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Le nozze galleggianti

Da sveglia è sposata allo straniero
che ha in sé, le mani in luce senza atmosfera,
unghie lisce, azzurre. Niente è cambiato.
Il marito dorme. La baita si riempie
di una tenue amarezza, i garofani
restituiscono all’aria i loro piccoli fuochi.
Niente è cambiato. A nozze finite,
gli ospiti ritraghettati al molo, restano
solo gli artefatti del matrimonio, i coltelli pesanti,
la torta nuziale disfatta, cosparsa
dei coriandoli dell’allegria.
Lei osserva sulla costa un unico fanale.
È l’alcolizzato. Lo conosce, l’ha visto
per le strade del villaggio, sa
che gli hanno detto di lasciar perdere i bar dei gay,
gli esili ragazzi proibiti dalle facce scure
e liquide come d’acquatinta. Ogni sera
spinge a fatica la bici sulla sabbia
oltre i moli galleggianti e le case col loro carico
di sonno. Le piacerebbe risparmiare al vecchio
quel suo incedere cieco nella notte
almeno per un po’. Le piacerebbe sedersi a bere,
forse a parlare, o a calmargli il tremore,
incurabile come il nubilato cui si regredisce
dopo la passione. Volgendosi altrove
lei cala il suo velo sul mare,
la corona di fiori galleggia come la piccola
chiatta di un funerale di bambola.
Quando si stringe tra le proprie braccia
viene avvolta in fuoco azzurro. Tocca
la spalla che sbianca del marito. Lei dormirà
e non sarà testimone di come il vecchio
subisce l’alba, non sarà testimone
della notte che si allontana al largo,
va alla deriva col suo fardello di nostalgia
per arrivare a oscurare l’altra metà del mondo.
(Lynda Hull: Le nozze galleggianti – trad. di Damiano Abeni


Resurrezione dopo la pioggia

 
Fu nella calma resurrezione dopo la pioggia
l’asfalto rifletteva tutte le nostre macchie
un lungo addio volò come un acrobata
dalla piazza al monte
e l’attimo sparì di volto in volto
s’accesero i fanali e si levò la buia torre
contro la nostra debolezza
i secoli non ci hanno disfatti

(Alfredo Giuliani)


Celan – Lontananza

 

 

con lo sguardo nello sguardo, nel freddo
lasciaci fare questo ancora:
respirando
tessere insieme il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera s’appresta a stimare
quanto ancora è lontana,
da ogni figura che essa si dà,
ogni figura che a noi essa presta.

Celan, Crocetti ed. 2013

 

 


Forse un mattino

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(A. Burri)

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
(E. Montale)


E noi, città

Lasciamoci temporaneamente
che l’avviso non porta data certa
e la mattina è appena cominciata
e noi, città,
ci fingiamo distanti
per generare un po’ di confusione
come quei fatti che appaiono e non hanno
altro che dimensione d’apparenza
lasciamoci
e facciamo colazione separati
col vento che trasporta i miei biglietti
e tu che leggi
fingendo indifferenza e scrivi dietro
la sedia che poi lasci
ed avvicino
frasi di te che invento
e temporaneamente ci lasciamo
quando tu sposti il tempo e io le stelle.


Sotto il ferro della luna

 

 

D’inverno è tutto più semplice
perché non ti serve alcun mondo,
e neanche il mare,
e nessuno sta per ucciderti.
Ti è di conforto respirare l’ira degli animali
con il profumo dei boschi
che cingono il tuo riposo.
A mezzanotte cresce la neve e il ghiaccio
e, sotto pesanti membra,
dormono i tuoi morti.
Tu parli con loro
come al tempo del grano
che essi tagliano nella tenebra e nella menzogna
finché la primavera non li berrà
sotto il sole
che ruba il loro aculeo a rose malate.
.

Thomas Bernhard, Sotto il ferro della luna. Traduzione di Samir Thabet, Crocetti Editore.

 

 


E. Evtusenko

 

 

Guardavamo là,
dove i tigli
si stagliano neri
nella profondità del cortile.
sospirammo-
ancora- la neve non veniva,
ed era tempo ormai,
era tempo.
E la neve venne,
venne verso sera,
essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento;
e nel volo oscillava.
A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo nelle mani,
e stupivamo.
Dunque era quella la neve?
E. Evtusenko

 

 


Jorie Graham: Fast

PESCA A STRASCICO IN FONDO AL MARE

Le lame come gigli ruotano veloci per vederti tutto–blu acciaio poi rosso
dove affonda la ferita–la tua ferita–non ti vogliono conoscere ti vogliono
avere–no–non avere–vogliamo tutti vivere fino alla fine–sono umana io–chi
lo sa–solo perché ho questo modo di trasmettere–chiamiamola voce–una minaccia–
condivisa–le reti pelagiche a mezz’acqua si ergono come muri intorno a noi–vengono
da lontano dove sembrano solo lontananza–lontananza che
s’avvicina–ascoltala–eliminando lo sfondo–tutto in primo piano–tu dentro–l’unico
piano–neppure la punizione–reti a strascico pesca scartata veleno reti fantasma–
la spirale dell’ascolto lungo il fondo–reti appesantite di
zavorra–rastrellano il fondo in cerca di nulla–indiscriminatamente–non vuoi nulla
di speciale–vuoi soltanto–vuoi soltanto chiudere
la terza dimensione–avere qualcosa che è tutto–diventa tutto–nella
indiscriminazione–scarto che giunge al 90% del pescato–sono io–l’habitat pestato
e schiacciato–rete del tuo ascoltare e del mio parlare non sappiamo più distinguerle–
atmosfera torbida fra noi–nessun posto per nascondersi–nessun posto per riposare–hai
bisogno di riposo–c’è la natura è il riposo–ciò che non è caccia è illustrazione–non
sei in regola, no?–quando sondi le mie immense profondità–2000 metri e
più–benché il buio totale mi circondi–benché io sia al mio
posto sotto pressione–con le mie centinaia di specie–detriti–
in condizioni estreme–i pesci d’acqua profonda crescono molto lentamente–molto–
la loro lunga speranza di vita–tarda età riproduttiva–così particolarmente
vulnerabili–arriva sul fondo sopra le montagne sottomarine–raschia i
ripidi declivi–lo scarto cos’è–mirando un bersaglio sbagliato–sbagliata la misura–non
mangiabile–non ha mercato–vietato–in via d’estinzione–come gli uccelli–
davvero tanto a volte–manca spazio sulla barca–milioni di tonnellate restituite
morte o ferite–le cicatrici sul fondale–la bocca grande come un campo da
football–e se laggiù non c’è nessuno però ci sono reti fantasma–reti abbandonate nel
mare continuano a pescare nei secoli–mammiferi pesci crostacei–moriamo
di sfinimento o soffocamento–i materiali sintetici vivono per sempre

Chiedici qualunque cosa. Quant’è profondo il mare. Non puoi andarci
laggiù. T’annienterebbe la pressione. A 6000 piedi la luce scompare. Fai
un’altra domanda: mi senti? No. Chi sei. Sono.
Hai mai ucciso un pesce. Lo ero un tempo ma ora sono
umana. Ho immaginazione. Voglio amare. Sono autoreferenziale. Le cose
non sono me. Hai un’altra domanda. Sono perseguitato ma da cosa?
Supremazia umana? L’opera dell’umiliazione. L’acredine del pesticida.
Che altro? Il martello che s’abbatte sulla testa. Centra gli occhi in pieno.
Ho avuto una gran fortuna. La fine del mondo era già avvenuta. Quanto tempo
fa. Non lo so. Non è una funzione della conoscenza. È in un senso speciale
che finisce il mondo. Devi continuare a vivere. Devi farlo senza farlo
aspettare. Nulla di fastidiosamente visibile. Solo il fuori continua e
continua. Perciò trova il modo che continui
il dentro. È fragile la tua entità. Sei un oggetto in tuo possesso. Almeno
ti fu dato per possederlo. Devi capire cos’è la
proprietà. Pensavi di saperlo. Ti sbagliavi. Era sbagliato. C’era
uno sbaglio nella miscela. Finisce che tu sei una prima impressione. Gli anni
passano. Immagina questo. E c’è ancora chi parla. Ci sarà sempre chi parla. Nelle

zone d’ipossia non c’è quasi più ossigeno→poi non c’è→più→ossigeno→davvero→
immagina questo dice lo speaker→chi sei→dove sei→tu che scendi giù nelle zone
morte→acqua non acqua→più vai giù dice più→fa paura→perché lì
non c’è→nulla→nessun→pesce→nessun organismo→vivo→no→nessuna→nessuna vita→solo
noi→zone morte→più grandi del Sahara dice→gli spazi senza vita più grandi su questo lato della
luna→dice lui→dice lei→chi è che mi parla→sono l’acqua profonda che risale→sono ciò che
scompare→resta in linea→un minuto solo per favore→resta in linea→c’è una chiamata per te

(Tratta da Jorie Graham, “Fast”, Garzanti, 2019)

Breve nota.

Ora, chi vuole scrivere – e parlo per me stesso – dovrebbe avere una conoscenza enorme e la capacità di filtrarla attraverso parole che alla fine risultino non essere parole ma impressioni, profonde come l’acqua profonda, ma senza accontentarsi di essere solo un’impressione – sono umano io – e dovrei volere qualcosa di più. Ad esempio, conoscere il mondo e saperlo rappresentare senza farlo sfuggire dalle mie reti da pesca usate come armi. Né dovrei lasciarle sul fondo come reti morte che pescano un pescato morto. E dovrei pescare: cosa? Essenzialmente me stesso e trasformare il mio essere impressione in una conoscenza, senza rinunciare all’impressione che, attraverso la conoscenza, diventa espressione.
Potrei dire molto di più, ma non l’ho detto io. Sto parlando di Jorie Graham – una voce. Una voce che filtra, conosce, rappresenta. Non basta: inventa forme espressive nuove. Ecco, Jorie Gtaham è un linguaggio nuovo, e non si potrebbe essere di più. Jorie Graham è un’evoluzione: attraverso di lei la lingua evolve e ricostruisce tutte le lingue morte facendole diventare di nuovo vive perché fa vivere la lingua in un linguaggio vivo che nessuno ha mai usato. Le riunisce, tutte le lingue, e ne fa una, un flusso di coscienza che è anche di più: è visione che è pensiero che si rappresenta in una lingua che fonda un modo nuovo di esprimere. E’ una nascita, Jorie Graham, di una parola nuova.
L’unica cosa che posso aggiungere è che, allora, a quanto sembra, non so scrivere perché non so pescare, non so pensare, non so dire altro che un già detto già pescato – e di questo sono convinto. Quello che non sapevo è di essere un’impressione piccola con un’espressione piccola e che non sono un mondo, perché non lo conosco a sufficienza. Non lo conosco a sufficienza, ma spero che possa esserci ancora una chiamata in linea per me.


L’inizio di una sedia e altre condizioni impercepibili

Non è impossibile immaginare l’inizio di una sedia, amico mio, e neppure la fine: basta essere stanchi.
Neppure un divano è impossibile da immaginare, quale ne sia il colore, ma certo, se mi chiedi di immaginare i modi in cui i ruderi della luna le crollavano sulla chioma, ecco, questo mi sembra un po’ più complicato. Ma non impossibile.
Tuttavia, sapere in quale punto esatto del tempo si era, per non aver bisogno di chiedere più nulla, mi sembra azzardato. Non il punto del tempo: la richiesta di nulla.
Se vuoi, possiamo anche restare un anno in un hotel sulla spiaggia, a guardare “la luna antica che striscia sul pavimento”, dato che abbiamo perso la nave e la prossima passa tra un anno. Tuttavia, carissimo, se ti fa piacere puoi anche informarmi che ”le nevi sono arrivate, e le sagome nere dei pianoforti dormono e non le si può destare, come le fanciulle che se ne sono andate, e le foglie, e tutto ciò che poco fa era qui”, ma non puoi chiedermi di immaginare:

il suo azzurro, l’ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito.

Puoi chiedermi di immaginare di non immaginare, ma anche questa sarebbe un’immaginazione. Dunque, cosa possiamo chiederci? Deve finire il clamore della chiacchiera, l’assordante brusio del non parlare, il detto ripetuto non pensato.
Probabilmente, l’unica condizione in cui potremmo incontrarci, dopo tanto immaginare in un mondo che ne è incapace, sarebbe nel tacere.

Quando ci siamo pensati
certamente non parlavamo
e le immagini tracciate nei pensieri
sembravano il silenzio
del mondo che galleggia
ma non ho imparato a dividere le acque
e cado addormentato in una foglia.
(G.B.)

Testi tratti da: Mark Strand, “L’inizio di una sedia”, Donzelli, Roma, 1999.


TRE (racconti e poesie)

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TRE


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