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Franca Alaimo su “Oltre il varco di notte”

Copertina Oltre il varco

 

 

E’ un libro complesso “Oltre il varco di notte” di Giovanni Baldaccini, traboccante di immagini da intendere in tutte le accezioni che il termine ha nella lingua latina (da cui deriva) di ombra, fantasma, simulacro, pensiero, spirito; poiché di questo si tratta: perdere confini, uscendo fuori dallo spazio-tempo che delimita i luoghi e la durata dell’esistente. Da quale sentimento nascano questa assenza e questa dimenticanza è difficile dire: paura della morte, che in questo modo viene rinviata illimitatamente; rifiuto del reale, che viene trasformato in un’onirica visione di colori e in un accumulo disordinato di sensazioni e ricordi; desiderio di coincidere non con i bordi della propria vita, con i suoi segmenti messi in bella fila nel tempo e nello spazio, ma con qualcosa di più vasto, fluttuante, rimodellabile a proprio piacimento. E questo versificare così enigmatico (anche i brani in prosa hanno lo stesso linguaggio dei testi poetici), così consegnato a dimensioni astratte, mi sembra trovi la sua giustificazione estetica nella qualità dei suoni: essi hanno un ruolo molto importante, infatti. Il lettore, spesso, dimentica ciò che sta leggendo e cade nella fascinazione dei versi che somigliano a dei grumi musicali, attraverso i quali gli sembra di raggiungere lo strano segreto di questa silloge, questa, come dire?, sua liquidità in cui tutto si muove, oscilla, galleggia, affonda, riemerge: un gioco serissimo, in verità, perché qui si tratta di andare “oltre il varco della notte” e rifondare tutto.

scaricabile su http://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=198


nebbia

(Rothko)

(Rothko)

Tratto da “Oltre il varco di notte”, Libri Liberi de LaRecherche.

*
Quindi mi oscuro. Come spesso la nebbia, che la sera travasa tra limoni e i campi degli aranci dove una volta il sole. O nei fondi di fragole: ristoro.
Non è facile farlo. Occorrono condizioni particolari, molto umido e caldo come frammenti di evaporazione. Che rappresento, quando mi spando intorno. Inutile cercare direzione: sfumo dovunque.
Piuttosto, orizzontarsi al suolo. Provate a camminarmi nella sera, quando il buio s’abbassa ed io l’addenso, tra goccioline che non puoi toccare, che se provi scompaio. Per ritornare subito: circondo. Un senso di oppressione: la mia specialità.
Faccio provare quello che provo io. Non crediate sia comodo: essere nebbia assale. E lo sforzo, la fatica, l’indistinto, l’impalpabile vaneggio asostanziale. D’estate un bagno turco; d’inverno raggelare.
Muoversi adagio nell’ovattato nulla: faccio sparire il mondo con i suoni. Induco anche, qualche volta pensieri. Se mi incontrate in mare, meglio arenarsi e lanciare segnali di soccorso. Difficile, però, trovarvi. Soltanto io conosco la posizione, ma la scordo: non posso trattenere. Se un bosco, legatevi a qualcosa: faccio smarrire.
Densa polpa sognante, a volte stimolo: generalmente sentimenti ambigui. Chiedere ai poeti, meglio se pessimisti.
Quando palude, sguazzo. Mi piace il remo lento dentro l’acqua: spande rotondità di confusione. E gli uccelli ovattato ottundimento. Luna a tratti: baratri tremolanti di tremore. E le ombre dei rami, inestimabile fraseggio senza voce. Solo talvolta: vento. Mi sparge la veste.
Chiudo: ogni tuo luogo accanto. Se sai guardare apro assurdità. E finestre di notte, quando da casa affacci il mio torpore e un senso lento ti compare dentro, come fosse una nenia, una madre diversa, una stesura sparsa sulla neve, dove non senti i passi.
Diffondo dimensioni non formali, come soltanto i sogni, dove a volte mi vedi e ti risvegli.
Spargo: poche luci soffuse, dove tutto è di sera e la passione stenta, incapace di trovare una figura.
Spengo: sofferenze di testa. Dentro di me si viaggia l’irreale. Annullo le stagioni della vita e tu diventi vago: una visione inedita.
Taccio: con la tua solitudine in te stesso e rendo assente quello che affatica. Se mi segui riposi.
Formo allucinazioni se assecondi. Da me non posso nulla: mi rattristo. Per questo scendo la valle e ti circondo e se sei in alto ti raggiungo in volo. Sono una fantasia se mi attraversi e rivoltiamo il mondo.
Raccoglimento, quando mi serro intorno ad una pieve.
Non portare una lampada: certe volte pudore.


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