da quelle delineate dentro pagine che la testa conosce; se permetterete che qualcosa di estraneo, a prima vista insano, troppo simile a un brivido che scuote quello che sembra e appare, vi percorra per lo spazio che siete donandovi un istante di sconcerto, vi accorgerete che è morta.
Se lo farete, siete invitati a cena.

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Cìera una volta Roma


Roma non più Roma e La notte degli orologi

arco di severo 1854

 

Roma non più Roma. un breve studio sui mutamenti architettonici (nefasti) subiti dalla città tra l’ottocento e il  novecento attraverso i quali si assiste alla scomparsa di quello che fino ad allora era stata la rappresentazione di uno Spirito Universale.

 

La notte degli orologi: un breve romanzo sulla scomparsa del tempo, quel tempo di Roma che si era illusoriamente rivestito d’eterno.

 

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Roma non più Roma

 

La notte degli orologi


L’inizio di una sedia e altre condizioni impercepibili

Non è impossibile immaginare l’inizio di una sedia, amico mio, e neppure la fine: basta essere stanchi.
Neppure un divano è impossibile da immaginare, quale ne sia il colore, ma certo, se mi chiedi di immaginare i modi in cui i ruderi della luna le crollavano sulla chioma, ecco, questo mi sembra un po’ più complicato. Ma non impossibile.
Tuttavia, sapere in quale punto esatto del tempo si era, per non aver bisogno di chiedere più nulla, mi sembra azzardato. Non il punto del tempo: la richiesta di nulla.
Se vuoi, possiamo anche restare un anno in un hotel sulla spiaggia, a guardare “la luna antica che striscia sul pavimento”, dato che abbiamo perso la nave e la prossima passa tra un anno. Tuttavia, carissimo, se ti fa piacere puoi anche informarmi che ”le nevi sono arrivate, e le sagome nere dei pianoforti dormono e non le si può destare, come le fanciulle che se ne sono andate, e le foglie, e tutto ciò che poco fa era qui”, ma non puoi chiedermi di immaginare:

il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito.

Puoi chiedermi di immaginare di non immaginare, ma anche questa sarebbe un’immaginazione. Dunque, cosa possiamo chiederci? Deve finire il clamore della chiacchiera, l’assordante brusio del non parlare, il detto ripetuto non pensato.
Probabilmente, l’unica condizione in cui potremmo incontrarci, dopo tanto immaginare in un mondo che ne è incapace, sarebbe nel tacere.

Quando ci siamo pensati
certamente non parlavamo
e le immagini tracciate nei pensieri
sembravano il silenzio
del mondo che galleggia
ma non ho imparato a dividere le acque
e cado addormentato in una foglia.
(G.B.)

Testi tratti da: Mark Strand, “L’inizio di una sedia”, Donzelli, Roma, 1999.


Arno Schmidt – Alessandro o della verità

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Baldaccini_Alessandro o della verità

 

Un sistema è una manifestazione di strutture psichiche arcaiche legate all’istinto. Esso è per ciò stesso conservatore e avverso a qualsiasi forma di evoluzione.

Questo mio articolo su Arno Schmidt, apparso sulla Rivista “Fermenti” n. 246, è stato richiesto dalla Arno Schmidt Stiftung ed inserito nella bibliografia ufficiale del grande scrittore tedesco.
Ringrazio infinitamente la Arno Schmidt Stiftung.


Luciana Riommi su “Euridice non abita più qui”

 

 

«Euridice non abita più qui», ossia la condizione necessaria per praticare una sana resistenza e assicurarsi ancora l’esistenza dell’arte come figlia del silenzio, della notte, dell’assenza, e soprattutto della tensione irrisolvibile tra i contrasti che ci fanno umani. L’esistenza dell’arte è messa oggi fortemente in pericolo da una cultura (mercantile) del “godimento” (Lacan), che è solo (in)cultura dell’inconscio, dell’istinto, di una ciclica coazione a “emozionarsi”, all’unico scopo di raggiungere e possedere (magari acquistandolo al mercato) l’oggetto del “desiderio”, che spesso, troppo spesso, è solo la ricerca narcisistica di consenso e di successo.
L’oggetto del desiderio (Euridice) “deve” scomparire perché non scompaia la tensione creativa che contrappone la parola al silenzio, il vuoto al pieno, l’infinito al limite irrinunciabile: nella ricerca di un senso possibile (ancora sconosciuto) e di una sua espressione (sempre insatura) contro l’insignificanza del già detto e del già consumato.

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=237&fbclid=IwAR2Al0SKjJUkaA8M_vFXnAIsTvXzxbe3mTTxn3mwLGYRfjlWNGCPPWBCCjs

 

 


Il caso Thomas Bernhard

 

 

Rivista “Fermenti” n. 248, con alcuni miei contributi.

Il caso Thomas Bernhard
di Giovanni Baldaccini
(tratto da Rivista “Fermenti” n. 248 in uscita in questi giorni)

sommario

“Camminare” con Bernhard espone a un pericolo preciso costituito dalla più assoluta imprecisione: il pericolo di impazzire.
“Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì…perché non c’è nulla di più orribile di dover camminare da soli di lunedì”. (T. Bernhard, “Camminare”, Adelphi, Milano, 2018).
Tale pericolo si manifesta in forma sottile, quasi subdola (in pratica non te ne accorgi)- Infatti, terminata la compenetrazione con un certo mondo – vedremo quale – ho desiderato non uscirne, restarvi dentro, percorrerlo di nuovo anche se in altro libro. Ho desiderato sentire ancora quei pensieri, inseguirli, esserne inseguito, perché Bernhard, se provi a lasciarlo, ti insegue, e non è facile liberarsene. Il suo è un veleno sottile, avvolgente, che può creare una dipendenza. E’ come la campana di un paese, un paese piccolo, estremamente definito, privo di sorprese. Un paese minuto e, proprio per questo, inesorabile: non se ne esce, perché il mondo è tutto lì: non ne esiste un altro. Una specie di prigionia; senti che ti opprime, ma non vuoi uscirne, Cosa al di fuori? Certamente non Bernhard, non il mondo minuscolo e terribile che stai abitando, ma è di quello che hai bisogno. Un paesino piccolo e terribile, che somiglia solo a se stesso. E si ripete, si ripete ininterrottamente: non c’è modo di uscirne.”
(continua)

 

 


Commento

Il commento di un amico sul mio lavoro “Euridice non abita più qui”.
Grazie Guglielmo.

copertina euridice

Dire non è mai abbastanza ed è sempre relativo quando ci si trova di fronte a un’opera, come questa di Giovanni Baldaccini, complessa ma, soprattutto, così bella, di spessore, che verrebbe voglia di fermarsi a contemplarla, “come quel personaggio di Bernhard che ogni mattina si recava al museo, sedendosi sempre di fronte allo stesso quadro”. Ma non per trarne come lui “la ripetizione vuota della vita”, ma per r-esistere contro la quotidianità, per riempirne il vuoto. Di ciò mi convincono le grandi opere, come questa, che sollecitano lo sguardo a cogliere la bellezza al di là della dichiarata scomparsa o morte dell’arte; a godere dell’assenza di Van Gogh, del suo “terribile quadro finale”; per fare della “Metamorfosi” kafkiana una ‘caduta’ verso l’infinito. Ritengo che il tema e il centro di quest’opera sia il “carpe diem”, non nel senso proprio di cogliere l’attimo, ma dell’impossibilità di fermarlo, di trat-tenerlo. E l’attimo, qui, non è la frazione incalcolabile del tempo, ma la sua essenza e la sua misura. Dentro l’attimo c’è un’intera esistenza, la possibilità di viverla pienamente; ci sono i sogni, i desideri, le attese; c’è il tempo senza memoria e la r-esistenza contro la fuga. E l’attimo è lo sguardo di Orfeo, che ci fa ‘orfani’ di Euridice. Perché lo sguardo non ferma la vita. Eppure tutto vi è contenuto, in esso dimora l’universo, ha casa l’infinito, che non sarebbe tale senza lo sguardo. E tuttavia, tutto sfugge in quell’attimo per l’impossibilità di contemplarlo. Tutto allora si traduce in linguaggio e si resta in attesa del significato o del canto, perduto nel volto violato e per sempre inguardabile di Euridice. Vera la riflessione di Giovanni Baldaccini: “Occorrerebbe allora, nel lungo processo di trasformazione delle cose che sempre tali restano, nascere significato. Sì, mi sembra l’unica forma di garanzia. Difficilmente nasce un significato. Se avviene, somiglia a un infinito che non c’è”. Dunque, “le ragioni di una resistenza” non sono la re-sistenza: lo stare nelle cose, ma l’oltrepassare, che solo può darsi nella fuga. Tanto vale consolarci con lo sguardo di Orfeo, con la perdita di Euridice. Perché là dove la verità è salva è possibile ai mortali cantare e r-esistere.

Guglielmo Peralta


e-book – Euridice non abita più qui (la scomparsa dell’arte)

alla fine ce ne siamo andati tutti
e abbiamo lasciato che cadesse
quello che doveva cadere (nessuna mano si è sporta).
I cappotti sapevano di caldo (come era necessario)
ma le mani erano fredde (intendo dire che intorno si gelava)
e forse è per questo che non ci siamo salutati abbastanza.
Tuttavia era previsto
che le luci si spegnessero all’improvviso
come se non ci fosse nulla alle spalle
e che si scivolasse
e dunque non capisco quegli sguardi di scomposizione
che ci raggiungevano a tratti
(la mia faccia e la tua, bellissima)
ma una sera di vento scompiglia i capelli
e le idee si ficcano nelle tasche, misteriosamente.

(continua…)

 

copertina euridice

scarica free

http://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=237

 


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