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La musica dei tarli

 

Come si fa a scrivere di noi adesso che il mondo non c’è più: a me sembra impossibile. Eppure lo abbiamo fatto, l’impossibile: scrivere.
A piedi per l’Europa, negli stivali, su un treno da una stazione all’altra, fino a Parigi, che sembrava l’unica cosa che restava, quando ci siamo accorti che non era vero.
Per ricordare, abbiamo dovuto affidarci a delle statue di cera, per accorgerci che erano soltanto mostri, e per quanto abbiamo tentato di costruire un muro tra la retina e l’anima, non ci siamo riusciti, Joseph, e questo, temo, ci abbia ucciso, ma saresti morto lo stesso.
Il vino non è un muro, Joseph, un ospedale sì. Ne ha quattro di mura, tutta una stanza, e per non accorgersene bisogna essere ubriachi. Per morire senza accorgersene, perché eravamo ormai diventati superflui e la morte è quanto di più superfluo si possa immaginare. Il fatto è, Joseph, mio caro, che il tuo mondo era finito e non avevi la forza di immaginarne un altro. Oggi sta succedendo a me.
Dunque dovevamo morire per tentare di riconoscerci almeno un po’, ma quando abbiamo deciso di dichiarare superfluo anche l’altro mondo, davvero abbiamo deciso che non esiste alcuna decisione e non ci restava che chiuderci in una stanza di una misera pensione, sul letto, di fronte a un vecchio armadio, per scoprire che suonava: la musica dei tarli.
Quello che mi hai fatto capire, a Zotlogrod, dove la primavera viene un giorno, o nella taiga, dove non viene mai, o nella neve che vive nei paesi, nella musica che scompare, nella zuppa di cipolle e negli infermi, è che il mondo che ci è scomparso ci è scomparso e non c’è più neppure un Ebreo che vada in giro, perché il mondo non gira e, mentre girava, mi hai fatto capire che anche il mondo che amavamo tanto era del tutto superfluo.
Molti anni dopo la tua morte, un altro scrittore mi ha detto che, dopo di te, era impossibile scrivere. Ne sono convinto. Dunque, come vedi, siamo stati superflui.


notte bianca

 

Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d’ore – un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti orlati d’oro, prendono l’aspetto di un delicato servizio di porcellana. C’è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia… e i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua.
(I. Brodskij, “Guida a una città che ha cambiato nome”, in Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1987)


Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


Nel mio stesso autoritratto

 

 

Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze _ metano? carbone? azoto? Secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. E’ una questione di molecole e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero gli elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e io avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di un tratto d’acqua di cui, da una parte e dall’altra, l’infinito ritagliava le estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione, e lì il lampione distava solo venti metri. C’era una gran quiete. Di tanto in tanto qualche battello appena illuminato s’intrometteva a disturbare con le eliche il riflesso di un grande”Cinzano” al neon che tentava di assestarsi sulla grande incerata dell’acqua. Prima che vi riuscisse, sarebbe tornato il silenzio.

(I. Brodskij, “Fondamenta degli incurabili”, Adelphi, 1991)


Leggendo Thomas Bernhard

 

Il castigo corrisponde alla colpa: essere privati di ogni gioia di vivere,

essere portati al grado estremo di disgusto della vita.

S. Kierkegaard

Non mi era mai capitato di leggere di fila tre romanzi di uno stesso autore. In genere, quando ho finito di leggere un romanzo di un determinato autore, quando ho finito di lasciarmi penetrare dal suo pensiero, di pensarlo; di vivere il suo sentire, di sentirlo; di condividere insomma il suo mondo, di penetrarlo come se fosse mio, abitarlo, percorrerlo, inseguirlo a volte; quando ho finito di fare tutto questo, passo ad altro. Intendo dire ad altro autore, mondo, pensiero, sentimento, condivisione, inseguimento, se occorre. Questa volta no. Questa volta, terminata la lettura di un romanzo di Bernhard, ne ho letto subito un altro e, terminato anche quello, un altro ancora. Nell’ordine, mi riferisco a “Camminare”, “Antichi Maestri”, “Perturbamento”. 

Terminata la compenetrazione con un certo mondo – vedremo quale – ho desiderato non uscirne, restarvi dentro, percorrerlo di nuovo anche se in altro libro. Ho desiderato sentire ancora quei pensieri, inseguirli, esserne inseguito, perché Bernhard, se provi a lasciarlo, ti insegue, e non è facile liberarsene.  Il suo è un veleno sottile, avvolgente, che può creare una dipendenza. E’ come la campana di un paese, un paese piccolo, estremamente definito, privo di sorprese. Un paese minuto e, proprio per questo, inesorabile: non se ne esce, perché il mondo è tutto lì: non ne esiste un altro. Una specie di prigionia; senti che ti opprime, ma non vuoi uscirne, Cosa al di fuori? Certamente non Bernhard, non il mondo minuscolo e terribile che stai abitando, ma è di quello che hai bisogno. Un paesino piccolo e terribile, che somiglia solo a se stesso. E si ripete, si ripete ininterrottamente: non c’è modo di uscirne.

Quella campana suona, rintocca, ti penetra, ti perseguita, ti affascina, Ti assorda, ma vuoi continuare a sentirla. E’ un suono martellante ed avvolgente al tempo stesso. Ti martella e ti avvolge in spirali di parole che creano intorno a te un labirinto di pensieri di cui non trovi l’uscita. Respiri male, non respiri, vorresti uscire, ma non sai come né da dove. Non c’è luogo e non c’è tempo nel pensiero di Bernhard: sottrae punti di riferimento. Tutto si riduce a lui e in lui si estingue. Leggere Bernhard è come morire. Per questo continui a leggerlo: per evitare di morire.

Non parlerò di quei romanzi, non ne traccerò la trama: non esiste una trama. I romanzi di Bernhard non sono avvenimenti, luoghi, persone. Si tratta di un monologo, ma non in prima persona: un monologo riferito. In pratica, è qualcuno che parla di qualcuno e, parlandone, lo fa parlare. Ma chi parla non appare mai, tranne che per riferimento. A volte, si inserisce anche un terzo personaggio, sempre riferito e, comunque, anche chi riferisce non racconta in prima persona: riferisce. Ttutto è indiretto.

La scena è unica, stabile, non cambia mai. Che sia una strada, un palazzo o un museo, la scena è fissa, come fissi sono i personaggi che da quella scena non si muovono. Nei romanzi di Bernhard, in pratica, non accade niente, tranne che una fissità continua di parole. Noto di sfuggita che, nei suoi romanzi, non esistono capoversi.

Accadono parole. Un flusso di pensiero ininterrotto, analitico, freddo, seghettante e ripetuto, che si allontana e torna, ripetendo temi attraverso frasi ripetute cui, a volte, si aggiunge un’unica parola: da ripetere, alla fine della frase già ripetuta. E così via, di seguito.

Un pensiero ossessivo, al limite della follia, tanto che, seguendolo e volendolo seguire, sei portato a chiederti se non stai diventando pazzo. I libri di Bernhard andrebbero chiusi di getto, dopo poche righe. Né riaperti. L’ho fatto più volte, riaprendoli sempre. L’ho detto: non si esce da quel labirinto; non si vuole uscire.

Cosa esprime quel pensiero? Disgusto. Per qualcuno, per qualcosa? Per tutto. Un disgusto, direi, cosmico, assoluto, globale, che finisce col disgustarsi del disgusto stesso. Una critica sociale che coinvolge tutte le forme dell’esistere cui, inevitabilmente, l’uomo dà vita. Oggetto primario di accanimento è lo Stato e l’orrore cui lo Stato ha dato forma e sostanza corrompendo l’uomo che, da parte sua, sembra essere stato estremamente corruttibile, addirittura lieto di esserlo. Perché l’uomo è una mostruosità, un errore, anche nell’Arte. Un sublime orrendo, dunque: questo l’uomo e il mondo. Anche il mondo in sé, a prescindere dall’umano: la natura è semplicemente uno splendido orrore.

Tutto è corruzione perché lo Stato corrompe. Tutto è stupidità perché lo Stato è stupido. Tutto è infame perché lo Stato è infame. Lo è anche la Chiesa e qualsiasi forma cui l’uomo abbia dato vita, perché lo è l’uomo. Noto di sfuggita che Bernhard non parla mai di Dio: non ne vale la pena.

Al termine della lettura ti viene inevitabilmente da chiederti che tipo d’uomo sia mai stato costui. Ne esce un’immagine fredda, solitaria, profondamente amareggiata, ma sorretta da un’intelligenza implacabile. Ne esce anche una totale mancanza di sentimento. Bernhard pensa, non sente. Non sente nulla. E tuttavia non è vero, perché Bernhard è anche e soprattutto una profonda forma di amarezza.

Non riporterò le circostanze della sua vita; chi vuole potrà facilmente informarsi. Dirò soltanto che, nonostante il disgusto e l’amarezza, Bernhard non ha mai rinunciato alla vita. Leggendolo, viene in mente – come lui stesso dichiara – che l’unica forma possibile sarebbe il suicidio. Tuttavia. Bernhard voleva vivere; voleva vivere intensamente e fino in fondo il disgusto profondo della vita. Tutto si riduce a un disgusto “pensato” dell’umano, talmente freddo e analitico da sembrare disumano. Bernhard, tuttavia, non riesce ad evitare l’amarezza. La sua è un’amarezza talmente profonda che ha bisogno di rinchiuderla in un labirinto di parole per non doverla sentire. Il più delle volte ci riesce, ma la sua amarezza traspare, esce dalle pagine, ti invade,perché Bernhard ne scrive e tu ne leggi. Alla fine, il disgusto e l’amarezza (persino per il disgusto) sono gli unici pensieri/sentimenti possibili da cui ti vorresti liberare al più presto e nei quali vorresti, tuttavia, restare, perché non puoi fare a meno di provarli e, inevitabilmente, condividerli.

 


Dalla vita di un fauno

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La tua mano regna tra il linteo/ cordame dei miei capelli: fra/ le gambe, bianche colonne a intrico: fra/ il cupo inviluppo del mio angolo.)).
“Per quanto tempo rimani ancora qui?” 10 giorni: oggi chi può essere così lungimirante?!

(Arno Schmidt, “Dalla vita di un fauno”, Lavieri, 2006. Stampato con il contributo della Arno Schmidt Stiftung e sovvenzione del Goethe Institut)


il resto della nostra vita

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Senza dire che in quei giorni il resto della nostra vita era tutto quello che avevamo.


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