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paul celan – la sabbia delle urne

 

 

LATTE NERO DELL’ALBA lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzodí e al mattino lo beviamo di notte beviamo e beviamo
scaviamo una tomba per l’aria lí non si sta stretti
Vive un uomo nella casa lui gioca coi serpi lui scrive
scrive in Germania all’imbrunire i tuoi capelli
d’oro Margarete
lo scrive ed esce fuori e brillano le stelle fischia
ai suoi mastini qua
fischia ai suoi ebrei fuori fa scavare una tomba per terra
ci comanda suonate ora si balla
Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo al mattino e a mezzodí ti beviamo di sera beviamo e beviamo
Vive un uomo nella casa lui gioca coi serpi lui scrive
scrive in Germania all’imbrunire i tuoi capelli
d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba
per aria lí non si sta stretti
Grida scavate di più il terreno voi altri cantate e suonate
piglia il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi
sono azzurri
affondate di piú le pale voi altri suonate ancora si balla
Grida suonate piú dolce la morte morte
è un maestro tedesco
grida archeggiate piú scuri i violini cosí salirete
per aria come fumo
cosí avrete una tomba tra le nuvole lí non si sta stretti
Latte nero dell’alba ti beviamo di notte
ti beviamo a mezzodí la morte è un maestro tedesco
ti beviamo di sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti centra con palla di piombo ti centra preciso
vive un uomo nella casa i tuoi capelli d’oro Margarete
ci aizza contro i suoi mastini ci dona una tomba per aria
gioca coi serpi e sogna la morte è un maestro tedesco
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith
.
Paul Celan – La sabbia delle urne. A cura di Dario Borso. Giulio Einaudi Editore.

 

 


Cose d’agosto

 

 

VIII
Quando fu che le particelle diventarono
L’uomo intero, e i caratteri e le credenze divennero
Carattere e credenza e le differenze presero
Differenza e fu tutt’uno? Dovette essere
Alla presenza di una solitudine dell’io,
Un’espansione e l’astrazione di un’espansione,
Una zona del tempo senza il ticchettio dell’orologio.
Un colore che si mosse grazie all’oblio.
Quando fu che udimmo la voce dell’unione?

Fu forse quando, seduti nel parco, l’arcaica forma
Di una donna con una nuvola in spalla
Si levò contro gli alberi e poi contro il cielo
E il senso dell’arcaico ci toccò d’un tratto
In un movimento nei tratti della somiglianza?
Alla vista ci somigliavamo.
Il colore smemorato dell’autunno
Era pieno di tali forme arcaiche, giganti
Del senso, evocanti la stessa cosa in molti uomini,
Evocanti uno spazio arcaico, dileguantisi
Nello spazio, lasciando solo il contorno della sagoma
Di quell’essere impersonale, il viandante,
Il padre, l’antenato, il signore barbuto,
La somma delle ombre umane lucide come vetro.

Wallace Stevens, “Cose d’agosto” da Aurore d’autunno.

 

 


Una sera qualunque a New Haven

 

 

I significati meno leggibili del suono, i minuscoli rossi
Non sempre percepiti, le parole più leggere
Nel rullio grave del linguaggio, gli uomini interiori

Dietro gli scudi esteriori, le pagine della musica
Negli scoppi del tuono, candele spente alla finestra
quando giunge il giorno, bava di fuoco nel moto ondoso.

Guizzi di minuzie in infime minuzie
E l’eccitazione universale dai busti di Costantino
Alle fotografie del defunto presidente, Mr. Vuoto,

Sono queste le prove e le riprove della forma finale,
L’attività brulicante delle formulae in cerca
Dell’affermazione, diretta o indiretta, mirata,

Come una sera evoca lo spettro del viola,
Un filosofo s’esercita al piano,
Una donna scrive un biglietto e lo straccia.

Non è nelle premesse che la realtà
Sia solida, Forse è un’ombra che attraversa
La polvere, una forza che attraversa l’ombra.

Wallace Stevens da “Aurore d’autunno”

 

 


Giorgio Caproni – Incontro

 

 

Nell’aria fresca d’odore
di calce per nuove case,
un attimo: e più non resta
del tuo transito breve
in me che quella fiamma
di lino – quell’istantaneo
battito delle ciglia,
e il pànico del tuo sorpreso
– nero, lucido – sguardo.

 

 


Mario Luzi: la notte lava la mente

 

 

Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, fugge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.

 

 


Andrea Zanzotto – Così siamo

 

 

Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza
E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

IX Ecloghe (Mondadori, 1962)

 

 


I. Brodskij – Và in campagna

 

 

Mia cara, perdendo la beltà và a vivere in campagna.
Là di certe principesse lo specchio non sa niente.
Pure il fiume s’increspa; e la terra rugosa
si è persino scordata di pensare ai suoi amanti.

Meglio andare in campagna a invecchiare. Anche
vivendo sola, là riconoscerai la catenina con la croce
nella betulla secca, nello stelo di una borsa di pastore,
in ciò che vola solo per ventiquattr’ore.

E io verrò da te. In tale affermazione ravvisa
la vittoria non tua ma di queste cose poiché la terra,
come quel lenzuolo, comprende non tanto la lingua
dell’amore quanto quella di buche, fossi e avvallamenti.

Oppure non verrò. Una qualunque delle buche,
il sapore metallico dell’acqua dentro un pozzo,
il caos di dossi, gli sterpi lungo il ciglio della strada,
sono pur sempre me: quello che tu non vuoi.

Và in campagna, mia cara. Imbruttendo
i volti confermano che fondersi si può
in vari modi; essi sono infiniti,
e a noi, mia cara, non sempre noti.

Sai, il paesaggio è ciò che ancora ignori.
Ricordati di questo quando incolpi il destino.
Un giorno, sfiorando con lo sguardo un che
di grigio, ti riconoscerai. Con quel grigio vicino.

(Tratta da “E così via, Adelphi, Milano, 2017)

 

 

 


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