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siamo andati una sera

m. mafai 5
Poi mi sembravi sempre alternativa
con quel tuo senso implicito
poco altro da dire alla risacca
quando
siamo andati una sera.


la notte dei fatti esitanti

paul-klee-luna

Sul punto di – sarebbe indecisione? –
credo verso le tre
ma la città è lontana
almeno a giudicare dai rintocchi
e il vento tira in direzione incerta
sparge sabbia e capelli
e questo non mi aiuta a avere un viso.
Quanto alla propaganda è una visione
tra le tante del mondo
come fa la natura quando cerca
una forma del tempo
ma l’universo è un passero smarrito
quando torna l’oblio
che non ha più ricordi e a volte chiede
se la sera è una rosa scolorita
e non abbiamo figli.


il mercato delle cose inutili

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(immagine tratta dalla rete)

Io sono rimasto lì, al mercato delle cose inutili, dove vendo la mia inutilità perché mi sembra appropriato. Lì sono rimasto, alle cose inutili che nessuno ricorda, e se non ci fossi io sarebbero tutte morte, ma sono morte lo stesso.
E allora sono rimasto lì, al mercato delle cose morte, perché sono morte le piazze che le ospitavano e le persone che la mattina, quando ancora la luce era un pensiero, le caricavano sui carri per portarle in città e stenderle sui banchi. Che sono tutti morti, perché erano di legno e quando le cose diventano inutili servono per alimentare un fuoco, ma se le cose sono inutili, il fuoco poi si spegne. E la memoria.
E le voci, che faccio fatica a ricordare, ma gridavano, e allora mi ricordo un suono, per lo più indistinto, come la merce che stava ad indicare, una rinfusa chiarissima anche se non si distingueva, perché tutti sapevano che serviva per mangiare.
Non ricordo le bocche, ma gli stracci sì. Era pieno di stracci, a terra, sui banchetti, sulle persone, perché chi vende cose dimenticate si veste di stracci, e quando mi sento dimenticato mi vesto come uno straccio. Allora mi ricordo di me.


una mattina qualunque verso sera

 

Hopper, approaching-a-city 1946

La solitudine sì, quella era sempre la stessa
e si presentava la mattina con una folla di ricordi
per dirgli che era rimasto solo
perché tutte quelle persone, quelle cose, le stanze, le strade, i dialoghi e gli anni,
erano tutti morti, diceva, non c’era più nessuno,
non ci poteva parlare davvero, tranne che nei sogni
che gli presentava uno ad uno, la mattina, nei biscotti col latte,
e la sera, nei biscotti col latte, aveva paura di specchiarsi, di rivedersi, di mangiarsi
e l’elettrauto era morto, il professore era morto, gli amici erano morti
ed erano morti i fischi nella sera, quando venivano emessi per ritrovarsi,
santo dio era morto tutto, gli diceva, e tu cosa ci resti a fare, domandava,
che non hai neppure il ponte di una nave per aggrapparti al nulla
di questo immenso mare che ti allaga
la strada dove vivevi e le strade vicine, mentre vicino ti resta solo quello che non c’è
e la tua dannata solitudine, che ti sei fatto vecchio, poveretto,
e guarda che stai annegando, gli diceva, cercati una nave
che il tempo non galleggia e ti serve un passaggio, un ventre almeno
dove infilare tutta la galassia delle cose che hai lasciato per strada
– a proposito, perché le hai abbandonate? –
non ti sei portato dietro niente, tranne questi ricordi, pesantissimi perché non hanno corpo
e quel che non ha corpo poi ti pesa, nel tuo, che, guarda, mica ha più tanta forza,
non ce la fai a sorreggere la cupola di San Pietro che vedevi dalla finestra,
il quartiere dove hai abitato e tutte le cose che hai detto,
che vi siete detti, detti vi siete, un’infinità di cose,
che l’infinito non è fatto di stelle ma di anni e tutto quello che ci è successo dentro
ma dove vuoi che metta tutta questa roba che ti porto la mattina
e pensare che sono solo io, sola come conviene a chi sta solo,
e mi pesi moltissimo.


non c’era questo caldo

Klee_1922_luogo pescoso

(P. Klee: luogo pescoso)

Ricordi?
Quando volavano gli uccelli non c’era questo caldo.
Oggi neppure cantano
nascosti
nell’assenza dell’ombra.
No, decisamente non c’era questo caldo
quando tentavo di fare lo scrittore e
mi spremevo la testa
al di là delle idiozie di tutti i giorni
per dire qualche cosa di decente
nell’indecenza che trasforma in non parole.
E non c’era questo caldo neppure quando avevo una barca
e fabbricavo il vento, alzandolo dal mare che si alzava
e mi alzavo per sentirlo
ma tutto restava sempre comunque inafferrato.
E la sdraia, il tepore, la veranda che ci sforzavamo a immaginare.
Mi scioglierò nell’olio del tuo sole?


schizzi di terra

lalla 1

Noi ci cerchiamo come fa la mela
quando tocca la terra
e l’improvviso
di un’antica memoria.


Dal davanzale di una vecchia casa

lalla 11

(foto di luciana riommi)

 

Dall’ultimo spiovente sorpassato (sarebbe a dire dal davanzale di una vecchia casa), scrivo pochi frammenti. A rammentare.
Appeso come fossi una molletta, basculo. Mi viene in mente il verbo basculare, quando stampavo le fotografie che facevo alla notte. Non veniva mai niente. Cioè perfetto: la notte è luogo oscuro, come la camera di stampa.
Assiepato alla forma di un consiglio (si tratta di cose aeree, non digeribili), lancio forme di sera nella sera. Dunque, mi assero, e come luna nella fontanella, sgombero acqua e lieve il mio rumore. Qualche cane mi beve.
Chissà se sgorgo.
Qualche volta strapazzo (prima di luna piena, ovviamente). Altrimenti occorrerebbe un quarto (di tegamino) uova al prosciutto, vino con il rosso. Poi magari ti dico.

Questa ripetizione quotidiana, quando la notte cala e il giorno sfuma, e rosso verde giallo (tramontare), mi estenua i bulbi, i cromosomi, tutte le piume e il becco. Sarebbe a dire: mai qualcosa di nuovo. Che so, un guizzo, uno sghimbescio, un farfallone roseo notturno che si libra di giorno. Ed il tramonto all’alba senza notte. Dunque che cosa resta? Occorrerà inventare.
Da bambino giocavo ad altri mondi. Ne facevo di zoppi, gialli, arrotolati. Quando srotoli non sai cosa esce.
Non Cleopatra dal solito tappeto: il passato lo abbiamo accatastato. Esistono uffici appositi.
E le città, le foibe, i testamenti: tutte cose passate.
Ora comincio a gridare.
Come quelli che salgono una torre o una nuvola: alla fine qualcosa ottengono. Salire su un davanzale è cosa ovvia: non interessa Nessuno.
Una volta eravamo amici. Prima di troppi viaggi, dico. Le dee ti danno firmamenti; ci si perde di vista.


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