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Vi presento Roma

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Oggi sono stato da Feltrinelli a Largo Argentina, dove ho acquistato alcuni libri. Non mi sono fatto sfuggire l’occasione per fare una passeggiata in Piazza del Pantheon, da cui mancavo da tempo. Mancavo: anche la piazza.

La delusione è stata grande. La piazza è ridotta a un’accozzaglia informe, un enorme indistinto, con gente ammassata ovunque, seduta dove capita, anche intorno e sopra la fontana del Della Porta con il piccolo obelisco di Ramesse: un bivacco. Ovviamente si poteva ascoltare (si fa per dire) una musica a volume altissimo, percepibile anche dalle strade circostanti.

Questo l’ambiente. Anche piuttosto volgare, capace di comunicare un senso di deforme indifferente: mangiavano tutti, in qualsiasi modo e qualunque cosa. Per non parlare degli innumerevoli ristorantini e pizzeriette ammassate nei dintorni, tutti pieni. Che Roma fosse un ventre lo sapevo, che ingoiasse tutto nel baratro dei suoi secoli, mi era altrettanto noto, ma non in questo senso.

Qui bisognerebbe venire in silenzio; sostare religiosamente a respirare sensazioni profondissime, colme di storia e capaci di trasmettere un infinito senso di appartenenza, dove l’individuo smarrisce i confini di se stesso e percepisce la propria appartenenza a qualcosa di indefinibile e più vasto. Bisognerebbe; sembra di no.

Piazza della Rotonda, con le sue bellezze inimmaginabili, il tempio, l”arco della ciambella, resto delle terme di Agrippa e i resti _ in pratica un vascone _ delle terme di Nerone, i suoi palazzi straordinari, l’antico albergo del Sole, dove hanno alloggiato _ senza stare a fare nomi, tutti, ma proprio tutti, da Ariosto a Goethe. Piazza della Rotonda, un tempo centro del mondo, forse dell’universo. State lontani.


Addio mia bella signora

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Addio mia bella signora

(da Telemaco a Renzi, attraverso Recalcati e Micromega)

Così recitava una vecchia canzone degli anni ’30 o ’40, non ricordo più (e anche questa è citazione di antichissima canzone), e a questo verso mi piace oggi rifarmi per salutare, credo definitivamente, una vecchia signora che per tanti anni si è languidamente distesa sui nostri divani per raccontarci le sue pene, speranze, desideri e delusioni, spesso isterie che volentieri le abbiamo perdonato, tale era il suo fascino e il piacere che ci procurava ascoltarla.

La vecchia signora in questione è la psicoanalisi, ormai più che centenaria e, dunque, giustamente avviata al declino, ma mi dispiace il modo. Che stesse scomparendo lo sapevo da tempo, così come sapevo che mi avviavo a scomparire con lei, ma mi dispiace, visto il senso che è stata capace di attribuire alla mia vita ( e a quella di molti altri), senso che non avremo più. Mi dispiace il modo.

Che dovesse scomparire per mano di chi la pratica, questo no, questo non lo avevo previsto e me ne prendo la responsabilità, dato che, osservando a posteriori, era ovvio che finisse così.

Mi riferisco a un articolo di Massimo Recalcati apparso su Repubblica pochi giorni fa e alla risposta data dalla rivista Micromega a tale articolo. Con tale risposta mi dichiaro totalmente d’accordo.

Dunque la tradisco, mia carissima vecchia signora, la tradisco e smentisco, ma lei non è più se stessa. Cosa è diventata, sarà forse tema di ulteriori indagini – sa, noi abbiamo il vizio di indagare – se ne avremo la voglia, il tempo e la sensibilità. Qualità questa che lei, in base a certo articolo, ha del tutto smarrito.

In tale articolo lei, applicando categorie che le sono proprie nella versione lacaniana, si scagliava pesantemente contro il popolo elettore – già di per se mal messo per colpe proprie e altrui – accusandolo di odiare il valoroso Telemaco nella incarnazione attuale offerta da Matteo Renzi. Ora, a dire la verità, a me Telemaco è stato sempre piuttosto antipatico per via di quella sua sorta di impotenza, passività, scarsa attenzione al reale e per un certo “mammismo” che mal gli perdonavo. Un deboluccio, insomma: ben altra stoffa il padre!

Ora, questo povero Telemano attuale è ingiustamente odiato dal popolo elettore per via di certe smanie collettive tendenti a una sorta di godimento masochistico (più facile tradurre autolesionismo) o appartenenze a mummificate formazioni politiche di natura incestuosa. Con ciò, il popolo elettore viene implicitamente definito infantile, immaturo, dedito a pratiche solipsistiche ispirate da fantasie inevitabilmente rivolte a mammà. Quanto al padre, ovviamente va ucciso, anche se non si capisce chi costui sia.

Noto di sfuggita che non è stata menzionata l’invidia del pene come fonte di odio da parte delle elettrici, ma si sa, per invidiare un pene occorre che l’odiato ne abbia uno, mentre è noto che in questo paese ce l’aveva solo la Lega. Ma non mi fate scadere, và… non mi fate!

A tutto ciò Micromega ribatte che, forse, se proprio si debba applicare la psicoanalisi, e non se ne capisce la ragione, forse andrebbe applicata proprio al povero Telemaco/Renzi o all’autore stesso dell’articolo “repubblicano”, aggiungo io. Aggiungo anche che, tuttavia, sarebbe cosa vana in entrambi i casi, perché quando qualcuno si pone al di sopra degli altri e di dichiara o comunque ritiene portatore della “Verità” c’è ormai ben poco da fare, essendo costui drammaticamente scivolato oltre le colonne d’Ercole e nel paese dei mangiatori di loto, luogo da cui non c’è ritorno per la semplice ragione che non esiste.

E dunque, mia bella signora, addio: noi non esistiamo più. Non perché adusi a cibarci di loto e dunque per lo meno portatori di una visione alterata del reale, ma perché altri lo consumano, anche coloro che dovrebbero evitarlo e, grazie a lei, aiutare a non farlo, ma si sa, oggi il loto lo vendono agli angoli delle scuole e tra poco lo prenderemo col cappuccino al bar. Ci rivedremo, mia bella e sconsolata signora? Temo di no.


Desuetudini: piccole considerazioni sovra etica ed estetica.

Praticamente prive di significato, etica ed estetica vagano il lago vuoto della responsabilità del se stesso e la bellezza. La prima del tutto desueta; l’altra ridotta a parametro di mercificazione di cui misura è il prezzo.
Dimenticate, neppure si presentano al confine dell’ego che galleggia orli di una coscienza impallidita, vuota di sé e ripiena di sostanze volanti devianti, e volentieri scorda lo stupore che non abita il mondo.
Non mi siedo di sera a quella tavola e diluisco lento in compagnia di amiche silenziose e viali brevi di luna dove uccelli frammentano il silenzio e spazia un vasto senso di lenire.
Non pronuncio parole. Lascio che si avvicini una mancanza e la seguo deluso come la stessa inerte dimensione che ci unisce e sostiene. Senza: nulla.
Dove c’era l’umano, oggi qualcosa d’infinitesimale. Ad esso mi rivolgo e sposto pietre per dare luogo al poco che mi segue e al mio seguire. Ci ritroviamo su linee di confine e gli sguardi perplessi cercano condizioni alternative. Lì sosteniamo vuoti ed avvisaglie: forse, una volta, arte.
“Il libro della condivisione non può essere che il libro di una speranza condivisa di parole, la cui alba e il cui crepuscolo – oh chiarezza di ogni chiave – furono il risveglio e il termine. Dall’ardore di un primo fuoco allo sfiguramento di un fuoco agonizzante avremo delimitato l’abisso con parole lucenti”. (E. Jabès, Il libro della condivisione, Cortina, 1992)


Questa volta parliamo di vento: riflessioni su letteratura e “sistema” attraverso la pagina di Arno Schmidt(conclusione)

Vento

Nelle notti di brughiera, ai margini della palude e dei suoi occhi: Schmidt.

“Un albero si piegò nel luogo deserto; gli si rivoltarono tutte le foglie; uccelli neri uscirono dai rami e urlarono; al cielo, che zampillava uniforme. Stava sempre al mio fianco, muta ed eumenide abbastanza; passi da uomo, dalle tasche della cerata sporgevano braccia oblique, nel viso di cuoio rosso una fessura schiaccianoci ghermiva ogni tanto il suo intruglio pioggia & lacrime: “Pocahontas –“ si volse lentamente e pianse impassibile più forte: – – finché di botto le crollò l’intero viso, in gonfiori, in angoli rossi, ellissi auricolari, l’asse per lavare della fronte – poi si strappò di traverso, con un suono corvino, che scosso poggiai la tragica maschera alla guancia, premei, cullai, ancora il suo lamento faceva voltigare grebbi neri attorno alle nostre teste: “Cara Pocahontas!”. Un segnavia ci barcollò legnoso incontro, allargò ruffiano tre braccia imbellettate: DAMME, OSTERFEINE, HUNTEBURG: per ciascuno di essi la pioggia passò a noi cortesemente il filo di seta grigia. Ah, la greve risacca dell’aria! Un battello di nebbia scialuppa a lungo nel porto erboso, e naufragò poi esitante sotto gli alberi. Lasciò cadere mani assieme a dure lacrime nelle acque nere, la sua voce strisciò al suolo; le spalle uno poteva tirarle a sé, il viso non ancora.” (Paesaggio lacustre con Pocahontas, Zandonai, Rovereto, 2011).

Cosa muoveva Schmidt? La moglie – Alice – racconta che qualcosa lo afferrava e dalla sua bocca cominciavano a fuoriuscire parole, come un fiume di carta. Tuttavia non basta. Probabilmente una profonda volontà distruttiva, un’enorme insoddisfazione e un bisogno quasi sovrannaturale di fuga, evidenziati soprattutto in Enthymesis, ovvero Q.V.O. (in Alessandro o della verità, op. cit.) contribuivano al suo impulso creativo. C’era tuttavia anche un fortissimo bisogno di sfuggire dal caos della Germania post bellica, da lui raccontata nella “Trilogia”, in particolare in Specchi neri (Lavieri, S. Angelo In Formis, 2009). Tuttavia anche la necessità di ordinare, in particolare il caos interiore in cui si dibatteva. Schmidt, infatti, scriveva dove capitava, spesso su foglietti volanti, difficili da recuperare, come ci racconta Dario Borso nella sua introduzione a Paesaggio lacustre con Pocahontas (op. cit.). Forse ordinare e sfuggire ad un tempo una forza oscura che si agitava in lui come fonte espressiva insopprimibile, che lo afferrava costringendolo a sciorinare parole a bassa voce, ad essere praticamente tutt’uno con quelle parole spesso inevitabili.

Schmidt non era Schmidt: era il suo dire. Sul piano personale, al di fuori degli scritti, la sua esistenza era un trascinarsi da un’ispirazione all’altra, spesso allucinazione, senza cura dei giorni.

Come scrive Brodskij nel suo Dall’esilio (I. Brodskij, Dall’esilio, op. cit., p. 60): “Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive. Io che scrivo queste righe scomparirò; e scomparirete voi che le leggete; ma rimarrà la lingua nella quale esse sono scritte e nella quale voi le leggete: rimarrà non solamente perché la lingua è cosa più duratura dell’uomo, ma anche perché più di lui è capace di mutazione”.

Alessandro o della verità è scomparso ormai da anni dalla scena letteraria italiana. I dieci lettori italiani di Arno Schmidt, come amaramente li definisce Claudio Magris, non hanno molto da rimpiangere: il libro l’hanno letto. Resta l’ottusità del sistema, in questo caso quello editorial/culturale vigente nelle patrie galere. Poco male: chi lo possiede potrà sempre rileggerlo. In segreto.

Travasava da emisferi lontani: astri, la notte.

Spume traevano soffi = nebbia saliva apatica la valle.

Facce grigie facevano le nubi con fare arabescante di frontiera

scosse da vento instabile e frammenti, come sempre le cose.

Rattrappirsi ancora un po’.

Lei soggiornava pallida nell’arco addormentato delle braccia.

Distratto, diluivo un raggio occasionale della luna

(mentre i suoi capelli formavano una sorgente di pensieri:

umidi come le sfere alte della notte) .

Poi sospirava appena: forma d’alba.

Scuotersi.

Fuggiremo cuore mio…? – (c’era silenzio dietro le sue ciglia).

Celarsi.

Quando mi lascio andare m’incateno a qualcosa che non c’è.

(G. B. Frammenti, 2015).

No, non è Schmidt: soltanto vento.


Questa volta parliamo di vento: riflessioni su letteratura e sistema attraverso la pagina di Arno Schmidt (seconda parte)

… “E già di nuovo a oriente: tramava a uncino la luna variopinta; verdi intrichi, viluppi gialli, fili rossi, (il gomitolo ancora stava sotto l’orizzonte), scialli azzurri. “Stasera ci sarà il sereno: vieni all’osservatorio, allora, intesi?!” : “Con piacere, maestro!””

Perché, come diceva Eutochio, i centomila anni della metafisica sono finiti e sono cominciati gli anni della fisica. Un sistema cadeva; ne cominciava un altro.

La caduta dei sistemi

Definirei sistema un aggregato di riferimento collettivo cui l’individuo non può accedere, pena la rinuncia alla propria intelligenza.

In tutte le sue formulazioni e distinzioni, lo Stato è l’organizzazione una mostruosità.

“Ma, come dicevo: Roma! – Lo Stato viene prima di ogni altra cosa; “procreare” (che verbo eletto, non vi pare?) il maggior numero possibile di figli; sicuro, il Mo di vittime in grande quantità […] ˆPerciò, dal quinto al settantesimo anno di età, esclusivamente organizzazioni maschili; devono acquistare la tempra dei duri; anche le vergini vengono raccolte in sacre stazioni di monta: Naturalmente arti e scienze raggiungono in un baleno fioriture mai vedute (già, perché fuori dai confini nazionali vivono solamente bottegai e lemuri, tollerabili, al massimo, come animali domestici; “… che oggi ci appartiene Roma e domani il mondo intero…” così cantano i ragazzi di dieci anni durante le loro esercitazioni di marcia […] E la cosa più pazzesca è questa: 90 Romani su 100 sono fermamente convinti che non esiste nulla di più perfetto e di più conforme all’umana dignità e di più libero e di più… – bé, quello che volete voi –, della loro Roma!! – Che schifo! Che schifo! – 2 cammelli sono malati; disturbi alla digestione. –“ (A. Schmidt, Enthymesis, ovvero Q.V.O., in Alessandro o della verità, op. cit. pp. 58–59):

In questo passo le analogie con lo Stato nazista, sperimentato direttamente da Schmidt, sono evidenti. Si tratta di un tema che Schmidt aveva già trattato anni prima nel suo Leviatano, che noi abbiamo potuto leggere dopo, molti anni dopo.

“Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente –; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra”. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, p. 53).

Sono convinto che Schmidt avrebbe approvato incondizionatamente.

Un sistema, qualunque forma assuma, non si lascia sostituire facilmente; resiste, spesso con violenza, e spesso solo una violenza contraria riesce a scuoterlo. Se l’operazione ha successo, finisce inevitabilmente per instaurarsi un nuovo sistema.

Questo il Leviatano, l’avversario dei personaggi di Schmidt, nella figura del vescovo Gabriele, portatore di un’assurda cosmogonia teologica e della violenza per imporla; o lo Stato, ottuso gigante di menzogne e falsità che obbliga a istupidirsi per sopravvivere e che Schmidt denuncia con feroce lucidità; o ancora Alessandro, fondatore di un sistema costrittivo di violenza e morte di fronte al quale si può solo cedere o sparire. All’interno di un sistema, ogni scelta è comunque perduta.

Il sistema non è sempre così evidente; spesso è occulto, difficile da individuare. Non per questo meno resistente.

“Funzioni intellettuali, proprie dei sistemi di divieti di una forma sociale, hanno assimilato le procedure linguistico–concettuali ai processi naturali scanditi da causa ed effetto. Ora, l’assunzione che la coerenza e il senso della condotta intellettuale siano archiviati in un modulo preformato, in un repertorio di competenze precostituite, rappresenta un’estensione impropria delle relazioni naturali al dominio delle sequenze costruttive nel corso delle quali, passo per passo, si formano i discorsi coerenti. Il presente diviene a questo punto una ritualizzazione del passato.

[…] Il mentalismo, le filosofie e le metodologie del ‘pensiero’, ‘mente’,’interiorità’ hanno occultato l’aspetto costruttivo del nostro sapere, svolgendo una funzione nella nostra forma di vita, paragonabile a quella esercitata dall’ipotesi teologica”. (A. Gargani (a cura di), Crisi della ragione, Einaudi, Torino, 1979),

Non solo il sapere sedimentato, ma anche la consuetudine, ovvero un sedimento non saputo, è parte integrante di un sistema e contribuisce al suo mantenimento. Come scrive Carlo Ginzburg:

“In ogni caso queste forme di sapere […] non venivano apprese dai libri ma dalla viva voce, dai gesti, dalle occhiate; si formavano su sottigliezze certo non formalizzabili, spesso addirittura non traducibili verbalmente; costituivano il patrimonio in parte unitario, in parte diversificato, di uomini e donne appartenenti a tutte le classi sociali. Una sottile parentela le univa: tutte nascevano dall’esperienza, dalla concretezza dell’esperienza. In questa concretezza stava la forza di questo tipo di sapere, e il suo limite – l’incapacità di servirsi dello strumento potente e terribile dell’astrazione.” (Ibidem, p. 81).

Una ragnatela pseudorazionale si intesse intorno al modo di sentire, pensare, vedere il mondo, informando queste funzioni psichiche del non senso dell’inattuale, imprigionandole all’interno di un già visto, già pensato, comunque mai davvero consapevolmente. Come scrive ancora Gargani:

“Si chiama crisi della razionalità la percezione che la casa del nostro sapere è di fatto disabitata […] È in questa situazione di transizione che si esperisce l’impressione che vi sia un sapere non esplicitato o non portato pienamente a coscienza al di là di quello di cui disponevamo; ossia sentiamo che il sapere e la nostra consapevolezza non riescono più a coincidere come accadeva nel sistema chiuso di quelle convenzioni”. (A. Gargani, a cura di, Ibidem, p. 46).

A questo punto sarebbe lecito chiedersi quale sia l’origine di un sistema e a cosa esso tenda, ma è un discorso che condurrebbe troppo lontano. Chi avesse voglia di approfondire può leggere il volume 8 delle Opere di C.G. Jung, La dinamica dell’inconscio, edito da Boringhieri e il libro di E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, edito da Adelphi. Sulla base di quelle letture mi sentirei di proporre la seguente conclusione: un sistema è una manifestazione di strutture psichiche arcaiche legate all’istinto. Esso è per ciò stesso essenzialmente conservatore e avverso a qualunque forma di evoluzione. Nasce da un nulla rappresentativo ed è esso stesso un nulla che genera nulla e nullità. Riconoscerlo e combatterlo, in qualsiasi sua forma, è questione vitale.

Vivere nell’inconsapevolezza passiva e involontaria di un sistema fa scadere Il simbolo a segno e la possibilità di significare cede all’insignificanza della ripetizione sterile, come se si vivesse in un passato che non si vuole lasciare tramontare, un grembo materno ormai troppo stretto che, tuttavia, non si desidera o non si riesce ad abbandonare. Schmidt scalciava.

L’appartenenza inconsapevole ad un sistema riguarda molte altre forme culturali, non ultima l’arte. Per fare alcuni esempi, il “classicismo” ha resistito violentemente agli “impressionisti”, definiti dai membri del potere “la vergogna di Francia”. Per rompere il predominio dell’armonia ed aprire la musica ad altre possibilità linguistiche è stato necessario Schoemberg e la rivoluzione atonale da lui portata avanti. O ancora, “Nella musica di Mahler e nella polemica che essa rappresenta nei confronti di linguaggi istituzionalizzati, saturi, si può avvertire lo sforzo di fissare un nuovo paradigma di visione della vita umana, emancipata dalle convenzioni di codici usurati, attraverso l’impiego di sonorità che sembrano provenire dai padiglioni delle bande militari, della orchestre dei giardini pubblici.” (A. Gargani, a cura di, op. cit. p. 46). Solo che nei “giardini pubblici” abitava l’anima popolare cui Mahler ha dato espressione sinfonica. Per aprire la letteratura a forme linguistiche e narrative diverse dal romanzo tradizionale, abbiamo dovuto attendere Doblin e Schmidt. Il primo, per quanto grandissimo, ancora legato a certe forme narrative tradizionali e, per ciò, accettato; il secondo, ferocemente osteggiato, quando non ignorato, dalla critica ufficiale del tempo. Ma non tutta.

“Un ragazzo matto. All’inizio si pensa: stupidaggini. Poi ci si arrabbia. Un uomo evidentemente che si ritiene un genio e si comporta di conseguenza. Si prosegue a leggere. Si è incantati. Si è commossi. Poi ancora snobismi. Poi immagini splendide. Espressionismo con tre punti esclamativi.” (In Introduzione a Leviatano o il migliore dei mondi, Mimesis, Milano–Udine, 2013, p. 9).

Il sistema cominciava a cedere. Ma non c’è da fidarsi.

(continua…)


Questa volta parliamo di vento: riflessioni su letteratura e “sistema” attraverso la pagina di Arno Schmidt

Propongo un articolo sui rapporti, sempre difficili, spesso impossibili, tra scrittore e sistema, intendendo con questo termine una serie di precetti, regole, consuetudini capaci di imbrigliare ed appiattire l’animo umano senza che i destinatari se ne rendano conto. Una serie, a ben vedere, di assurdità, che tuttavia si impongono e pretendono cieca obbedienza. Lo scrittore è disposto ad assuefarsi, a rinunciare all’ultima libertà, la sua fantasia creativa, in nome del riconoscimento collettivo? Non Schmidt. Vedremo come.

Per non appesantire la lettura, pubblicherò le altre parti dell’articolo nei prossimi giorni. Grazie.

La pagina di Schmidt

“52 ANNI E 118 GIORNI: Dapprima uno si era messo a fischiettare. – Quando ripassarono straccamente un’altra volta, il fischio si era tramutato in canto nasale: “Oh, signorina Mirjam quando ballo con lei – za za, za za”, il resto onomatopea, schiocchi di lingua e ft ft; l’altro, probabilmente più anziano rise ringhioso. – Bella luna; quello che tocchi è d’argento. “ (Gadir, in Alessandro o della verità, Einaudi, Torino, 1965).

Lessi il libro nel 1974, su suggerimento di Alfredo Giuliani, critico letterario, poeta e scrittore oggi scomparso. Rimasi folgorato. Leggere Schmidt è come essere afferrato da un vento che solleva e trascina fino al volto sgusciante della luna. A volte abbatte, altre ti lascia andare dolcemente per poi inanellarti ancora nelle spirali del suo soffio enorme senza trovare mai una soluzione. Un vento senza approdo. E non vorresti approdare.

Leggere Schmidt è perdere ogni sistema di riferimento. Se mai credevi di aver letto, se sentivi di accedere a un qualsiasi movimento letterario, un luogo, quale esso sia, ripudierai a favore dell’immaginale. Quello l’unico sfondo; senza scampo.

Tutto decade, tutto si sconfessa; persino i grandi della letteratura ottocentesca e degli inizi del novecento assumono un aspetto più dimesso, a volte persino futile. “Dove mi trovo?” Finisci col domandarti. La risposta è: nelle pagine di Schmidt. Pagine irriferibili a qualcosa che conosci, allucinate, esasperate, in cui le parole si mescolano in forme non immediatamente pensabili e tuttavia immerse in una profondissima cultura capace di evocare l’impensato ed inventare mondi. Pagine singhiozzanti, spesso frantumate da una punteggiatura ossessiva, puntigliosa, che finisce per imporsi come un testo nel testo. E te ne chiedi il perché. La risposta alla fine emerge: quella punteggiatura è creazione di tempo, serve a scandire il tempo di lettura e a rafforzare determinati passaggi, a renderli volutamente più “parlati”. Una pagina viva: parla, sussurra, a volte canta. Grida. Ma la devi seguire; è una pagina esigente e può anche essere chiusa bruscamente.

Il libro, Alessandro o della verità (Einaudi, Torino, 1965), fu pubblicato, dopo aspre questioni e rimaneggiamenti. Nel racconto che da il titolo alla raccolta, il giovane poeta Lampone di Samo deve raggiungere lo zio, generale del Grande Alessandro, presso Babilonia. Per farlo, si accompagna a una singolare carovana di attori girovaghi, finendo inevitabilmente per inoltrarsi in inestricabili conversazioni su Alessandro e il potere da lui incarnato e innamorarsi della prima donna: Monica.

“lei, misurata al massimo, virginale, castigata – ah, tutte cose che non è certamente. E la maschera d’avorio sopra il calice del bavero.”

Monica, Agraule, Pocahontas, Anna, nell’ultima pubblicazione italiana (in realtà la prima di Arno) Il Leviatano: le donne di Schmidt. Disincantate, calcolatrici, fredde, sempre meravigliosamente irraggiungibili, perché le donne di Schmidt sono la nostra anima, perduta e disattesa, che dall’ombra in cui la abbiamo relegata ci osserva e ritorna per incantarci ancora e, inevitabilmente, ritirarsi delusa, specchio della nostra freddezza, perché non siamo capaci di capirla e neppure lontanamente di amarla.

Alessandro è l’incarnazione del Leviatano, la bestia dell’ignoranza, del potere cieco, della violenza istintuale, del culto inossidabile e pazzesco del se stesso che non somiglia a nulla di umano; una nuda incarnazione del potere, qualsiasi la forma. È l’assassino che spiana città e continenti, passa sopra a tutto e chiunque pur di raggiungere i suoi scopi che neppure sono tali, perché non sono altro che espressione di un istinto di potenza e di una frattura originale all’interno del Sé, e dunque nulla hanno di sensato. In pratica, quello che oggi definiremmo uno psicopatico. In realtà, dovremmo conoscerlo bene, se solo pensassimo alla schiera infinita di dittatori e satrapi di vario genere che si sono alternati nel mondo, anche ultimamente ed anche nel nostro disgraziato paese, Contro di lui, si schiera l’intelligenza di pochi come Pitea o Licofrone o Ipponatte o il sergente profugo del breve romanzo, Il Leviatano, tutti destinati a perire.

Prendiamo Pitea, ad esempio (d’altra parte, ho cominciato proprio con lui e la sua cella in una fortezza cartaginese). Ebbene, Pitea non riuscirà a fuggire; sognerà soltanto la sua fuga e il suo sarà un sogno di morte.

Nel porto allucinato di Gadir, di fronte a una nave che non c’è, Pitea sogna la sua libertà dalla bestia che opprime.

Ultimo ottenebramento: Vento nebbioso, fradicio, sommerge la montagna con frastuono d’organo, rotola sopra boschi ululanti. Aspirai profondamente e rantolai, gargarizzai fuori con beatitudine insensata: verso la libertà.”

A sera: nuvolaglia di tempesta si aduna.

Ho aggirato già da un pezzo la montagna; in basso si stende Gadir, con i suoi vicoli ben tracciati, con i sobborghi dove incrociano a volo i piccioni.

Otto navi stanno all’ancora nel porto, oscillano; due davanti all’isola di Erythia, una, nera, qui di fronte, sulla sinistra, molto più in basso rispetto a me (un’ora di strada per arrivarci): tenterò con quella”.

Salirà su quella nave e salperà: verso la morte, nella cella mai abbandonata.

Si solleva e si abbassa la prua! E io la seguo con ritmico altalenare. (L’oscurità è ormai fitta; devo smettere di scrivere).

Quale fortuna! O Pitea creatura dei flutti! Mi solleva – mi trae in basso!

Mi solleva – –

Notte si fa ancora più fonda.

Non vedo più nulla”.

Né altro vede il giovane Licofrone, il cui destino sarà segnato dal potere ottuso incarnato da un finanziere di Roma (e la di lui figlia) e dal vescovo al suo seguito, il temibile Gabriele, colmo di costrizioni che dispensa sotto forma di fede.

L’incontro fatale avverrà, ovviamente, per soddisfare un obbligo: rendere omaggio all’illustre vicino appena arrivato da Roma in Tracia per “scontare” brevemente qualche imbroglietto perpetrato in patria.

« Ma non può essere! – – – »: e già scendeva affabile i 3 gradini, mani da retore spiegate con mestiere:

« – il figlio del chiarissimo Marcello?! : Ma non era poi così necessario! » (però, sempre ˂ necessario ˃ comunque, eh?!). « Sicché, questo è Licofrone.»

« Ma certo: il figlio del nostro vicino!» (gli altri cercarono di apparire partecipi, quasi che ora sapessero ogni cosa: che razza di blaterone!).

« Questi è il nostro universalmente riverito Gabriele di Thisoa: – – » (inchinarsi educatamente: il prete di casa, pare. Forse anche il precettore nello stesso tempo). –

« e qui la mia figliola Agraule : – – »

Capelli scuri le incorniciavano il volto. Pallida, clorotica, il naso aguzzo, con sguardi neri (solitamente, gli occhi umani formano segni di infinito; in questo caso, una formula fissa).

Una formula fissa. Come la cosmogonia ecclesiale che Gabriele impone ai due giovani, del tutto inesatta e fantasmatica, come Lico ben sa, grazie agli insegnamenti di filosofia e fisica ricevuti dal suo amatissimo maestro Eutochio, costretto a riparare in Persia per sfuggire le persecuzioni del vescovo. Senza tuttavia cedere.

“E già di nuovo a oriente: tramava a uncino la luna variopinta; verdi intrichi, viluppi gialli, fili rossi, (il gomitolo ancora stava sotto l’orizzonte), scialli azzurri. “Stasera ci sarà il sereno: vieni all’osservatorio, allora, intesi?!” : “Con piacere, maestro!””

Perché, come diceva Eutochio, i centomila anni della metafisica sono finiti e sono cominciati gli anni della fisica. Un sistema cadeva; ne cominciava un altro.


Il lavoro dell’Ombra

 

Franz-Kline-Elizabeth-1958-www.reproduction-gallery.com[1]

(Franz Kline, Elizabeth)

Dall’esilio cui la civiltà in cui viviamo ha relegato tutto ciò che la coscienza dell’Io non afferra immediatamente, semplicemente negando ciò che potrebbe turbarla o anche solo metterne in discussione le certezze, l’Ombra cela proposte di diversità. Con il termine Ombra, C.G. Jung si riferisce ad aspetti di personalità che l’uomo ignora e consegna all’oblio apparente dell’inconscio in quanto sgraditi. Il soggetto che ne risulta è per lo meno mutilato, se non altro rispetto alla conoscenza di sé e delle proprie possibilità di linguaggio, condannandosi a un silenzio espressivo e a un’impotenza conoscitiva senza remissione. Non di tratta di fenomeno raro; Jung scrive che l’uomo senz’Ombra è “il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé” (C.G. Jung, 1947-1954, p. 225).
L’Ombra è dimensione diversa dell’esistere; la sua voce ha suono che scompone, i suoi occhi hanno visioni d’altro e i panorami in cui spazia non sono immediatamente riconoscibili nel mondo appiattito dalla luce accecante dell’unilateralità della coscienza in cui la civiltà occidentale si è avvolta: l’Ombra ha spessore profondo. L’occhio abitudinario del soggetto moderno che rifiuta il disagio dell’esistere è scosso da vertigine e il linguaggio della società ridotta ai termini minimi dalla quotidiana negazione dell’Ombra ne risulta sconvolto. Il linguaggio dell’Ombra è simbolo, nel senso che si fonda in un “non ancora” ignoto da cui trae messaggi d’inquietudine, necessità d’espressione diversa, rifiuto di ogni segno letterale, sfondamento della visione abituata a segni scontati così cari alla coscienza odierna. Non si intenda per simbolo – come oggi potrebbe avvenire – una semplice abbreviazione del tipo di qualche segnetto proprio del linguaggio telefonico o del web che dicono ancora meno di quello che impropriamente tentano di dire. Il simbolo è creazione di lingua, espressione nuova, forza costante d’urto, anelito e desiderio non di “cose”: d’essere. Il luogo della sua massima espressione è l’arte.

Noi siamo culturalmente nell’orizzonte strutturale della razionalità. Se questo è vero, dovremmo interrogarci su quale sia il nostro lato in ombra. Che cosa stiamo negando di noi o espellendo dalla nostra identità culturale? Con quale sembianza potrà ricomparire davanti a noi Mefistofele? Jung risponde: nella sembianza dell’uomo senz’Ombra. Il nostro “demone” potrebbe essere quest’uomo appiattito e senza figura che corrisponde al massimo dell’inflazione dell’Io. (Rovatti, 1992, p. 55).

Il nostro demone è allora l’Ombra negata. Nella sua ricerca d’”Altro”, l’artista frequenta condizioni estreme, dove l’Ombra spazia e si presenta con aspetti non frequenti e perturbanti, tipici del mondo immaginario dell’inconscio. La visione che ne risulta è frammento e spazio, limite del consueto e sfondamento del già dato, provocazione di una realtà inesistente che, tuttavia, all’esistente si rivolge per stravolgerlo e rifondarlo, immettendo in esso ciò che in esso è mancante in quanto imprevisto, inatteso, inusuale, inaccettabilmente inaudito.
L’artista non approda mai a un significato definito: il suo linguaggio è proposta che lascia libero l’osservatore di completarne il senso con i suggerimenti tratti dalla propria Ombra, di accettare o rifiutare, in ogni caso immaginare ancora. Non si tratta di un limite: le immagini sono sempre aperte e in esse è possibile vedere quello che si vuole, magari anche quello che non c’è (all’autore non dispiacerebbe) o ancora di usarle per pura stimolazione priva di senso apparente, dando così risalto al senso del non senso. Come scrive Franco Rella, “dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti.“ (Rella, 1978, pp. 10-12).
Per usare una metafora letteraria ispirata al Castello di Kafka, per l’artista in quel castello non si deve entrare: non è quello che conta. Non ha importanza svelarne il contenuto, accedere alla verità che vi è celata, se mai ne contenga una come la ragione pretenderebbe. Occorre cercarla, girarci intorno, percorrere il cammino che la adombra e, adombrando, cercare qualcosa di diverso. La risposta è il percorso, non il riempimento che non svela; solo così la mancanza non è saturata da risposte piene e arbitrarie e l’essere continua ad anelare di esistere.
La forza del simbolo trascina nelle immagini, stravolge la scena del reale immettendo in esso figurazioni inconsce che quella realtà velata di pretesa invadono e definiscono col linguaggio dell’”Altro”, rendendola sfuggente ed allusiva. Una forza capace di stimolare lo spettatore anche a sua insaputa e contro la sua volontà, proponendosi persino come provocatoriamente orribile, perché l’Io non è aduso all’inconscio e così definiscce l’impensato/impensabile delle figurazioni che propone. Un’Ombra allucinata e allucinante irrompe allora nel reale reinventadolo diverso, affiancando ad esso la visione normalmente invisibile di figure che ammiccano la loro presenza a volte discreta, altre dirompente, per ricordare all’artista e al fruitore che esse possono esistere e che il mondo che l’uno propone e l’altro osserva è qualcosa di più ampio di quel che appare, qualcosa di normalmente ignorato che, se decifrato, rende presenza all’essere mancante e al suo linguaggio muto che deve essere detto se si desidera uscire dalla riproposizione di un passato defunto, sempre inattualmente attuale, e tentare di disegnare la diversità del mondo in un’espressione nuova.


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