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secondo turbamento da sfatare

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L’uva non ha dolore
non ha vene
ma il sapore dei seni
non si discosta dalla mia fatica
Beatrice
non hai capito dove cominciare
a suggermi le dita
le caviglie
la mia quiete sommersa
gli occhi i coralli l’alba dietro il sole
e non ha verso, credi, la tua sosta
se cominci da capo
probabilmente un no sarebbe onda
e la notte un dissenso da sfatare
fondo di bosco luce di una stella
ma non andiamo a piedi, non ha senso
se Parigi si colloca nel mare
e tu non hai una vela
e la mia forse
naviga per alterne conseguenze
pertanto dammi un sorso
una carezza
un pizzico di fondo di stagione
e piano, per favore, lascia andare
questa notte e i capelli
sui miei giorni.


io la conoscevo bene

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Ci pensavo l’altro giorno
scendendo a una stazione piccola
dove neppure pensavo
che il treno si fermasse
dopo tutte quelle grandi in cui siamo passati
non pensavo
potesse capitare di pensarti.
Il fatto è che questa superficie
gira come la terra
e sembra conclusiva
mentre è soltanto involucro
o per lo meno ciò che sembra tale.
Io ti conoscevo bene
e con te tanti altri;
conoscevo i tuoi occhi
la vocazione di scompaginare
il rimmel
e molte volte i pianti con le accuse
d’averti abbandonato
ma era davvero così
o non eri tu che non corrispondevi
e inevitabilmente mi sparivi.
Forse,
non ti conoscevo affatto
e adesso siamo qui
– io, non saprei –
tu chissà dove
in una atmosfera di astensione
che vagamente mi somiglia a Dio
o a uno di quei templi in cui si entra
senza averne coscienza
che è l’unica cosa che mi sembra di sapere
ma mi farebbe piacere rivederti
se ci sarà occasione.


attimi senza sosta

mafai 2

Siamo arrivati sulla stessa terra

stessa città

ma non lo stesso anno

“è finita la guerra!” ti ho gridato

mentre da me stentava

l’ultima ideologia senza consenso

senza un fiore l’attesa

il primo giorno nella stessa scuola

ma non sapevo dove siamo andati

quando gli uccelli cadono l’inverno

 

e ancora piove sulle stesse mani

dove sei tu

talvolta spero

anch’io.


le ombre lunghe

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E l’acqua fruscia

immobile

distesa

senza tremare se le sfioro il viso

e l’anima la terra.

Ci scriviamo la sera

la mia costernazione

che mi circonda

ovunque

senza stella.


il grande niente

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Una sera magari ci vediamo
per un aperitivo
un ombrello
un fiore a secco
una fotografia senza pazienza
scambiandoci due idee
una per uno
una polvere
un’orma
fuggitiva
o avrei inseguito un lascito di odore
che ci avrebbe poi fatto rintracciare
il tuo sorriso e il mio
– ti avrei detto una volta –


Primo recitativo a fondo d’anno

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Vieni

non ci dovremmo ancora addormentare

la tua quiete risplende

e l’universo scende nella sera

mentre dicembre muore

e si prepara

un’altra notte lunga

ed il silenzio

di un’infinita immensa sospensione.

 

 

 


Alle volte gabbiani

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A prima vista sembravano puntini
come quando le luci
non sanno esattamente illuminare.
D’altronde
con le stelle non è diverso.
In seguito avanzando
si poteva pensare a un po’ di neve
ma la stagione esclude
e senza vento
tutto cade a strapiombo.
Forse barlumi dentro le pupille
o riverberi
che il mare ci concede
ma il mondo dovrebbe essere a rovescio.
E mi spruzzava l’acqua come aria:
forse ali
se la stanza volasse.
Ah, cuore mio,
tutto si sperde intorno
e i lucernai stanno nelle soffitte
quando cade la notte.


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