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Dello scrivere ed altro

 

 

“Scrivere è in primo luogo un atto egoistico, un gesto che separa e isola chi scrive dagli altri. E’ ciò che Proust sottolinea a lungo nel Tempo ritrovato. I libri sono figli del silenzio, della notte, della solitudine. Una conversazione tra amici o anche tra amanti non è, rispetto all’opera, che diversione e dispersione” (F. Rella, Forme del sapere, Bompiani, 2014).

Possibile, si chiede allora l’autore, che la scrittura non generi in chi scrive un senso di colpa? Come porsi di fronte al vomito di cui parla Thomas Bernhard?
Eppure la scrittura non è solo solitudine e tormento; genera piacere in chi la pratica, osserva ancora Rella, e Leopardi affermava che certe opere, rappresentando la nullità delle cose e pur mettendo a contatto con il vuoto e la morte, “raccendono l’entusiasmo” (G. Leopardi, Zibaldone, Garzanti, 1992).

Dunque contrasti.
L’opera è solitudine, colpa, abisso, violenza, fascinazione. Non si tratta di un oggetto unitario che accompagna il lettore verso un senso compiuto, ma di un oggetto frantumato, come scrive W. Benjamin: nel saggio sulle Affinità elettive di Goethe.
“La sua superficie è incrinata. Di lì esso si sporge verso chi lo interroga, e di lì entrano in lui le domande che di fronte a esso si sono generate. Le domande si incorporano così all’oggetto, ed è questo che ora interroga, interroga noi che lo interroghiamo”(F. Rella, op. cit.)

Questa doppia interrogazione attraversa ogni forma espressiva, a meno di rimanere indifferenti. Molti affermano che la pratica artistica consista nel portare alla luce il rapporto dell’autore con il “tremendo” (Kafka, Rilke, Bernhard e altri). Di fronte a un senso del tremendo mi sembra difficile restare indifferenti.
In cosa questo “tremendo” consiste? Spesso in un innominato, non nominabile, ignoto senso di vuoto. L’alterità dell’ignoto, rappresentata, a volte, dal nulla e dalla morte; comunque, da qualcosa di non presente e, per questo, inconoscibile.

“Ritroviamo questa sconcertante prospettiva nelle accecanti strisce di buio che attraversano le tele bianche di Franz Kline. Ritroviamo violenza e un metodo altrettanto violento per contenerla ed esprimerla, in Jackson Pollock, che passeggia sgocciolando colore sulle tele stese a terra, e che poi chiude il suo gesto in una fittissima trama che tiene tutto insieme”. (F. Rella, op. cit.)
Le ritroviamo nella Stanza da letto di Arles, dove van Gogh rappresenta la violenza della propria assenza, il suo essere ormai altrove, mentre “i quadri sono appesi sghembi, paurosamente inclinati. Non si appoggiano a una parete piana ma scivolano inarrestabili, pronti a precipitare verso il letto vuoto, il letto in cui non giace nessuno. Il letto di chi ha già lasciato l’umano e viaggia verso un altrove” (F. Rella, op. cit.).

Dove questo altrove? In una promessa di infinito, di eternità, di gioia suprema dopo i tormenti dell’esistere? O non sono proprio questi tormenti a generare il “tremendo” dell’esprimere, lo sforzo della scrittura, la fatica di dire quel che non esiste fino a quando non è detto e che, forse, comunque, anche allora non esisterà? E non è forse quel “letto vuoto” dove l’opera converge, un letto vuoto perché non lo abita nessuno, nessuno lo può abitare a pena di riempirlo e, dunque, rinunciare ad esprimere, non è quel letto vuoto il luogo dell’altrove dove non c’è nessuno eppure parla e tace? L’opera è notte, l’opera è silenzio. Nessuno la può dire: Euridice non abita più qui.

(tratto da “Euridice non abita più qui” di prossima pubblicazione)


Manganelli

 

 

“La poesia non solo non ha autore, ma in quanto poesia non esiste nemmeno,
è una assenza di significato altamente organizzata”
(Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma)


Oggi sono qui

Oggi sono qui. Grazie Sonia.

Poesia Ultracontemporanea

Un’antologia permanente a cura di Sonia Caporossi

 

https://poesiaultracontemporanea.wordpress.com/2018/10/21/giovanni-baldaccini-ad-ogni-battito-di-una-campana-breve/


una sera di vento

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Senza troppi saluti
alla fine ce ne siamo andati tutti
e abbiamo lasciato che cadesse
quello che doveva cadere (nessuna mano si è sporta).
I cappotti sapevano di caldo (come era necessario)
ma le mani erano fredde (intendo dire che intorno si gelava)
e forse è per questo che non ci siamo salutati abbastanza.
Tuttavia era previsto
che le luci si spegnessero all’improvviso
come se non ci fosse nulla alle spalle
e che si scivolasse
e dunque non capisco quegli sguardi di scomposizione
che ci raggiungevano a tratti
(la mia faccia e la tua, bellissima)
ma una sera di vento scompiglia i capelli
e le idee si ficcano nelle tasche, misteriosamente.
Non c’erano foulards a disposizione e il mio cappello è stretto
a tratti floscio, direi, per cui non potevo raccogliere i tuoi nei
e tutto ciò che volava (lo sai che la notte vola e non è prudente
trattenersi a lungo sotto il fuoco incrociato delle stelle)
tanto più se minaccia pioggia.
Per questo ti ho preso sotto le mie ali
(saranno vecchie, ma ancora riescono a proteggere un pulcino)
d’angelo un po’ bagnato.


L’inizio (o la fine) di una sedia

 

 

Non è impossibile immaginare l’inizio di una sedia, Mark, amico mio, e neppure la fine: basta essere stanchi.
Neppure un divano è impossibile da immaginare, quale ne sia il colore, ma certo, se mi chiedi di immaginare i modi in cui i ruderi della luna le crollavano sulla chioma, ecco, questo mi sembra un po’ più complicato. Ma non impossibile.
Tuttavia, sapere in quale punto esatto del tempo si era, per non aver bisogno di chiedere più nulla, mi sembra azzardato. Non il punto del tempo: la richiesta di nulla.
Se vuoi, possiamo anche restare un anno in un hotel sulla spiaggia, a guardare “la luna antica che striscia sul pavimento”, dato che abbiamo perso la nave e la prossima passa tra un anno. Tuttavia, Mark, carissimo, se ti fa piacere puoi anche informarmi che ”le nevi sono arrivate, e le sagome nere dei pianoforti dormono e non le si può destare, come le fanciulle che se ne sono andate, e le foglie, e tutto ciò che poco fa era qui”, ma non puoi chiedermi di immaginare:
“il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito”.
Questo non puoi chiedermelo: lascio che lo faccia tu.


respirante miracolo, pianura

Una poesia
di Osip Mandel’stam
trad. di Remo Faccani

A tu per tu, il gelo in volto io fisso:
lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla.
Stirata, pieghettata senza grinze,
respirante miracolo, pianura.
E in povertà bianco-amido, il sole strizza gli occhi –
il suo strizzare è tranquillo, placato…
Foreste a dieci cifre: simili a quelle… E crocchia
– pane fresco – la neve dentro il mio sguardo, intatta.


celan – lontananze

con lo sguardo nello sguardo, nel freddo
lasciaci fare questo ancora:
respirando
tessere insieme il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera s’appresta a stimare
quanto ancora è lontana,
da ogni figura che essa si dà,
ogni figura che a noi essa presta.

(Crocetti, 2013)


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