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e-book – Euridice non abita più qui (la scomparsa dell’arte)

alla fine ce ne siamo andati tutti
e abbiamo lasciato che cadesse
quello che doveva cadere (nessuna mano si è sporta).
I cappotti sapevano di caldo (come era necessario)
ma le mani erano fredde (intendo dire che intorno si gelava)
e forse è per questo che non ci siamo salutati abbastanza.
Tuttavia era previsto
che le luci si spegnessero all’improvviso
come se non ci fosse nulla alle spalle
e che si scivolasse
e dunque non capisco quegli sguardi di scomposizione
che ci raggiungevano a tratti
(la mia faccia e la tua, bellissima)
ma una sera di vento scompiglia i capelli
e le idee si ficcano nelle tasche, misteriosamente.

(continua…)

 

copertina euridice

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Fuga da Bisanzio

“L’arte non è un’esistenza migliore, ma è una esistenza alternativa; non è un tentativo di sfuggire alla realtà, ma il contrario, un tentativo di animarla. È uno spirito che cerca la carne ma trova le parole”.

Se volessi raccontare un libro, e lo farei volentieri quando questo libro è “Fuga da Bisanzio” di Iosif Brodskij, dovrei inoltrarmi in un’esperienza profonda, quella dell’autore, e tentare di coglierne sfumature e lampi, perché di questo Brodskij parla, come un uomo cui è stata sottratta ogni stabilità, un uomo che si esprime per ricordi e forme lievi, perché la sua voce è una voce di esilio. Leggerlo è esperienza conturbante, perché toglie la terra sotto i piedi e trasporta, quasi senza che tu possa accorgertene, da un luogo a un altro come da un tempo a un altro, perché l’esilio non è un luogo e non è un tempo, ma un’esperienza di lacerazione che la parola tiene insieme senza guarirla mai. Allora ci lasciamo trasportare, lontani da noi stessi, nell’esilio di parole esiliate, prive di luogo e tempo, perché parlano d’altro, parlano d’altrove, di un’interiorità che non ci appartiene ma ci sfiora e ad ogni pagina ci porta più lontano mentre ci si avvicina. Impossibile non esserne penetrati e ritrovarci noi stessi come “altrove”, l’altrove della poesia che Brodskij propone anche quando si esprime in prosa. E ci sentiamo esiliati da tutto ciò che oggi ci riguarda senza riguardarci affatto.
Di questo dovrei parlare, se ne parlassi, ma lascerò che lo faccia qualcun altro che di questo libro ha parlato molto meglio di come potrei farlo io.

http://dietroleparole.it/2018/07/24/iosif-brodskij-fuga-da-bisanzio-adelphi/#more-1735


camminare

“Lo stato di totale indifferenza in cui mi trovo, così Karrer, è uno stato filosofico da cima a fondo”.
(T, Bernhard, “Camminare”, Adelphi, Milano, 2018)


La musica dei tarli

 

Come si fa a scrivere di noi adesso che il mondo non c’è più: a me sembra impossibile. Eppure lo abbiamo fatto, l’impossibile: scrivere.
A piedi per l’Europa, negli stivali, su un treno da una stazione all’altra, fino a Parigi, che sembrava l’unica cosa che restava, quando ci siamo accorti che non era vero.
Per ricordare, abbiamo dovuto affidarci a delle statue di cera, per accorgerci che erano soltanto mostri, e per quanto abbiamo tentato di costruire un muro tra la retina e l’anima, non ci siamo riusciti, Joseph, e questo, temo, ci abbia ucciso, ma saresti morto lo stesso.
Il vino non è un muro, Joseph, un ospedale sì. Ne ha quattro di mura, tutta una stanza, e per non accorgersene bisogna essere ubriachi. Per morire senza accorgersene, perché eravamo ormai diventati superflui e la morte è quanto di più superfluo si possa immaginare. Il fatto è, Joseph, mio caro, che il tuo mondo era finito e non avevi la forza di immaginarne un altro. Oggi sta succedendo a me.
Dunque dovevamo morire per tentare di riconoscerci almeno un po’, ma quando abbiamo deciso di dichiarare superfluo anche l’altro mondo, davvero abbiamo deciso che non esiste alcuna decisione e non ci restava che chiuderci in una stanza di una misera pensione, sul letto, di fronte a un vecchio armadio, per scoprire che suonava: la musica dei tarli.
Quello che mi hai fatto capire, a Zotlogrod, dove la primavera viene un giorno, o nella taiga, dove non viene mai, o nella neve che vive nei paesi, nella musica che scompare, nella zuppa di cipolle e negli infermi, è che il mondo che ci è scomparso ci è scomparso e non c’è più neppure un Ebreo che vada in giro, perché il mondo non gira e, mentre girava, mi hai fatto capire che anche il mondo che amavamo tanto era del tutto superfluo.
Molti anni dopo la tua morte, un altro scrittore mi ha detto che, dopo di te, era impossibile scrivere. Ne sono convinto. Dunque, come vedi, siamo stati superflui.


notte bianca

 

Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d’ore – un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti orlati d’oro, prendono l’aspetto di un delicato servizio di porcellana. C’è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia… e i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua.
(I. Brodskij, “Guida a una città che ha cambiato nome”, in Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1987)


Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


Nel mio stesso autoritratto

 

 

Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze _ metano? carbone? azoto? Secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. E’ una questione di molecole e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero gli elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e io avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di un tratto d’acqua di cui, da una parte e dall’altra, l’infinito ritagliava le estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione, e lì il lampione distava solo venti metri. C’era una gran quiete. Di tanto in tanto qualche battello appena illuminato s’intrometteva a disturbare con le eliche il riflesso di un grande”Cinzano” al neon che tentava di assestarsi sulla grande incerata dell’acqua. Prima che vi riuscisse, sarebbe tornato il silenzio.

(I. Brodskij, “Fondamenta degli incurabili”, Adelphi, 1991)


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