Archivi categoria: poesia

Azzurro pari venerdì – di Alfredo Giuliani

Pubblico oggi la poesia di un uomo cui devo la conoscenza della grande letteratura. Ciao Professore!

da Povera Juliet e altre poesie (1952-1966)

Azzurro pari venerdì

Come devo comportarmi, domandai per sapere (per avere,
invece, si chiede) se Pala nera sarebbe infine abbattuta.

L’astrologo disse: (il destino): generalmente buono,
sarà accaduto e non dovrà rimpiangere, di fianco la luna
falcata radiosa, considerando l’epoca, una piccola soddisfazione
(in pieno giorno galleggiare nel prato), la posizione
potrebbe indurla, di Urano o l’inverno che viene dagli spazi,
coincide con qualche amica o parente, non esiti a farlo,
procurandole notorietà (rumore di cesoie dal giardino),
allo scopo di screditarla, tenga sempre con sé il talismano,
sarà un mese piuttosto monotono.

E lo psichiatra disse: (a proposito del sogno): l’immagine
del bambino con la merda in mano è il mondo
largo luminoso vuoto stretto oscuro colmo elevato profondo
mobile impuro immobile sudicio contagioso disgustante
accogliente minaccioso illimitato doloroso
velenoso vischioso decomposto penetrante
fisiognomia) ignominioso numinoso è il mondo
sanguinoso tagliente spermatico molle terrificante
dissipante vertiginoso appropriante metamorfico
vendicativo scaltro ostinato innamorato sia chiaro

finché non (finisci di penetrare nella penetrazione) ritorni
alla contemplazione (il cancello ha una leggiadra gualdrappa di edera) e
io risposi: che bella pace qui, dove gli oggetti scavano
la loro superficie: volevo voltarmi, ma è fuggita piangendo.

 


paul celan: nel rosso serale

mark-rothko-center-tryptich-for-rothko-chapel-1966-houston

Dormono, nel rosso serale, i nomi:
ne desta uno
la tua notte
e lo guida, con bianchi cordoni cieca-
mente tastando il vallo a sud del cuore,
tra i pini:
un pino, di umana statura,
è in cammino verso la città dei vasai,
dove la pioggia cerca dimora
quale amica di un momento marino.
Nel blu
esso dice, promessa d’ombra, un nome d’albero,
e quello del tuo amore vi aggiunge
tutte le sue sillabe.


Mark Strand: Il mio nome

de pisis 10

Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Da: L’uomo che cammina a un passo avanti al buio Poesie 1964-2006 di Mark Strand, Oscar Mondadori, 2011 traduzione di Damiano Abeni


prima di un viaggio

Mia cara, nella trasposizione della vita, provo a dirti di me, del mio disagio, sperando tu mi legga da un altrove distante da questo luogo dove soggiorno e ignoro.
Una maledizione lenta si accavalla e la difficoltà di risolvere si trasforma a volte in svogliatezza. Dunque un male peggiore, una strana vaghezza che cancella, come un lasciarsi andare, una deriva inutile, un messaggio che non si scrive pur avendolo in testa. Un’assenza di forma che mi consegna a un infinito zero, dove perdo i contorni del ricordo, del firmamento, della luna, che spesso poggia al bordo del tuo seno, per mia malinconia. Tu mi sovrasti l’anima d’argento, ed io che non mi specchio, spargo semi di voglia all’imbrunire e la sera nel mare. Ciò che più pesa – non nascondo – è l’oltraggio: all’intelligenza, alla dignità, alla vita. Esser vivi non è cosa da poco: non basta uscire da un alveo di donna. Esser vivi è un mestiere – non è farina mia – ma lo è. Una professione d’aderenza, irrinunciabile, indicibile, spesso inservibile. Esser vivi è professione unica, spesso mai frequentata. Consiste nel donare consistenza a sé e all’Altro. Che richiede visione. Potrei aggiungere: esser vivi vuol dire fare Dio. Un Essere che esiste nel passaggio, anche come scomparsa. La mia sconfitta, il mio macello, il mio poterlo dire.
Ti dicevo di me, del mio dissenso, di questo malaffare di stanchezza dove il mondo succede e si scolora senza alcuna ragione. Ma quali tinte nel dissolvimento? Ah, anima, io non vedo dissenso nei tuoi occhi. Tu sei pietà d’altissima fattura. Che nessuno raccoglie.
Io mi dirigo verso l’altro senso dove quello in cui credo non ha luogo. Non c’è ragione ed anche la sostanza sfuma nel dire di un significato che rimanda a impossibili traverse. Non conosco la strada ed il suo senso. Capirai la mia confusione; talvolta l’ansia nella scomposizione della luna che fraziona il suo viaggio in molti quarti. La mia unità veste scansioni d’immagini lontane dal percorso di un mondo consueto. Questa mia estraneità mi taglia il volto; mi spazza, mi sconsidera, mi sfolla da una permanenza d’indistinto: un dire amaro. Ma non voglio tediarti se mi ascolti. Se non lo fai, starò nell’abitudine: parola per parola per tacere. In fin dei conti, ogni parola è sempre tacer d’altro.

 


da qualche parte

 

E’ magnifico qui
o almeno mi sembrava lo dicessi
o forse ero io che lo dicevo
da qualche parte
o qualcuno che ancora non conosco.


una mattina qualunque verso sera

 

Hopper, approaching-a-city 1946

La solitudine sì, quella era sempre la stessa
e si presentava la mattina con una folla di ricordi
per dirgli che era rimasto solo
perché tutte quelle persone, quelle cose, le stanze, le strade, i dialoghi e gli anni,
erano tutti morti, diceva, non c’era più nessuno,
non ci poteva parlare davvero, tranne che nei sogni
che gli presentava uno ad uno, la mattina, nei biscotti col latte,
e la sera, nei biscotti col latte, aveva paura di specchiarsi, di rivedersi, di mangiarsi
e l’elettrauto era morto, il professore era morto, gli amici erano morti
ed erano morti i fischi nella sera, quando venivano emessi per ritrovarsi,
santo dio era morto tutto, gli diceva, e tu cosa ci resti a fare, domandava,
che non hai neppure il ponte di una nave per aggrapparti al nulla
di questo immenso mare che ti allaga
la strada dove vivevi e le strade vicine, mentre vicino ti resta solo quello che non c’è
e la tua dannata solitudine, che ti sei fatto vecchio, poveretto,
e guarda che stai annegando, gli diceva, cercati una nave
che il tempo non galleggia e ti serve un passaggio, un ventre almeno
dove infilare tutta la galassia delle cose che hai lasciato per strada
– a proposito, perché le hai abbandonate? –
non ti sei portato dietro niente, tranne questi ricordi, pesantissimi perché non hanno corpo
e quel che non ha corpo poi ti pesa, nel tuo, che, guarda, mica ha più tanta forza,
non ce la fai a sorreggere la cupola di San Pietro che vedevi dalla finestra,
il quartiere dove hai abitato e tutte le cose che hai detto,
che vi siete detti, detti vi siete, un’infinità di cose,
che l’infinito non è fatto di stelle ma di anni e tutto quello che ci è successo dentro
ma dove vuoi che metta tutta questa roba che ti porto la mattina
e pensare che sono solo io, sola come conviene a chi sta solo,
e mi pesi moltissimo.


non c’era questo caldo

Klee_1922_luogo pescoso

(P. Klee: luogo pescoso)

Ricordi?
Quando volavano gli uccelli non c’era questo caldo.
Oggi neppure cantano
nascosti
nell’assenza dell’ombra.
No, decisamente non c’era questo caldo
quando tentavo di fare lo scrittore e
mi spremevo la testa
al di là delle idiozie di tutti i giorni
per dire qualche cosa di decente
nell’indecenza che trasforma in non parole.
E non c’era questo caldo neppure quando avevo una barca
e fabbricavo il vento, alzandolo dal mare che si alzava
e mi alzavo per sentirlo
ma tutto restava sempre comunque inafferrato.
E la sdraia, il tepore, la veranda che ci sforzavamo a immaginare.
Mi scioglierò nell’olio del tuo sole?


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: