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da qualche parte

 

E’ magnifico qui
o almeno mi sembrava lo dicessi
o forse ero io che lo dicevo
da qualche parte
o qualcuno che ancora non conosco.


una mattina qualunque verso sera

 

Hopper, approaching-a-city 1946

La solitudine sì, quella era sempre la stessa
e si presentava la mattina con una folla di ricordi
per dirgli che era rimasto solo
perché tutte quelle persone, quelle cose, le stanze, le strade, i dialoghi e gli anni,
erano tutti morti, diceva, non c’era più nessuno,
non ci poteva parlare davvero, tranne che nei sogni
che gli presentava uno ad uno, la mattina, nei biscotti col latte,
e la sera, nei biscotti col latte, aveva paura di specchiarsi, di rivedersi, di mangiarsi
e l’elettrauto era morto, il professore era morto, gli amici erano morti
ed erano morti i fischi nella sera, quando venivano emessi per ritrovarsi,
santo dio era morto tutto, gli diceva, e tu cosa ci resti a fare, domandava,
che non hai neppure il ponte di una nave per aggrapparti al nulla
di questo immenso mare che ti allaga
la strada dove vivevi e le strade vicine, mentre vicino ti resta solo quello che non c’è
e la tua dannata solitudine, che ti sei fatto vecchio, poveretto,
e guarda che stai annegando, gli diceva, cercati una nave
che il tempo non galleggia e ti serve un passaggio, un ventre almeno
dove infilare tutta la galassia delle cose che hai lasciato per strada
– a proposito, perché le hai abbandonate? –
non ti sei portato dietro niente, tranne questi ricordi, pesantissimi perché non hanno corpo
e quel che non ha corpo poi ti pesa, nel tuo, che, guarda, mica ha più tanta forza,
non ce la fai a sorreggere la cupola di San Pietro che vedevi dalla finestra,
il quartiere dove hai abitato e tutte le cose che hai detto,
che vi siete detti, detti vi siete, un’infinità di cose,
che l’infinito non è fatto di stelle ma di anni e tutto quello che ci è successo dentro
ma dove vuoi che metta tutta questa roba che ti porto la mattina
e pensare che sono solo io, sola come conviene a chi sta solo,
e mi pesi moltissimo.


non c’era questo caldo

Klee_1922_luogo pescoso

(P. Klee: luogo pescoso)

Ricordi?
Quando volavano gli uccelli non c’era questo caldo.
Oggi neppure cantano
nascosti
nell’assenza dell’ombra.
No, decisamente non c’era questo caldo
quando tentavo di fare lo scrittore e
mi spremevo la testa
al di là delle idiozie di tutti i giorni
per dire qualche cosa di decente
nell’indecenza che trasforma in non parole.
E non c’era questo caldo neppure quando avevo una barca
e fabbricavo il vento, alzandolo dal mare che si alzava
e mi alzavo per sentirlo
ma tutto restava sempre comunque inafferrato.
E la sdraia, il tepore, la veranda che ci sforzavamo a immaginare.
Mi scioglierò nell’olio del tuo sole?


J. Ashbery: da “E lucean le stelle”

Era il solstizio, e ti saltava addosso come un cane che fa le feste.
Le stelle erano ancora fuori sul prato
e le prostitute bambine esercitavano il loro commercio,
le uniche felici, avendo imparato come l’infelicità si appiccica.
Le decorazioni di Natale venivano sgualcite negli uffici
da personale accasciato ai videoterminali
e la costernazione esprimeva chiaramente alterità in manicomi orfani
dove il caffè percola in eterno, e Dio non è luce
ma Dio, misterioso a se stesso quanto noi lo siamo a Lui.

Dì che un altro giorno ghirlande si dispersero
nel fresco tatto di una brezza marina,
che gabbiani curiosi planarono da distanze immense
per assicurarsi che niente stesse prendendo più ciottoli di quanti non
gliene spettassero, e il rubinetto che perdeva improvvisamente smise di sgocciare:
era giorno, dopo tutto. Una di quelle cose come un lasso di sonno
come una calza da donna, che stendi piatta
e diventa un’unità della tua vita e – è qui che le cose
si complicano – anche delle vite di tanti tanti altri
così che non ha senso cercare di distinguere, tanto meno leggere,
le scritte stratificate in cui i cambiamenti, anzi i resti dei decenni
venivano battuti alla cassa, senza fine, come un’invasione di fuchi, e
qualsiasi cosa ci voglia per essere un babbeo probabilmente non è quello che ti ha salvato
in tempo per arrivare qui, come due coincidenze d’autobus, e dopo,
quando ti hanno spedito nel tuo angolo a leccarti
le ferite ti sei accorto che ti piaceva tanto
leccare che l’hai aggiunto al tuo repertorio di gesti folli,
fiducioso del fatto che il sonno avrebbe punito quelli di fuori
proprio mentre salvava te dal rompicapo del ballo,
un veccho fuoco, creduto spento, che adesso
avvampa nella stufa, e in un attimo capiamo di essere liberi
di andare e venire indefinitamente. E’ questo che intendevi per durare? Oh certo
c’entrano anche le siepi, e quelle tortore laggiù, e gli insetti
e i procioni costretti a rifugiarsi sugli alberi che occhieggiano qualcuno con palese disapprovazione.

Tratta da John Ashbery; “Un mondo che non può essere migliore”, Luca Sossella editore, Roma, 2008, pp. 208-209.- Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan


un sonno fondo

wild things

(immagine di jamie heiden)

Certe volte si cade addormentati
come i fuochi di sera
quando si estinguono per mancanza estrema
e la campagna somiglia a un tempo stanco
e un rimpianto
mi circonda la testa
come un turbine lento da assopire
e tu
che mi hai sognato
lasciami un sonno fondo.


fattori involontari

 

Dedicherò
quest’astrazione grande che si accinge
a definirmi senza definire
a formare una cosa, ma non so ancora quale, qualche cosa
la cui informalità non mi ricordi altro che l’olio sparso sulla tela,
il messaggio, il fantasma, un vento piatto,
un impreciso, dunque, senza dire, poco meno di quello che avrò detto
alla mia sedia, al cavalletto, al sogno
e alla veranda che sostituisco con qualcosa di inutile
uno straccio
per pulire la mano, la teiera
dove qualcosa ruota come il mondo
e il cucchiaino un vortice
di cui seguo la forma che scompare
ogni volta che gira
la testa, il mio volere, il mio disagio
per le generazioni
il mio passaggio
senza formare altro che un tornare
a ricoprire tutta questa sera.

Walpurgis Night 1935 by Paul Klee 1879-1940

Walpurgis Night 1935 Paul Klee 1879-1940 Purchased 1964 http://www.tate.org.uk/art/work/T00669


i nomi nella terra

cose di nulla

(immagine di luciana riommi)

E’ venuta una sola persona
l’altra notte
ai richiami
dove gli angoli danno il capogiro
e non si muove
l’asse
della terra.
E’ venuta da sola
perché era una persona sola
e mi ha chiesto “puoi nominarmi?”
ma io non potevo farlo
perché non avevo l’acqua
e senza l’acqua che trasporta i suoni
tutti i nomi cadono nella terra.
Ci siamo messi a scavare:
molti erano stati dimenticati.


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