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astrazioni di una difesa inutile

hopper d

E allora questo corpo – qualcuno disse –
cosa ne devo fare?
Fai come se non ero – risposi –
suscitando perplessità
per l’evidente scambio di persona
e tempo.
Se non fossi – corresse –
No, ero o potrei forse dire che sarò
ma non capiva l’istantaneità dell’attimo che passa
frattempo dopo frattempo
e il luogo
indefinibile sempre
se non esiste l’ora
e la capacità di possedere
neppure un’astrazione.
I tuoi ricordi – chiesi –
come ti rovistano?
E dunque questa stanza
potrebbe trovarsi in un hotel sulla spiaggia
abitata dal mare
e le stagioni passano
e la luna che scivola la sera
– scivolava… scivolerà..-
il fatto è che tu c’eri
ma coglierti è impossibile.

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“Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham. Nota sullo scrivere poesia

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Scrivere poesia è spesso esercizio consunto, nel senso di attingere ad un pozzo prosciugato dove giacciono sempre le stesse emozioni, portate nuovamente in superficie, con l’unico risultato di ingenerare nel lettore un senso di disinteresse, noia, già vissuto, che nulla aggiunge alla scarsità dell’essere del quotidiano.

Scrivere poesia può dunque risolversi – ripeto, a volte – in un ribollire asciutto, un senso di vacuità, uno sbadiglio. Più spesso un ritorcersi di viscere non meglio identificate perché non identificabili, dato che le viscere, come le emozioni, sono sempre le stesse.

Ora il punto è esattamente questo: bisogna saper scrivere. La cosa non mi riguarda (personalmente, soltanto qualche guizzo, qualche lampo saltuario: piove poco). Ieri, però, ho trovato qualcuno che è capace di farlo e sono rimasto fulminato.

Si, se trovi qualcuno che sa scrivere ti fulmina (per fortuna capita raramente) e da questa fulminazione è difficile uscire: ci si resta (fulminati, dico). Perché scrivere non è soltanto addensare parole, dopo aver partorito qualche pensierino e poi giù, su carta. Scrivere è ben altro. E’ un addensamento che TI addensa e ti fa diventare quelle parole. Ti scarta da te stesso, ti spiazza, ti rivolta, ti dà dell’imbecille: ti fa amare.

Prendiamo ad esempio “Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham.

Echecivuole: tema trito e ritrito, stantio (puzza di morto).

Echecivuole: basta un po’ di malinconia, nostalgia, disperazione, la solita truffa degli dei e il gioco è fatto!

Non è così. Nessuno lo ha mai scritto in quel modo.

Scrivere, infatti, non è scrivere: è inventare nuove modalità di espressione. E’ inventare la lingua, il modo di usarla, rinnovarla, renderla diversa da se stessa, partorirla, partorirla ancora, farla nascere e rinascere dopo averla fatta morire e nascere di nuovo, fino a non riconoscerla più. Cos’è questo? Si chiederà la lingua. Una lingua nuova: esistenza.

“Lì davanti, lo so, già lo sentiva sommuoversi in sé, lo sguardo,

quella cosa che saetta nell’ammasso di rocce

già in lui, là, rilucente tra i detriti, che sussurrava Volevi restare

completamente illeso? ­

il punto-di-vista che saettava in lui, testa rilucente nel cumulo di

cenere,

che sibilava C’era una volta, e poi Girati ora caro rivolgimi quello

sguardo

quel colpo perfetto, dammi il luogo in cui vengo cancellata…”

(Jorie Graham “Orfeo ed Euridice”, in West of your cities, Minimum fax, Roma, 2003).

Questo linguaggio scarno, singhiozzante, apparentemente surreale ci consegna ad una terra di nessuno dove l’impossibile si inoltra e ci trasporta. Stupiti, ci affidiamo a quei passaggi dove il Mito scompare, trasformandosi in qualcosa che ci riguarda molto più da vicino, non un Ade trascorso e improbabile, ma una qualsiasi strada di una qualsiasi nostra città, un Ade sotto casa, un bar dove sedersi a un tavolino e osservare il passaggio, un’uscita da teatro dove incontrare qualche amico che non sapevamo di avere, un occhio fuori dalla testa che ci saluta e dice: “guardami” ed attraverso noi “guarda”, perforando il nostro comune modo di vedere. Ci fa vedere qualcosa che avevano consegnato al consueto e neppure supponevamo potesse esistere diversamente. Invece è così: esiste diversamente.

“La cosa, deve aver pensato lui, poteva essere messa a riposo, là,

nello sguardo

poteva tornare a giacere nella polverulenza, rinunciando al proprio

contorno?

(…)

Poiché vedi lui non riusciva più a essere sposato a questo

campo che contiene minuti

chiamato donna, la sua presenza in lui la cosa chiamata

futuro …

Ciò che lui sognava era questa strada (nel percorrerla), questa

polverulenza

ma senza i loro passi, le loro impronte, senza

canto…

Ciò che lei sognava, nel guardarlo girarsi con la curva della strada

(riesci a

capirlo?) _ ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…

E certo lei poteva già sentirlo in lui, lì davanti, quel-volersi-girare-e-

proiettare-la-sagoma-su-di-lei

con il proprio sguardo

che sigillava i margini

dicendo Ci siamo già visti da qualche parte cara, vero,

dicendo Sei il tipo di donna che eccetera _”

(Jorie Graham, Ibidem).

Ora, tutto questo va al di là del semplice immaginabile: è immaginare puro, ma senza scomparire nel reale. “Ciò che lei sognava

era scomparire nel visto

non scomparire, mio dio, nel reale…”

Perché scomparire nel reale, visto il “reale” consueto nel quale, volenti o nolenti, ci aggiriamo, è una sottile forma di scomparire. Uno scomparire nella consuetudine, cioè il modo peggiore di non essere visto. Un reale talmente implicito da essere ignoto, talmente “reale” da non essere riferibile a Orfeo e Euridice, ma a qualcosa di diverso, un diverso modo di essere Orfeo ed Euridice che rende il mito vivo, lo fa esistere, lo trasporta nell’esistenza del simbolo che diventa reale, ma nel senso di “significare”, ossia Orfeo ed Euridice “significano” qualche cosa. Non Orfeo ed Euridice che conosciamo fino alla nausea e che, va bene, è carino, ma chissenefrega!. Significa invece il nostro renderci conto, il nostro non far “scomparire nel reale” qualcosa di essenziale, di cui non si può fare a meno se davvero si vuole esistere nel reale, qualcosa di intangibile che mi sento di tradurre con le parole ricerca e amore: ricerca dell’amore.

La Graham è simbolo vivente: questo crea coscienza e “poesia”, nel senso di trasformazione dell’intangibile in tangibile e, per questo, disponibile per chiunque si prenda la briga di leggere e lasciarsi trasportare dove non serve un viaggio, ma presenza.

Il testo non finisce qui, ma non trascrivo altro perché l’universo è incompiuto.

Si dice che Dio sia Infinito, anche quando parla, ma non ho mai letto niente di Suo. Solo qualcosa che gli somiglia.

Nota biografica.

Jorie Graham è nata a Roma nel 1950 ed è cresciuta in Italia e in Francia; attualmente insegna ad Harvard. Ha pubblicato nove libri di poesia, tra cui Dream of Unified Field che ha ricevuto il Premio Pulitzer nel 1996.


Alla riva che sembra

Christen_Dalsgaard_-_A_fisherman's_bedroom_-_Google_Art_Project

(immagine: C. Dalsgaard, “A fischerman’s bedroom)

Voi mi sembrate una diffusa-mente

e fonte a ricordare

mentre vi porto dentro

e discorriamo

come se fosse oggi il mio domani

quando ci incontreremo

o più probabilmente

noi ci diremo addio come le foglie

che il silenzio trascina

quando l’inverno le raduna al suolo

e vanno come sempre va l’amore

nell’onda mai se stessa

per quanto il nostro sguardo la trascini

alla riva che sembra.

 


ogni ora di un anno

lalla 10

(immagine di luciana riommi)

 

Oggi sono passato dove cade

ogni ora di un anno

e resta

una certa frenesia dell’anima

poco simile al mondo.

Tuttavia

mi sarebbe piaciuto parlarti

ad esempio dell’imbrunire

quando la vita scende

e si allontana

con il primo che passa

o raccontarti di questa mia abitudine

del tutto inutile

quando mi alzo la notte

e fermo tutti i suoi orologi.


lungo un affresco e l’altro della sera

Via di Panico S.Salvatore in Lauro

Poi si cadeva come se si cade.

Poco vento

comunque.

Cose azzurre e vaganti

sembravano lambire.

Ad accurato esame:

solamente fumo di candele.

Ci si chiedeva mentre si voltava

l’ultima affittuaria di passaggio

dove fossero rami

ma solo pagine di un’altra atmosfera

proseguivano

piccole insegne come fantasie.

Dunque laggiù

c’erano forme di connotazione

e rimedi

promesse

di rapine.

Virare come vira un’altra aria:

ti cercavo dintorno.

Sarà per caso un’altra plus valenza?

Scuotevano:

sottrazioni profonde.

Infatti s’imbiancava questa casa

dove l’argento scivola.

Io brandivo domani

e conseguenze

lungo un affresco e l’altro della sera.


seconda teoria delle catastrofi

degaswomen77

Un corpo ti fa nascere in un corpo

e riproduce solo un altro corpo.

Corpo ti induce a amare e corpo svetta

nella parzialità dei tuoi pensieri,

nel corpo il tuo presente e corpo scegli

seducente di donna

mentre ti ho amato anima e il tuo corpo

l’ho visto scivolare nella sera

e senza corpo, oggi,

m’orizzonto di stelle e di mancanza

dove ti aspetto

nel tentativo di un amore ancora.


Euridice non abita più qui

C.V.Holsoe

Euridice non abita più qui:

non mi fido del vento.

L’ultima volta aveva i tacchi alti

e questo mi facilitava

ma l’odore faceva paura

come quel vecchio che continua a seguirmi

pretendendo che sia io che mi seguo.

Niente da fare

non abita più qui,

d’altronde neppure io

e non so dove mi ha lasciato

probabilmente a metà di un orizzonte

che mi sono stancato di completare,

non Eu, proprio in generale

e quando la smetterò di seguire cose inutili

forse troveremo un accordo.


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