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Camminare

 

Dunque l’arte è senza dubbio quella di sopportare l’insopportabile e di non sentire ciò che è orribile come tale, cioè orribile. Definire quest’arte come la più difficile, è ovvio. L’arte di esistere contro i fatti, dice Oehler, è l’arte più difficile. Esistere contro i fatti significa esistere contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile, dice Oehler. Se noi non esistiamo costantemente contro ma solo costantemente con i fatti, dice Oehler, andiamo a fondo in brevissimo tempo. Il fatto è che la nostra esistenza è un’esistenza insopportabile e orribile, se esistiamo con questo fatto, dice Oehler, senza esistere contro questo fatto, andiamo a fondo nel più miserabile e nel più comune dei modi… E’ sempre un problema di freddezza mentale e di acume mentale, dice Oehler. La maggior parte delle persone, dice Oehler, non ha né freddezza mentale né acume mentale e non ha neppure intelletto. L’intera storia sino ad oggi ne ha dato senz’altro prova. Ovunque guardiamo, né freddezza mentale né acume mentale, dice Oehler, il tutto è una gigantesca storia, spaventosamente lunga, priva di acume mentale e di freddezza mentale, e quindi priva di intelletto. Se guardiamo alla storia, qui deprime in particolare la totale mancanza di intelletto, per non parlare poi di acume mentale e di freddezza mentale. In tal senso non è un’esagerazione dire che tutta la storia è una storia totalmente priva di intelletto, ragion per cui è anche una storia completamente morta.
(Thomas Bernhard, Camminare, Adelphi, Milano, 2018)

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Thomas Bernhard: Midland a Stilfs

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Non spenderò molte parole: parlare di Bernhard è impresa insormontabile, visto l’abisso dove ti conduce.
In questo libricino (solo in apparenza) edito da Adelphi, vengono presentati tre racconti sotto il titolo del primo: Midland a Stilfs. Midland è il nome di un fantomatico turista inglese che, nel corso del racconto, non compare mai; Stilfs è il nome di una località di montagna dove Midland dovrebbe trovarsi per la visita annuale alla tomba della sorella precipitata anni prima in un burrone, burrone che aspetta l’incauto che si accosterà a leggere.
Un monologo lungo, di un pazzo che parla di pazzi, pazzi che vivono in un vuoto abissale dove la realtà non entra mai; dovrebbe portarcela Midland, almeno una volta l’anno. Midland, la rappresentazione di una coscienza assente, temuta e anelata allo stesso tempo, come i giornali sui quali i pazzi si avventano famelici. Una coscienza che verrebbe voglia di buttarla giù dalle mura, ma comunque assolutamente necessaria per arginare, almeno una volta l’anno, il caos che a Stilfs regna sovrano, frutto ed allo stesso tempo fonte di pazzia.
Nel secondo racconto, un avvocato nutre gravi sospetti su un cliente, reo, a quanto pare, di indossare il mantello di loden di uno zio dell’avvocato stesso, morto suicida alcuni anni prima. A chi appartiene quel mantello? A un suicida? All’erede di un suicidio? E chi indurrà ora a suicidarsi? Ma la vita non è un continuo, inafferrabile, a volte intuibile quanto negato suicidio? E quela negazione non è a sua volta un suicidio? Anche riconoscerla.
Nel terzo racconto la distruzione mentale accompagna due fratelli nel corso di una passeggiata notturna verso un pascolo alto che i due avevano ereditato molti anni prima dai genitori ormai morti. Non ci avevano mai messo piede, ma ora decidono di andarci per – si dice convintamente – ritrovare se stessi. Il problema è a cosa porterà il ritrovamento.
Un racconto straordinario, nel quale la maestria perversa di Bernhard mostra fino alle conseguenze estreme il processo di disgregazione di una mente alterata e il suo inevitabile scomparire nella frantumazione delle follia.
Vi compaiono, come negli altri racconti, classici temi di Bernhard, come la distruttività della famiglia ma, per quanto ti accorgi di averli già letti, non ti stanchi di leggerli.
Un labirinto di pazzia assoluta, un senso di non senso che ti appaga mentre scopri che non c’è altro senso cui aggrapparsi se non le parole che Bernhard ti scaglia addosso come una strega antica, che ti seduce mentre ti uccide.
In fin dei conti, un bel modo di morire.

 


Introduzione a Roma

veduta di Roma dal Palatino

(Roma vista dal Palatino. R. McPherson, 1856)

Questa è l’introduzione di un lavoro preparato e scritto alcuni anni fa insieme a Luciana Riommi. Forse lo pubblicherò.

l’uomo “dovrà cioè scegliere se decidersi a sviluppare le sue più profonde qualità umane o arrendersi a quelle forze, oggi quasi automatiche, che egli stesso ha messo in movimento e cedere il posto al suo alter-ego disumanizzato” (L. Mumford, “La città nella storia” Bompiani 1961, p. 14).

C’era una volta Roma, tanto tempo fa. Oggi non più.
Un pensiero volgare l’ha spazzata via, riducendola come una vetrina. Muta, pura letteralità, semplice scintillìo, superficie vuota di profondità.
Roma è svanita. Si è diffusa nel nulla che cancella la storia; ormai è un’assenza: come se la notte perdesse le sue stelle. Con te anch’io, nel precipizio che non distingue forme.
Sfumata, come tu sei stata. Groviglio, sovrapposizione, strato. Difficile pensarti; sarebbe come darti dimensione, perdere i tuoi suggerimenti. Se dipanassi ti confonderei; negherei la tua essenza, il tuo senso. Mai con chiarezza; questo il tuo fascino e mistero: non è dato stanare il desiderio.
Unica, irripetibile. Diversa e ambigua, crudele e avvolgente, disponibile e tetra: indefinibile. Dio, quanto ho amato i tuoi aspetti sfuggenti! Impossibile contenerti, comprenderti, esaurirti. Non ti ho mai avuta: per questo ti desidero ancora.
Forse solo il silenzio rende ragione di quello che tu sei. Specialmente la sera, quando sei tutto e nulla, svanisci e ti distendi, propagata e soffusa. Sei sensazione, percezione, aria. Ti sento senza toccarti: come l’anima.
Forse sei solo un dubbio, una provocazione, un’incertezza. Come tale, capace di congedare la voglia. Che ritorna, inebriata di te, per contrastare mali debordanti.
Che debordano. Perché il tuo argine è svanito sotto i colpi di un secolo insensato che in settant’anni ha cancellato il sempre.


Roma non più Roma e La notte degli orologi

arco di severo 1854

 

Roma non più Roma. un breve studio sui mutamenti architettonici (nefasti) subiti dalla città tra l’ottocento e il  novecento attraverso i quali si assiste alla scomparsa di quello che fino ad allora era stata la rappresentazione di uno Spirito Universale.

 

La notte degli orologi: un breve romanzo sulla scomparsa del tempo, quel tempo di Roma che si era illusoriamente rivestito d’eterno.

 

Leggi qui o scarica gratis

 

Roma non più Roma

 

La notte degli orologi


Fisica della malinconia

 

 

Sono nata come drosofila, due ore prima del sorgere del sole.
Morrò stasera dopo il suo tramonto.

Sono nato il 1° gennaio 1968 come creatura umana di sesso maschile. Ricordo fino all’ultimo dettaglio tutto il 1968 dall’inizio alla fine. Non ricordo nulla dell’anno in cui viviamo ora. Non so neanche che anno sia.

Sono sempre stato nato. Ricordo ancora la grande Glaciazione e la fine della Guerra Fredda. Lo spettacolo dei dinosauri in agonia (di entrambe queste epoche) è una delle cose più insopportabili che abbia mai visto.
Non sono ancora nato. Sono imminente. Sono a meno sette mesi. Non so come si calcola questo tempo negativo trascorso nelle viscere. Sono grosso, sono grossa (non sanno ancora di che sesso sono) come un’oliva, peso un grammo e mezzo. La coda mi sta gradualmente scomparendo. L’animale in me sta andando via salutandomi con la coda che mi sta sparendo. Sembra che sia stato scelto come creatura umana. Qui è buio e accogliente, sono attaccato a qualcosa che si muove.

Mi ricordo di esser nato come rovo di rosa canina, pernice, ginkgo biloba, lumaca, nuvola di giugno (il ricordo è assai breve), fiore autunnale turchino di croco intorno a Halensee, ciliegio precoce gelato da una tarda neve d’aprile, come neve che ha gelato l’ingannato albero di ciliege…

Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, Voland s.r.l., Roma 2012


Metafisiche a terra- estratto

 

 

Nostalgia
Appena vento forse nostalgia senza di cosa né ripensare attesa e tu che mi domandi scosta l’orlo di questa sera lunga che la dimenticanza sa di viole e cade il ricordare.

Terza passeggiata a volo basso
Mi ricordo di te quando eravamo uccelli le nostre passeggiate a volo basso e le nuvole che odorano di pioggia quando l’inverno ti riflette il mare le gocce da schivare e la città dove la notte fugge dai lampioni ed i tuoi passi sanno di distanza una fuga che avanza.

Terza giornata d sciocchezze enormi
Ora non c’è una piega in questa stanza che non abbia vissuto le giornate che ti tracciano gli occhi né angolo che ignori i nostri inseguimenti nella sera dove vanno gli amanti o chiacchiere avventate che non sappia mentre ti scrivo quello che non so di questo mondo piccolo insoddisfatto a rotazione.

Senza una goccia di vino
Credo che del tempo si possano dire molte cose e definirlo ad esempio lineare o circolare perfino inesistente al di là di una coscienza che lo contempli nella categoria dell’esistente. Secondo me può essere alto o basso: alto quando ti sfugge basso se ti schiaccia in quella stasi che chiamiamo noia. Da ciò consegue che la morte deve essere una noia terribile.

La cosa verde
Non ha molto da dire perché forse non esiste tra milioni di cose verdi se la sabbia mi cade dalle mani e il mare decide di scendere alla prossima fermata e tu non hai più un nastro tra i capelli ed io sono in ritardo.

Ai confini di Grecia
Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era. Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete. Noi siamo tutti qui nell’altro tempo, ai confini di Grecia.

 

 


Fuga da Bisanzio

“L’arte non è un’esistenza migliore, ma è una esistenza alternativa; non è un tentativo di sfuggire alla realtà, ma il contrario, un tentativo di animarla. È uno spirito che cerca la carne ma trova le parole”.

Se volessi raccontare un libro, e lo farei volentieri quando questo libro è “Fuga da Bisanzio” di Iosif Brodskij, dovrei inoltrarmi in un’esperienza profonda, quella dell’autore, e tentare di coglierne sfumature e lampi, perché di questo Brodskij parla, come un uomo cui è stata sottratta ogni stabilità, un uomo che si esprime per ricordi e forme lievi, perché la sua voce è una voce di esilio. Leggerlo è esperienza conturbante, perché toglie la terra sotto i piedi e trasporta, quasi senza che tu possa accorgertene, da un luogo a un altro come da un tempo a un altro, perché l’esilio non è un luogo e non è un tempo, ma un’esperienza di lacerazione che la parola tiene insieme senza guarirla mai. Allora ci lasciamo trasportare, lontani da noi stessi, nell’esilio di parole esiliate, prive di luogo e tempo, perché parlano d’altro, parlano d’altrove, di un’interiorità che non ci appartiene ma ci sfiora e ad ogni pagina ci porta più lontano mentre ci si avvicina. Impossibile non esserne penetrati e ritrovarci noi stessi come “altrove”, l’altrove della poesia che Brodskij propone anche quando si esprime in prosa. E ci sentiamo esiliati da tutto ciò che oggi ci riguarda senza riguardarci affatto.
Di questo dovrei parlare, se ne parlassi, ma lascerò che lo faccia qualcun altro che di questo libro ha parlato molto meglio di come potrei farlo io.

http://dietroleparole.it/2018/07/24/iosif-brodskij-fuga-da-bisanzio-adelphi/#more-1735


Antichi Maestri

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Non esiste un quadro compiuto, e non esiste un libro compiuto e non esiste un pezzo musicale compiuto, diceva Reger, la verità è questa, e questa verità fa sì che una mente come la mia, che pure, per tutta la vita, non è stata altro che una mente disperata, continui a esistere. La mente dev’essere una mente che cerca, un mente che cerca gli errori, gli errori dell’umanità, una mente che cerca il fallimento. Una mente diventa effettivamente una mente umana soltanto quando cerca gli errori dell’umanità. La mente umana non è veramente umana se non si mette alla ricerca degli errori dell’umanità.

(T. Bernhard, “Antichi Maestri”, Adelphi, 1985)


Dalla vita di un fauno

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La tua mano regna tra il linteo/ cordame dei miei capelli: fra/ le gambe, bianche colonne a intrico: fra/ il cupo inviluppo del mio angolo.)).
“Per quanto tempo rimani ancora qui?” 10 giorni: oggi chi può essere così lungimirante?!

(Arno Schmidt, “Dalla vita di un fauno”, Lavieri, 2006. Stampato con il contributo della Arno Schmidt Stiftung e sovvenzione del Goethe Institut)


il resto della nostra vita

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Senza dire che in quei giorni il resto della nostra vita era tutto quello che avevamo.


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