Archivi categoria: narrativa

Gerusalemme

Henri Cartier Bresson - Salerno Italia 1933

(Bresson)

Per un ammasso cellulare passare da Berlino a Gerusalemme attraverso “un culo di vetro sul quale si potrebbe leggere il medioevo” (1) non è cosa semplice: occorre spostare un peso.
Il peso è spesso falso (2). Soprattutto in Russia, ad esempio a Zlotogrod. E’ vero che lì ci trovi i tigli, ma sono appesantiti dalla neve.

Per questo,
Gerusalemme non è celeste. Neppure terrestre.
Gerusalemme è un fatto letterario. Si risolve in un processo al mal di testa.

Quando si processa un vagabondo si finisce col vagare. A volte sulla luna. C’è una scia, un sentiero, un fortissimo mal di testa. (3)
Se la luna è un rimedio dipende dalle pillole che prendi. Le pillole sono parole.

A Gerusalemme fa inevitabilmente caldo. Il caldo acuisce il mal di testa.
Ne aveva uno terribile, immenso, inestirpabile. Uno di quelli che ti stroncano, come Gerusalemme.
Tirare le tende; tirare le pantofole al cane; se occorre, tirare ricordi. O tirare la corda, al punto da credere a un pazzo prima di impiccarsi.
La follia come cura? Gerusalemme non è altro.
Tuttavia, mi si lasci suggerire (come d’altronde è riportato negli atti del processo) unica cura: l’oblio.

Questo potrebbe essere un finale letterario. Se ne vocifera nei vicoli che dovrebbero esserci, ma occorrerebbe scriverli.
Gerusalemme è un progetto, una stesura fondata su un’attesa. Dunque una mancanza.
Per questo è impossibile leggerla.

1. H. Miller, “Tropico del cancro”

2. J. Roth, “Il peso falso”

3. M. Bulgakov, “Il Maestro e Margherita”.

(Tratto da “Per giorni eventuali” – in lavorazione. Forse)


lettera dai bisbigli

 

 

Dall’angolo di un letto, sorella cara ti scrivo da Miseno prima che cada il mondo.
Terzo giorno di pioggia di frammenti: non mi ritrovo più. Non so se sono sasso o sono stella, se suolo o fumo, filo d’erba o candela, oppure latte d”asina o un bicchiere. Spesso mi bevo il sonno.
Bagliori. Ancora mi rammarico degli anni: li ho passati cedendo.
Ieri riparavo pensieri. Sai, sono cose inutili, ma un poco ci sono affezionato, come alle vecchie cose, ai limoni, agli sputi sul selciato che mi ricordano che gli dei non hanno cura: la mia asma, il bruciore.
La mattina biscotti: non mi sono mai piaciuti. Non so perché continuo a farmi del male. Poi non scivolo notti. Al massimo mi siedo ad aspettare.
Vado a letto di giorno, ma in questa confusione si aggiungono elementi e la tenebra moltiplica se stessa. Non distinguendo ombre, il tempo non comunica passaggi e le puttane adesso vanno al tempio, i panettieri ai giardini sulle mura, gli osti al macello e si farnetica di veli sulla luna nella speranza di non precipitare. Consuetudine e caos: vecchi argomenti.
La natura è un inganno prelibato quando trasformi l’acqua in idromele. Un inganno assetato.
I tuoi figli collimano col senso? Io non ne ho avuti e passo da un’epigrafe a un bordello; vado indietro nel tempo, ma non mi aspetto di ricominciare.
Quando la notte torna nell’inverno, il mio cortile si trasforma in dubbio e i germogli diventano bisbigli. Abbiamo dissipato? Questo mi sembra certo.
Garantiremo ad altre formazioni di fare delle ceneri sarcasmi. Questo mondo non è un teatro serio, ma tu non darmi credito.
Questi anni vaganti… Sembra vadano avanti, ma il compleanno torna. Tuttavia, nella ripetizione che consuma, tutto è relativo: il pianeta, le stelle, la mia vita. Brinderemo tra un anno? Ti bacio sulle punte dei capelli, i seni e gli anni che non ho desiderato.
Mandami una passione da scontare. Ne ho consumate a dismisura, ma le ho perse di vista.
Tuo Plinio, prima di sera.

 

 


lettera a Brodskij

 

 

Quando sei sbarcato a Venezia hai dovuto aspettare. Gli angeli si fanno sempre aspettare. Poi, quando arrivano, ti accorgi che saresti disposto ad aspettare ancora, per evitare una delusione.
Venezia è un luogo strano, pieno di angeli; per questo ha una certa ambiguità. Comunque non ti lascia indifferente: dove i confini sfuggono restare indifferenti non è possibile.
Anch’io mi trovo in un’evidente ambiguità, quando aspetto che il mare mi venga incontro. Mi aspetto anche di vedere le isole vagare nel delta tenendosi per mano, ma questo succedeva nel Baltico.
Qui la laguna spande desideri che non siamo capaci di ascoltare. Tuttavia sussurra, la notte. La notte sussurra sempre.
Alle Fondamenta degli incurabili ti sei accorto di non poter guarire. Un destino comune, ma non ci ha impedito di cercare una cura. Forse la cura è l’angelo che fugge, ma come capirai perfettamente, Iosif, non la si afferra mai.
Viviamo questa nostra malattia con tutto lo scompenso che comporta, lieti d’essere malati perché così possiamo sentire l’anima che fugge come gli angeli e, per tentare di trattenerla, spesso passiamo sere con le stelle, ma come tu mi hai detto nessuno se ne accorge, neppure loro.

 

 

 


prima di un viaggio

Mia cara, nella trasposizione della vita, provo a dirti di me, del mio disagio, sperando tu mi legga da un altrove distante da questo luogo dove soggiorno e ignoro.
Una maledizione lenta si accavalla e la difficoltà di risolvere si trasforma a volte in svogliatezza. Dunque un male peggiore, una strana vaghezza che cancella, come un lasciarsi andare, una deriva inutile, un messaggio che non si scrive pur avendolo in testa. Un’assenza di forma che mi consegna a un infinito zero, dove perdo i contorni del ricordo, del firmamento, della luna, che spesso poggia al bordo del tuo seno, per mia malinconia. Tu mi sovrasti l’anima d’argento, ed io che non mi specchio, spargo semi di voglia all’imbrunire e la sera nel mare. Ciò che più pesa – non nascondo – è l’oltraggio: all’intelligenza, alla dignità, alla vita. Esser vivi non è cosa da poco: non basta uscire da un alveo di donna. Esser vivi è un mestiere – non è farina mia – ma lo è. Una professione d’aderenza, irrinunciabile, indicibile, spesso inservibile. Esser vivi è professione unica, spesso mai frequentata. Consiste nel donare consistenza a sé e all’Altro. Che richiede visione. Potrei aggiungere: esser vivi vuol dire fare Dio. Un Essere che esiste nel passaggio, anche come scomparsa. La mia sconfitta, il mio macello, il mio poterlo dire.
Ti dicevo di me, del mio dissenso, di questo malaffare di stanchezza dove il mondo succede e si scolora senza alcuna ragione. Ma quali tinte nel dissolvimento? Ah, anima, io non vedo dissenso nei tuoi occhi. Tu sei pietà d’altissima fattura. Che nessuno raccoglie.
Io mi dirigo verso l’altro senso dove quello in cui credo non ha luogo. Non c’è ragione ed anche la sostanza sfuma nel dire di un significato che rimanda a impossibili traverse. Non conosco la strada ed il suo senso. Capirai la mia confusione; talvolta l’ansia nella scomposizione della luna che fraziona il suo viaggio in molti quarti. La mia unità veste scansioni d’immagini lontane dal percorso di un mondo consueto. Questa mia estraneità mi taglia il volto; mi spazza, mi sconsidera, mi sfolla da una permanenza d’indistinto: un dire amaro. Ma non voglio tediarti se mi ascolti. Se non lo fai, starò nell’abitudine: parola per parola per tacere. In fin dei conti, ogni parola è sempre tacer d’altro.

 


T. Bernhard – la mancanza di intelletto della storia

Dunque l’arte è senza dubbio quella di sopportare l’insopportabile e di non sentire ciò che è orribile come tale, cioè orribile. Definire quest’arte come la più difficile, è ovvio. L’arte di esistere contro i fatti, dice Oehler, è l’arte più difficile. Esistere contro i fatti significa esistere contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile, dice Oehler. Se noi non esistiamo costantemente contro ma solo costantemente con i fatti, dice Oehler, andiamo a fondo in brevissimo tempo. Il fatto è che la nostra esistenza è un’esistenza insopportabile e orribile, se esistiamo con questo fatto, dice Oehler, senza esistere contro questo fatto, andiamo a fondo nel più miserabile e nel più comune dei modi… E’ sempre un problema di freddezza mentale e di acume mentale, dice Oehler. La maggior parte delle persone, dice Oehler, non ha né freddezza mentale né acume mentale e non ha neppure intelletto. L’intera storia sino ad oggi ne ha dato senz’altro prova. Ovunque guardiamo, né freddezza mentale né acume mentale, dice Oehler, il tutto è una gigantesca storia, spaventosamente lunga, priva di acume mentale e di freddezza mentale, e quindi priva di intelletto. Se guardiamo alla storia, qui deprime in particolare la totale mancanza di intelletto, per non parlare poi di acume mentale e di freddezza mentale. In tal senso non è un’esagerazione dire che tutta la storia è una storia totalmente priva di intelletto, ragion per cui è anche una storia completamente morta.

(Thomas Bernhard, Camminare, Adelphi, Milano, 2018)


Servo di scena

Interior-1869-Edgar-Degas

 

4 racconti per l’estate free download

servo di scena e altri racc.


lettera

Ti dicevo di me, del mio dissenso, di questo malaffare di stanchezza dove il mondo succede e si scolora senza alcuna ragione. Ma quali tinte nel dissolvimento? Ah, anima, io non vedo dissenso nei tuoi occhi. Tu sei pietà d’altissima fattura. Che nessuno raccoglie.
Io mi dirigo verso l’altro senso dove quello in cui credo non ha luogo. Non c’è ragione ed anche la sostanza sfuma nel dire di un significato che rimanda a impossibili traverse. Non conosco la strada ed il suo senso.
La mia unità veste scansioni d’immagini lontane dal percorso di un mondo consueto. Questa mia estraneità mi taglia il volto; mi spazza, mi sconsidera, mi sfolla da una permanenza d’indistinto. Ma lascia andare, lasciami cadere. Questo sostentamento mi riduce a una richiesta inutile. Che non inoltrerò.
Ma non voglio tediarti se mi ascolti. Se non lo fai, starò nell’abitudine: parola per parola per tacere. In fin dei conti, ogni parola è sempre tacer d’altro.

(Tratto da “Metafisiche a terra”.


Notti Imperiali

Ascolta, l’onda rovescia. Non puoi armare la flotta.
Chi sei tu, ombra.
Solo un’attesa: dovrai avere pazienza.

 

free download

Notti Imperiali


Trio

A questi sono rimasto affezionato.

Agli altri no: se potessi li cancellerei.

 

metafisiche a terra 2

tre notti

 

copertina


Antichi Maestri

9788845909443_0_0_317_75

Non esiste un quadro compiuto, e non esiste un libro compiuto e non esiste un pezzo musicale compiuto, diceva Reger, la verità è questa, e questa verità fa sì che una mente come la mia, che pure, per tutta la vita, non è stata altro che una mente disperata, continui a esistere. La mente dev’essere una mente che cerca, un mente che cerca gli errori, gli errori dell’umanità, una mente che cerca il fallimento. Una mente diventa effettivamente una mente umana soltanto quando cerca gli errori dell’umanità. La mente umana non è veramente umana se non si mette alla ricerca degli errori dell’umanità.

(T. Bernhard, “Antichi Maestri”, Adelphi, 1985)


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: