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Brevi note sulla paura: dello scrivere e altro

 

Dunque, che cos’è la letteratura, quella vera, quella seria, quella che quando piove ti rovescia l’ombrello ed ogni protezione immaginaria? Quella che dello stile fa sostanza, e magari non dice proprio nulla, tipo Manganelli, una semplice collezione di parole e tuttavia una costruzione, che alla fine vedi un palazzo e allora ne capisci il disegno senza vedere i singoli mattoni, le stanze, i corridoi e l’ossatura è un dubbio (Kafka). Dunque, che cos’è la letteratura? Un palazzo, si potrebbe dire, di quelli che ecc. ecc. Oppure un ombrello rovesciato. O la pioggia.
Generalmente, come la pioggia rispetto al sole, la letteratura è una voce contraria. Rispetto a cosa?
Se la ascoltiamo (vorrebbe dire: leggere) ci accorgeremo che si tratta di una voce di poveri, nel senso che la letteratura è una sconfitta. Si pensi a J. Roth e a tutti i suoi personaggi votati alla perdizione, al suo mondo che muore, alla scomparsa della voce stessa. O a Singer, le cui storie sono storie di gente che non c’è: impossibile incontrare un personaggio di Singer a meno di vivere dove la notte sostano i fantasmi. O a Céline, che nella sua crudezza spaventosa parla dello spavento del mondo. Un mondo spaventato: di se stesso. O ancora diamo un’occhiata a Schmidt e al Leviatano che lo sconfigge sempre: impossibile farcela. Senza una costruzione di sostegno, come diceva Freud, nessuno ce la può fare. Quella costruzione potrebbe essere la letteratura, che ti dice che hai perso.
Ma la sconfitta torna. Per quanto ci si sforzi, si scriva, si legga, ci si bagni, ritorna. Il vecchio Casanova di Schnitzler, che non si arrende mai e, sconfitto, tesse le sue trame per tornare. Per sconfiggersi ancora. Dunque siamo sconfitti; allora perché scrivere, leggere, bagnarsi o costruire palazzi senza ossa? Per perdere, unico modo di capire il mondo. E starci dentro, senza arrendesi mai.

Della letteratura fa parte la poesia? Dicono di sì. Non smentirò. Tuttavia, se la letteratura fa delle pietre pietre, la poesia sconfina. Essa non ama il duro: lo teme. E allora i lirici, per quanto la bellezza li accompagni (a volte, rarissime), fingono di non perdere. Per questo ricorrono all’illusione. In genere l’amore.
Amore: cosa vuol dire? Secondo Céline è roba che andrebbe lasciata ai cani. Un’esagerazione? Senz’altro, ma secondo Freud l’amore non è altro che uno stato di grave alterazione mentale. I lirici (o i poeti in genere) sono allora degli alterati mentali, dei pazzi che non sanno di esserlo. Consiglierei loro di leggere Bernhard e fare con lui una visita allo Steinhof (manicomio viennese). Forse basterebbe camminare un po’ in sua compagnia.
Dunque la poesia è paura. Una finzione che si illude di impazzire (amare) per ignorare di essere pazzi. Un’attività consolatoria, la poesia; una consolazione di cui il mondo si serve per sconfiggerci. La poesia potrebbe essere allora il nostro modo di sconfiggerci senza saperlo mai. In tal modo si nutre la sconfitta. Se proprio vogliamo fare poesia, si prenda esempio da alcuni poeti americani contemporanei che scrivono del mondo senza troppe illusioni. Di loro e del loro rapporto con la poesia – che poi è un modo di stare al mondo – si può dire: scrivo per sapere che vedo. Altimenti, it’s only make believe.


Del (non) futuro prossimo venturo

Pubblico qui un’appendice appena scritta per il mio articolo “Il potere dell’irrealtà” in uscita sul numero di dicembre della Rivista Fermenti.

Del (non) futuro prossimo venturo

Quello che sta accadendo è allucinante, ma continuare a parlarne è inutile. Ormai l’immagine del paese assume contorni sempre più chiari e, per quanto qualcuno possa provarne indignazione, dirlo lo abbiamo detto, bocche ne abbiamo storte, rabbia ne abbiamo accumulata e tutto questo semplicemente per nulla.
Parlano solo gli ultimi fatti e la risposta ad essi da parte della maggioranza della popolazione. Denunciarli non serve. Di Maio salverà quel poco di faccia che gli resta con l’attuazione di un pasticcio aberrante definito “reddito di cittadinanza” che non è, non potrà essere e non sarà altro che un aggravio di debito per il paese senza accontentare praticamente nessuno.
Quel che resta del PD continuerà a decomporsi più o meno in silenzio fino al punto in cui sentiremo il tanfo di cadavere spargersi per tutto il paese fino all’evaporazione totale nella nostra povera atmosfera già sufficientemente inquinata. Altrettanto farà il resto della così detta “sinistra”.
Forza Italia è già defunta e sepolta in una tomba con colorazioni patetico/grottesche e Fratelli d’Italia continuerà a sbavare più o meno velatamente intorno alla Lega senza esserne minimamente calcolata. E’ del tutto chiaro che Salvini punta a governare da solo e non ammette intralci di alcun genere (per intralci, leggi posizioni anche minimamente diverse dalla sua). Ci porterà fuori dall’Europa, ci relegherà a margine di un’Unione che sarà sempre più ristretta, ma si accorgerà che neppure i fascisti emergenti dall’Austria all’est vorranno avere a che fare con lui. Questo gli permetterà di indicare “nemici” e gli sarà utile per rafforzare il proprio potere. Saremo soli ed emarginati e, forse, persino divisi in un nord benestante e un sud zavorra indesiderata da eliminare in qualche modo. Ci chiameremo Padania?
Nel tempo, tutto cade e decade, ma il passaggio da culla della civiltà a fogna è duro da mandar giù. Per questo paese non vedo alcun futuro.

 


La forma dell’informe

rothko

(Mark Rothko)

Se preferisci, leggi qui o scarica
la forma dell’informe

In un’epoca come la nostra dove tutto è merce e il discorso del capitalista (J. Lacan) domina le nostre vite senza che ce ne rendiamo conto; in un’epoca come la nostra dove la tecnologia non è più servizio ma padrone e investe la nostra inconsapevolezza assimilandoci allo strumento di turno, l’arte – che dovrebbe costituire baluardo certo (d’incertezza) – è asservita a sua volta alla logica spersonalizzata e spersonalizzante della merce e si trasforma in oggetto di esibizione, di potere, di violenza contro il senso nascosto all’interno di uno stupore che non suscita più. Dove, all’interno dell’arte, un segnale di resistenza, un rimando a un altrove scomparso, a un senso sommerso che ci protegga dalla banalità del letterale; dove la meraviglia e il vuoto, da riempire di vissuto straordinario (al di là dell’ordinario)? Dovremo forse comportarci come quel personaggio di Bernhard che ogni mattina si recava al museo, sedendosi sempre di fronte allo stesso quadro (T. Bernhard, Antichi Maestri)? Sarebbe inutile: quel personaggio non ne traeva altro che l’inutile di se stesso e la ripetizione vuota della vita. Dove, allora, un moto di resistenza, se l’arte stessa si trasforma in espressione del banale, ripetitività e apologia della catena di montaggio (Warhol) in cui noi stessi siamo inseriti?
Eppure l’arte non è quello che la abbiamo fatta diventare; siamo noi che, con la nostra visione asservita, la riduciamo a quei termini minimi. L’arte allora reagisce. Come? Se osserviamo la sua espressione, ci accorgeremo che è vuota.
Si guardi, ad esempio, Hopper che, nelle sue tele, riproduce la paralisi del tempo e il nostro esservi invischiati senza averne coscienza. L’arte reagisce allora con la violenza di un’espressione diventata muta che comunque parla per chi la sa ascoltare. Il suo “altrove” si impone, proprio di fronte a noi che siamo “qui”, in un luogo strettissimo, del tutto insufficiente. Tuttavia, per rintracciare un “altrove” che rimandi a un senso occorre interrogare. Dove l’assente? Forse in una presenza che è soltanto apparente mentre, in realtà, restituisce altro. Si prenda Van Gogh, “fino al terribile quadro finale, l’autoritratto, l’ultimo, quello in cui Van Gogh è assente, ma in cui parlano in modo terribile le sue tracce che si scavano in esso” (F. Rella, Forme del sapere). La sua è una presenza “assente”, rivolta altrove, ma non verso l’infinito: ci ricorda la morte.
O si consideri l’opera di Kafka. Come scrive Adorno “Da nessuna parte in Kafka traluce l’aura dell’infinito, da nessuna parte si dischiude l’orizzonte. Ogni proposizione è letterale, ogni proposizione è significante. Le due cose non sono fuse, come vorrebbe il simbolo bensì separate da un abisso. E da questo abisso barbaglia il crudo raggio della fascinazione” (Adorno, Appunti su Kafka).
Dunque, arte rimanda a abisso. L’abisso non è riducibile a concetto; occorre una visione diversa. “Si considera un oggetto da molti lati diversi senza comprenderlo tutto – perché un oggetto preso in tutto il suo insieme perde di colpo il suo volume e si riduce a concetto” (Musil L’uomo senza qualità). Sembra allora che anche la presa di coscienza di un oggetto (artistico) sia insufficiente e ne stravolga il messaggio riducendolo ad un unico aspetto. Come procedere?
“… il saggio procede in questa resistenza al concetto frantumando l’oggetto stesso, frantumando ogni pretesa di totalità e compiutezza… L’oggetto verso cui il saggio si china viene scheggiato. La sua superficie è incrinata. Di lì esso si sporge verso chi lo interroga e di lì entrano in lui le domande che di fronte ad esso si sono generate. Le domande si incorporano così all’oggetto, ed è questo che ora ci interroga: interroga noi che lo interroghiamo” (F. Rella, op, cit.) Facile portare ad esempio Picasso e il movimento cubista, ma non escluderei neppure il trattamento della luce da parte degli Impressionisti.
Cosa ci chiede l’oggetto (dell’arte)? Di non ridurlo a cosa, a oggetto di mercato. Di ascoltarlo e, facendolo, ascoltare noi stessi, lasciandoci penetrare dalla sua incompiutezza per compierlo, generando in noi un vissuto significante che la coscienza tradurrà in significato. Da informale a forma e da immagine a parola.
Il potere costituito, oggi la finanza e il denaro, ha sempre tentato di assimilare l’arte ai propri canoni. I potenti della terra si sono sempre circondati di artisti da ridurre al proprio capriccio. Spesso ci sono riusciti, spesso no. Caravaggio ha dipinto il “sacro”, ma rivestendolo di un umano dissacrante che non si lascia ridurre a semplice contemplazione metafisica. Michelangelo è stato costretto a piegarsi al potere del papato, ma ha dimostrato, in un contatto ineludibile, che Dio ha bisogno dell’uomo per esistere.
Il potere, il Leviatano, pretende che l’arte vesta i suoi stessi panni e si lasci comprare. Spesso ci riesce . “Eppure, anche appese alle pareti di un museo, le opere di Francis Bacon o di Mark Rothko continuano a proporre un’altra storia rispetto alle narrazioni omologanti. La scarnificazione di Alberto Giacometti ci riporta comunque a un livello dell’umano abissale” (F. Rella, op. cit.) e dall’abisso, come abbiamo visto, sale una domanda che chiede di essere interrogata. Non ci si siede a contemplare un’opera o a leggere un libro; si lascia che essi ci contemplino e ci leggano, per quanto quell’operazione possa risultare “perturbante” (S. Freud), come sempre dovrebbe essere un dialogo.
In questa nostra modernità senza senso, che uomo siamo diventati? Deleuze risponde che siamo “macchine anonime, macchine desideranti, macchine molecolari e macchine del potere (F. Rella, op. cit.). Macchina allora l’arte, ripetuta meccanicamente, metodicamente, messianicamente sul dio senza nome della rete, in attesa di un consenso che non si rifiuta mai.
“E alla fine”, scrive ancora Rella citando Deleuze, “un processo di disumanizzazione: il gioioso divenire altro, il divenire inumano dell’uomo”.
Il moderno, con tutta la sua sterilità, non nasce oggi; si tratta di un processo lungo che viene da lontano e che qui non posso riassumere. Basti dire che “Benjamin, attraverso Baudelaire e la Parigi del XIX secolo è penetrato nella cultura e nei linguaggi del secolo XX, è ha proposto una visione della storia e del tempo e della redenzione di ciò che ci è stato sottratto, che ci si propone ancora oggi, nella nostra modernità estrema, come un compito” (F. Rella, op. cit.).
“L’arte chiude in sé, come un tempo anche il mito, mostri. Sono i mostri che comunque possiamo agire contro l’immane mostro del potere, contro il Leviatano, il quale sembra non poter mai essere sconfitto. Eppure è attraverso le parole che le arti e le filosofie ci hanno insegnato che possiamo parlarne, metterlo in questione. Sono queste parole che ci hanno convinto a non esserne complici” (F. Rella, op. cit.)


Il potere dell’irrealtà

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(L’ombra della sera III secolo a.C.)

 

Ieri sera, verso le ore 22, Standanrd & Poor’s ha valutato negativamente l’outlook dell’Italia. Questo giudizio espresso dall’Agenzia di rating potrebbe non avere gravi conseguenze nell’immediato, mentre apre grandi perplessità a medio termine, dato che in pratica mette in discussione la possibilità di crescita del Paese e la sua capacità futura di rimborsare il debito.
E’ noto che l’incertezza del futuro è il fattore che i mercati temono maggiormente e questo potrebbe scatenare una corsa a liberarsi degli inaffidabili titoli italiani, con grave danno per le banche che ne sono piene e, conseguentemente, per i depositi privati ad esse affidati. Inoltre, la svalutazione dei titoli porterebbe a una crescita incontrollata del debito e degli interessi che il Paese (cioè noi) paga. Sembra che tutto ciò non preoccupi minimamente il governo. Se le cose andranno come si teme, tra non molto questi signori si troveranno a governare macerie.
Come è potuto succedere tutto ciò?
In un articolo che ho scritto poco dopo la formazione di questo sciaguratissimo governo, tento di dare qualche risposta sul piano economico e psicologico per rintracciare un filo comprensibile in ciò che comprensibile non è.
L’articolo uscirà sulla Rivista Fermenti nel mese di dicembre. Ne propongo qui l’introduzione.

Il potere dell’irrealtà, ovvero la politica come specchio di una tragedia umana
di Giovanni Baldaccini

Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, p. 52).

Introduzione

Questo articolo è stato scritto subito dopo le elezioni del Marzo 2018, prendendo visione del così detto contratto di governo e subito dopo il fallito tentativo del Presidente Mattarella di porre un argine a quella che appariva con tutta evidenza una clamorosa sconfitta della ragione.
Scrivendolo, ho tentato di mettere in luce le possibili conseguenze nefaste sul piano umano ed economico che dal contratto era facile dedurre, anche per quel che riguarda le relazioni internazionali. Nel farlo, mi auguravo sinceramente che le mie intuizioni venissero smentite da futuri atti del governo.
Purtroppo, il documento di programmazione finanziaria emanato nel mese di ottobre dal governo e la conseguente così detta manovra, oltre le prese di posizioni cieche ed arroganti del governo nei confronti di molteplici ed autorevoli voci nazionali ed internazionali che avvertivano degli evidenti pericoli per il paese che la manovra lasciava chiaramente presagire, hanno soltanto confermato i miei timori, senza possibilità di equivoco.
Al di là delle previsioni, che ancora mi auguro vengano smentite, il mio lavoro tende ad interrogarsi su come tutto questo sia stato possibile. Rispondere richiederebbe un tempo e uno spazio che i limiti di un articolo non consentono e a tali limiti mi sono dovuto adeguare.
Per il momento mi limiterò a riportare una voce molto più autorevole della mia, quella di Heinz Kohut che, ragionando sulle cause psicologiche e socio culturali che portarono al nazismo e al fascismo, scrisse quanto segue.

“Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc”. (H. Kohut, «Psicologia del Sé e scienze dell’uomo», in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

In pratica, i leader patologici incarnano e rappresentano una più vasta catastrofe umana. Questo alla base del voto del marzo 2018. Ne vedremo le conseguenze e, per quanto possibile, l’origine.


Arte e sistema – estratto

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(Vermer)

L’insanabilità di un conflitto attraverso la pagina di Arno Schmidt.

Cosa è espressione libera e creativa, “arte” e cosa mera ripetizione di un “passato non pensato”?

Quanto il così detto artista è  veramente libero di esprimere se stesso al di là dei condizionamenti di un sistema di riferimento socio-culturale inconscio?

Leggi qui o scarica gratis

arte e sistema


Leggendo Thomas Bernhard

 

Il castigo corrisponde alla colpa: essere privati di ogni gioia di vivere,

essere portati al grado estremo di disgusto della vita.

S. Kierkegaard

Non mi era mai capitato di leggere di fila tre romanzi di uno stesso autore. In genere, quando ho finito di leggere un romanzo di un determinato autore, quando ho finito di lasciarmi penetrare dal suo pensiero, di pensarlo; di vivere il suo sentire, di sentirlo; di condividere insomma il suo mondo, di penetrarlo come se fosse mio, abitarlo, percorrerlo, inseguirlo a volte; quando ho finito di fare tutto questo, passo ad altro. Intendo dire ad altro autore, mondo, pensiero, sentimento, condivisione, inseguimento, se occorre. Questa volta no. Questa volta, terminata la lettura di un romanzo di Bernhard, ne ho letto subito un altro e, terminato anche quello, un altro ancora. Nell’ordine, mi riferisco a “Camminare”, “Antichi Maestri”, “Perturbamento”. 

Terminata la compenetrazione con un certo mondo – vedremo quale – ho desiderato non uscirne, restarvi dentro, percorrerlo di nuovo anche se in altro libro. Ho desiderato sentire ancora quei pensieri, inseguirli, esserne inseguito, perché Bernhard, se provi a lasciarlo, ti insegue, e non è facile liberarsene.  Il suo è un veleno sottile, avvolgente, che può creare una dipendenza. E’ come la campana di un paese, un paese piccolo, estremamente definito, privo di sorprese. Un paese minuto e, proprio per questo, inesorabile: non se ne esce, perché il mondo è tutto lì: non ne esiste un altro. Una specie di prigionia; senti che ti opprime, ma non vuoi uscirne, Cosa al di fuori? Certamente non Bernhard, non il mondo minuscolo e terribile che stai abitando, ma è di quello che hai bisogno. Un paesino piccolo e terribile, che somiglia solo a se stesso. E si ripete, si ripete ininterrottamente: non c’è modo di uscirne.

Quella campana suona, rintocca, ti penetra, ti perseguita, ti affascina, Ti assorda, ma vuoi continuare a sentirla. E’ un suono martellante ed avvolgente al tempo stesso. Ti martella e ti avvolge in spirali di parole che creano intorno a te un labirinto di pensieri di cui non trovi l’uscita. Respiri male, non respiri, vorresti uscire, ma non sai come né da dove. Non c’è luogo e non c’è tempo nel pensiero di Bernhard: sottrae punti di riferimento. Tutto si riduce a lui e in lui si estingue. Leggere Bernhard è come morire. Per questo continui a leggerlo: per evitare di morire.

Non parlerò di quei romanzi, non ne traccerò la trama: non esiste una trama. I romanzi di Bernhard non sono avvenimenti, luoghi, persone. Si tratta di un monologo, ma non in prima persona: un monologo riferito. In pratica, è qualcuno che parla di qualcuno e, parlandone, lo fa parlare. Ma chi parla non appare mai, tranne che per riferimento. A volte, si inserisce anche un terzo personaggio, sempre riferito e, comunque, anche chi riferisce non racconta in prima persona: riferisce. Ttutto è indiretto.

La scena è unica, stabile, non cambia mai. Che sia una strada, un palazzo o un museo, la scena è fissa, come fissi sono i personaggi che da quella scena non si muovono. Nei romanzi di Bernhard, in pratica, non accade niente, tranne che una fissità continua di parole. Noto di sfuggita che, nei suoi romanzi, non esistono capoversi.

Accadono parole. Un flusso di pensiero ininterrotto, analitico, freddo, seghettante e ripetuto, che si allontana e torna, ripetendo temi attraverso frasi ripetute cui, a volte, si aggiunge un’unica parola: da ripetere, alla fine della frase già ripetuta. E così via, di seguito.

Un pensiero ossessivo, al limite della follia, tanto che, seguendolo e volendolo seguire, sei portato a chiederti se non stai diventando pazzo. I libri di Bernhard andrebbero chiusi di getto, dopo poche righe. Né riaperti. L’ho fatto più volte, riaprendoli sempre. L’ho detto: non si esce da quel labirinto; non si vuole uscire.

Cosa esprime quel pensiero? Disgusto. Per qualcuno, per qualcosa? Per tutto. Un disgusto, direi, cosmico, assoluto, globale, che finisce col disgustarsi del disgusto stesso. Una critica sociale che coinvolge tutte le forme dell’esistere cui, inevitabilmente, l’uomo dà vita. Oggetto primario di accanimento è lo Stato e l’orrore cui lo Stato ha dato forma e sostanza corrompendo l’uomo che, da parte sua, sembra essere stato estremamente corruttibile, addirittura lieto di esserlo. Perché l’uomo è una mostruosità, un errore, anche nell’Arte. Un sublime orrendo, dunque: questo l’uomo e il mondo. Anche il mondo in sé, a prescindere dall’umano: la natura è semplicemente uno splendido orrore.

Tutto è corruzione perché lo Stato corrompe. Tutto è stupidità perché lo Stato è stupido. Tutto è infame perché lo Stato è infame. Lo è anche la Chiesa e qualsiasi forma cui l’uomo abbia dato vita, perché lo è l’uomo. Noto di sfuggita che Bernhard non parla mai di Dio: non ne vale la pena.

Al termine della lettura ti viene inevitabilmente da chiederti che tipo d’uomo sia mai stato costui. Ne esce un’immagine fredda, solitaria, profondamente amareggiata, ma sorretta da un’intelligenza implacabile. Ne esce anche una totale mancanza di sentimento. Bernhard pensa, non sente. Non sente nulla. E tuttavia non è vero, perché Bernhard è anche e soprattutto una profonda forma di amarezza.

Non riporterò le circostanze della sua vita; chi vuole potrà facilmente informarsi. Dirò soltanto che, nonostante il disgusto e l’amarezza, Bernhard non ha mai rinunciato alla vita. Leggendolo, viene in mente – come lui stesso dichiara – che l’unica forma possibile sarebbe il suicidio. Tuttavia. Bernhard voleva vivere; voleva vivere intensamente e fino in fondo il disgusto profondo della vita. Tutto si riduce a un disgusto “pensato” dell’umano, talmente freddo e analitico da sembrare disumano. Bernhard, tuttavia, non riesce ad evitare l’amarezza. La sua è un’amarezza talmente profonda che ha bisogno di rinchiuderla in un labirinto di parole per non doverla sentire. Il più delle volte ci riesce, ma la sua amarezza traspare, esce dalle pagine, ti invade,perché Bernhard ne scrive e tu ne leggi. Alla fine, il disgusto e l’amarezza (persino per il disgusto) sono gli unici pensieri/sentimenti possibili da cui ti vorresti liberare al più presto e nei quali vorresti, tuttavia, restare, perché non puoi fare a meno di provarli e, inevitabilmente, condividerli.

 


La stiva, ovvero una casa di libri

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Ora, la stiva è un luogo galleggiante dove la notte abita tranne poche fessure.

Molto simile a un ventre, potrebbe essere quello di tua madre, se non fosse che lo conosci benissimo avendoci abitato, mentre questa è simile all’ignoto. Per questo induce desideri, inquietudini, paure. Cosa, ad esempio, dietro quelle casse? O peggio, dentro. O all’angolo del buio più lontano, quello dietro quell’altro. Dietro. Meglio tornare in-dietro.

Aprirne una. Potrebbe contenere… potrebbe…

E allora apri un libro a caso (cioè, togli il cellophane al mondo) e scopri che una tal signora “aveva un culo di vetro sul quale si poteva leggere il medioevo” (H. Miller, “Tropico del cancro”).

Sì, lo farei volentieri, per svariate ragioni. Ma il futuro non era contemplato? Sembra di no. Per quello, occorre rivolgersi altrove.

E scopri che ti è arrivata una lettera, da un certo Baranowicz che abita in cima al mondo. Scrive di una donna. Mi scrive. Io non la conosco.

“Si chiama Alja e sta zitta quasi tutto il giorno. Lascio che abiti qui, le do un letto e così vive accanto a me. Posso darle anche dei soldi se vuoi che venga da te. Ma posso anche tenerla qui. È lo stesso per me! Scrivimi a Irkutsk fermo posta. Ogni mese Isaak Gorin, il venditore di grammofoni, ritira la mia posta.

Ho anche acquistato da lui un grammofono, e alla donna che sostiene di essere tua moglie piace ascoltarlo. A volte piange persino. Forse piange per te, almeno io penso – e allora può essere che anche a me vengano le lacrime.” (J. Roth, “Fuga senza fine”).

Questo succedeva mentre a Vienna si suonavano mazurke anche dentro le cripte (J. Roth, “La cripta dei cappuccini”) e qualcun altro emigrava in America, lasciandosi dietro un figlio inabile, per poi vedersi morire la moglie e l’anima e non riconoscere più nemmeno uno straccio di mondo, che ormai era rimasto insieme al figlio inabile.

E un giorno gli amici, vedendo del fumo uscire dall’appartamento, entrano e trovano fiamme: libri in fiamme. “Che fai?” gridano. “Brucio Dio!” E così ho rischiato di rimanere indietro, nel mondo vero che però è passato, o di finire in America, nel mondo nuovo che però è futuro, e quindi esiste per chi sta nel futuro, e per questo non esiste, a meno che ci arrivi la guerra, che appartiene al passato, ma ti ammazza, persino Dio. (J. Roth, “Giobbe”). Tutto questo mentre a Venezia gli angeli girano solo di notte e io non posso dormire (I. Brodskij, “Fondamenta degli incurabili”).

A Vienna comunque Mitzi non mi lasciava in pace, nonostante le avessi comprato cento statue di cera con cui giocare, lei e quell’idiota del figlio (che poi era anche mio, sembra). Così mi sono sparato (J. Roth, “La milleduesima notte”).

Sempre meglio che a Berlino, dove qualcosa ti dice di darle il cuore altrimenti viene a prenderselo da sola, e hai voglia a rispondere “un momentino…”. (A. Döblin, “Berlin Alexanderplatz”).

Quindi sali su un treno, e mica lo sai dove stai andando e qualcuno dice:” Và al diavolo”.

“Certo generale, o dovrei dire tenente? Scusatemi signora, ho buscato un avvelenamento da gas a furia di essere comandato di corvèe in cucina, e da allora la mia vista non è stata più la stessa. Avanti verso Berlino! Ma sì, certo siamo su Berlino, sono su di te, Berlino. Ho il tuo numero. Niente migliaia, niente centinaia e nemmeno un indegno zero di soldato semplice (molto semplice), Joe Gilligan in ritardo per le patate, in ritardo per il servizio, in ritardo per il rancio anche quando il rancio è in ritardo. La statua della libertà non mi ha mai visto e se mi vorrà guardare dovrà chinarsi su di me”.(W. Faulkner, “La paga del soldato”).

E ad Alexanderplatz non c’era più nessuno.

In un’altra cassa mi trovavo a Zlotogrod e facevo il verificatore. Tutti i pesi erano falsi. Non me ne fregava niente: io volevo stare con Eufemia.

Eufemia stava con me, nell’osteria della frontiera, per il tempo che poteva. Ma tornava l’inverno, e con l’inverno passava il colera, ma tornava l’uomo cui apparteneva. C’era poco da verificare: gli apparteneva, almeno d’inverno. A Zlotogrod l’inverno è lunghissimo.

E allora una notte il gendarme Piotrak mi carica su un carro. Su un carro mi carica e mi scarica davanti all’ospedale, per sentirsi dire dal medico:”Costui è morto. Perché ce lo porta qua?” (J. Roth, “Il peso falso”).

Capisci? Da una cassa all’ospedale. E nemmeno ci dovevo andare!

E allora è meglio andare in un’altra cassa, dove ci trovi dei mattoni e ti puoi costruire una stanza. E tutti ti scambiano per un rabbi, un santo cui chiedere consigli, nemmeno avessi un culo di vetro, mentre sono soltanto un peccatore, un avventuriero, uno di quelli che corrono sulla corda per non trovarsela al collo. E dopo i fatti di Eufemia, credo sia meglio che le donne siano loro a morire. Io mi costruisco una stanza, senza porte, senza finestre, soltanto uno spioncino, per tenerci dentro i miei peccati e i miei istinti irrefrenabili. Li freno io, li freno! Coi mattoni. E non venitemi a dire cosa dovete fare: fatelo da voi! (I. Singer, “Il mago di Lublino”).

Ma non chiedetemi neppure di ascoltare la radio se non ne avete una (stava in un’altra cassa). Non me lo chiedete, altrimenti mi devo inventare di averne una mentre non ce l’ho, e vi devo dare le notizie che sperate di sentire, mentre questi ci ammazzano uno a uno e ci fanno lavorare come se non fossimo morti. E vi devo dire che arrivano gli Americani, ma non ne ho la minima idea.

Poi gli Americani arrivano davvero, ma quelli intanto (quegli altri), si sono convinti che una radio ce l’ho davvero, nonostante il divieto di averne, e mi ammazzano. Così quando quelli arrivano, voi avete avuto la conferma di una notizia che non avevo ma che vi ho dato. E ci sono morto. (I. Singer, “Jacob il bugiardo”).

Quando sono morto le ho chiuse; ho chiuso tutte le casse. Ho cercato di uscire dalla stiva ma non ci sono riuscito, perché ho capito che non sono io a stare nella stiva, ma la stiva è dentro di me. E c’è stata per cento anni, in solitudine, solo che non c’erano alberi e i cent’anni non finivano mai.

Allora mi sono accorto di trovarmi in un cesso pubblico, a sorvegliare le pisciate degli altri, dopo anni di strada a suonare un organetto, sai, quei vecchi attrezzi pieni di vecchie canzoni, e avevo una gamba sola per via della guerra. Per questo avevo un organetto.

Stavo in un cesso pubblico a fare il guardiano, sperando in qualche mancia. Avevo un pappagallo sulle spalle e a un certo punto il pappagallo si è messo a volare, lì, nel cesso, e le sue ali frusciavano come credo possa frusciare solo la morte, ma non le sentivo. Non sentivo le ali del mio pappagallo: non lo sentivo volare. Neppure quando si posò sulla mia spalla.

Quando mi sono trovato davanti a Dio, mi ha chiesto cosa volessi. “Voglio andare all’inferno” ho risposto (J. Roth, “La ribellione”). Lui mi ha guardato stupito, ma poi mi sono accorto che Dio vive a Parigi, anche se non lo sa, e un battello gridava dalla Senna, un altro rispondeva e tutti seguivamo il corso della corrente “e che non se ne parli più” (L.-F. Céline, “Viaggio al termine della notte”).


Per chiudere l’anno: E. Hopper: l’attimo senza tempo

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Un breve articolo su E. Hopper e la sua pittura atemporale

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Hopper l’attimo senza tempo

 

 

 

 


il tempo della crisi

Ieri un amico, riferendosi ad alcune mie piccole difficoltà personali, mi chiedeva se era finita la crisi, domanda legittima ma cui non c’è risposta. La crisi, infatti, non è fenomeno passeggero, qualcosa che ci viene a trovare, saluta e se ne va: la crisi è fenomeno che riguarda l’esistenza.

A mio avviso, non esiste esistenza senza crisi, dato che quest’ultima è uno status che riguarda la coscienza e, senza crisi, non esiste coscienza. La coscienza è per se stessa crisi, rompendo, come fa, lo status originario di indifferenziazione con l’inconscio. Esistere è rottura, è crisi, tanto che ci sarebbe da augurarsi che una crisi non passi mai.

Un’altra amica mi ricordava che il sonno della coscienza genera mostri (credo citando Shakespeare). Ecco, io spero di rimanere sveglio e che la mia crisi non mi lasci addormentare.

Crisi è, tuttavia, anche quando la coscienza si addormenta e i “mostri” prendono il sopravvento. Crisi è assenza, mancanza, effetti degenerativi di diverso genere. Questa non è la mia crisi, ma di questa parlo in un breve articolo, già pubblicato su la Rivista Fermenti, che qui propongo in formato PDF, leggibile o scaricabile,  per chiunque avrà la pazienza di leggerlo e, inevitabilmente, andare in crisi.

Auguri!

 

(articolo segnalato anche su la Rivista letteraria “Il Segnale”

Baldaccini-Il tempo della crisi

 

IL SEGNALE n. 932012

 


“Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham. Nota sullo scrivere poesia

d

Scrivere poesia è spesso esercizio consunto, nel senso di attingere ad un pozzo prosciugato dove giacciono sempre le stesse emozioni, portate nuovamente in superficie, con l’unico risultato di ingenerare nel lettore un senso di disinteresse, noia, già vissuto, che nulla aggiunge alla scarsità dell’essere del quotidiano.

Scrivere poesia può dunque risolversi – ripeto, a volte – in un ribollire asciutto, un senso di vacuità, uno sbadiglio. Più spesso un ritorcersi di viscere non meglio identificate perché non identificabili, dato che le viscere, come le emozioni, sono sempre le stesse.

Ora il punto è esattamente questo: bisogna saper scrivere. La cosa non mi riguarda (personalmente, soltanto qualche guizzo, qualche lampo saltuario: piove poco). Ieri, però, ho trovato qualcuno che è capace di farlo e sono rimasto fulminato.

Si, se trovi qualcuno che sa scrivere ti fulmina (per fortuna capita raramente) e da questa fulminazione è difficile uscire: ci si resta (fulminati, dico). Perché scrivere non è soltanto addensare parole, dopo aver partorito qualche pensierino e poi giù, su carta. Scrivere è ben altro. E’ un addensamento che TI addensa e ti fa diventare quelle parole. Ti scarta da te stesso, ti spiazza, ti rivolta, ti dà dell’imbecille: ti fa amare.

Scrivere, infatti, non è scrivere: è inventare nuove modalità di espressione. E’ inventare la lingua, il modo di usarla, rinnovarla, renderla diversa da se stessa, partorirla, partorirla ancora, farla nascere e rinascere dopo averla fatta morire e nascere di nuovo, fino a non riconoscerla più. Cos’è questo? Si chiederà la lingua. Una lingua nuova: esistenza.

Traggo da “Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham:

“Lì davanti, lo so, già lo sentiva sommuoversi in sé, lo sguardo,

quella cosa che saetta nell’ammasso di rocce

già in lui, là, rilucente tra i detriti, che sussurrava Volevi restare

completamente illeso? ­

il punto-di-vista che saettava in lui, testa rilucente nel cumulo di

cenere,

che sibilava C’era una volta, e poi Girati ora caro rivolgimi quello

sguardo

quel colpo perfetto, dammi il luogo in cui vengo cancellata…”

(Jorie Graham “Orfeo ed Euridice”, in West of your cities, Minimum fax, Roma, 2003).

Questo linguaggio scarno, singhiozzante, apparentemente surreale ci consegna ad una terra di nessuno dove l’impossibile si inoltra e ci trasporta. Stupiti, ci affidiamo a quei passaggi dove il Mito scompare, trasformandosi in qualcosa che ci riguarda molto più da vicino, non un Ade trascorso e improbabile, ma una qualsiasi strada di una qualsiasi nostra città, un Ade sotto casa, un bar dove sedersi a un tavolino e osservare il passaggio, un’uscita da teatro dove incontrare qualche amico che non sapevamo di avere, un occhio fuori dalla testa che ci saluta e dice: “guardami” ed attraverso noi “guarda”, perforando il nostro comune modo di vedere. Ci fa vedere qualcosa che avevano consegnato al consueto e neppure supponevamo potesse esistere diversamente. Invece è così: esiste diversamente.

“La cosa, deve aver pensato lui, poteva essere messa a riposo, là,

nello sguardo

poteva tornare a giacere nella polverulenza, rinunciando al proprio

contorno?

(…)

Poiché vedi lui non riusciva più a essere sposato a questo

campo che contiene minuti

chiamato donna, la sua presenza in lui la cosa chiamata

futuro …

Ciò che lui sognava era questa strada (nel percorrerla), questa

polverulenza

ma senza i loro passi, le loro impronte, senza

canto…

Ciò che lei sognava, nel guardarlo girarsi con la curva della strada

(riesci a

capirlo?) _ ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…

E certo lei poteva già sentirlo in lui, lì davanti, quel-volersi-girare-e-

proiettare-la-sagoma-su-di-lei

con il proprio sguardo

che sigillava i margini

dicendo Ci siamo già visti da qualche parte cara, vero,

dicendo Sei il tipo di donna che eccetera _”

(Jorie Graham, Ibidem).

Ora, tutto questo va al di là del semplice immaginabile: è immaginare puro, ma senza scomparire nel reale.

“Ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…”

Perché scomparire nel reale, visto il “reale” consueto nel quale, volenti o nolenti, ci aggiriamo, è una sottile forma di scomparire. Uno scomparire nella consuetudine, cioè il modo peggiore di non essere visto. Un reale talmente implicito da essere ignoto, talmente “reale” da non essere riferibile a Orfeo e Euridice, ma a qualcosa di diverso, un diverso modo di essere Orfeo ed Euridice che rende il mito vivo, lo fa esistere, lo trasporta nell’esistenza del simbolo che diventa reale, ma nel senso di “significare”, ossia Orfeo ed Euridice “significano” qualche cosa. Non Orfeo ed Euridice che conosciamo fino alla nausea e che, va bene, è carino, ma chissenefrega!. Significa invece il nostro renderci conto, il nostro non far “scomparire nel reale” qualcosa di essenziale, di cui non si può fare a meno se davvero si vuole esistere nel reale, qualcosa di intangibile che mi sento di tradurre con le parole ricerca e amore: ricerca dell’amore.

La Graham è simbolo vivente: questo crea coscienza e “poesia”, nel senso di trasformazione dell’intangibile in tangibile e, per questo, disponibile per chiunque si prenda la briga di leggere e lasciarsi trasportare dove non serve un viaggio, ma presenza.

Il testo non finisce qui, ma non trascrivo altro perché l’universo è incompiuto.

Si dice che Dio sia Infinito, anche quando parla, ma non ho mai letto niente di Suo. Solo qualcosa che gli somiglia.

Nota biografica.

Jorie Graham è nata a Roma nel 1950 ed è cresciuta in Italia e in Francia; attualmente insegna ad Harvard. Ha pubblicato nove libri di poesia, tra cui Dream of Unified Field che ha ricevuto il Premio Pulitzer nel 1996.


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