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le sere con i giorni

Si profilava umida
quando mi sono affacciato un giorno
e sembrava dovesse piovere
e l’universo si stringe
all’interno di un mese ancora nuovo
prima che se ne possano contare
le sere con i giorni.
Poi duemila, poi tremila
e gli anni nel giardino con le sedie
i colori, il ferro, il sole
e la sera che ci addormenta e non c’è tutto
ma qualcosa si muove
quando ti siedi e mi domandi “allora?”
accanto al mio stupore.
Non dovrebbe mancarci… – bisbigliavo –
e i tuoi ricordi sparsi lungo il prato
ed i miei senza gambo, fiori a terra,
che poi cerchi gli odori
qualcosa che ti sembra di sapere e non conosci affatto
ma fa presto
che l’immagine, che ti seguivo, l’immagine
come faccio a seguire
tutto quello che ignoro
mentre il vento era secco ed io
dicevo
ma non dovrebbe mancarci – ti dicevo –
un’altra volta
quando viene l’inverno.


dal mio ultimo ancoraggio a uno scoglio

 

 

Mi colpiva la circolarità: lenta, metodica, solenne
nel cielo adesso azzurro.
Prima era un nero diverso dalla notte
ma il vento fa miracoli lungo il volo di un falco.
Ti chiedevi di me?
Più in basso, una rondine mi ricordava una follia lontana,
con le ali,
e i passi
lenti, al bordo delle aiuole.
Non mi riconosceva il viale; e i pensieri ora molto diversi
valutavano se mai mi ricordassi
mentre mi viene in mente il cavo di una tegola: una casa di uccelli.
La solitudine, sì, era sempre la stessa. Anche il respiro
che ti sentivo dire senza dire, lungo il senso degli anni e degli intenti
ma non so come ripensavo al mare e la sua distrazione come il mio
ultimo ancoraggio ad uno scoglio, mentre guardavo immenso
(è chiaro che parlavo del sole) e la tua fronte all’ombra
(è chiaro che parlavo della sera).
L’acqua: un fondo rosa come gli ultimi raggi
– ti ricordi le dita? – a scivolare –
ora strette ai ricordi che trattengo come tutta la vita.
Ma non c’erano gli alberi, non c’era
quello che non vedevo
la città
quando la nebbia cala un grande nulla
che ti circonda
e ti ci muovi, nulla, soltanto circondati.
E le begonie sparse, come un giorno che passa.


Non volano la sera

C”era gelo.
Qualcosa soggiornava e il sottobosco
tace
come tutte le foglie.
Dunque mancava vento.
Quanto saremmo nati?
Quando saremo morti, non si pone il problema.
Più tardi.
Solitamente sfugge ogni pensiero
ma non ho un talismano.
Sembrava si attendesse: sempre attesa.
Probabilmente sonno.
Mi venivano immagini di sabbia;
un deserto, forse di Galilea.
Giuseppe? E la difficoltà d’essere padre.
Non governavo bene la mia mano: come a scacciare mosche.
Non volano la sera.
Maria? – pensavo – l’impossibilità d’essere madre.
Non so perché lo dico; forse sento
che qualcosa è finita.
Un’epoca? Passano tutte.
Lasciarsi è una forma inevitabile.
(Ho nostalgia di me).
Oltre nella notte:
so di non mancarti.


una solita notte

 

Sai la notte, lunga interminabile sommersa
quasi si tocca il nulla, quasi il fondo
di questa casa immersa
ed il suo aspetto dove sta il rimosso
e ti senti cadere mentre stai
forse nel tempo, forse nel sospetto
di qualche sfumatura
e allora sai
mi domandavo dove
siano finiti
e mi tenevo in mano la domanda
rigirandola come un’altra terra
dove non c’è una sponda e non dicevo
che fa paura il buio
ai bambini
ai vecchi
ed ai dispersi.


almeno un senso

 

Dicono che la notte si condensi
ai margini
e da lì venga a farmi riposare.
Dicono anche si diffonda il vento
a rinnovare il tempo
di una frattura antica
dove si spezza il giorno nella sera
e la sera nel giorno.
Dicono soffi e l’alba si rivesta
dei colori che porta
ed un frangente spanda
l’olio della tua tela a dissipare
quello che ieri è stato
e porti ore
e forme
di cui si dice tu sia investitura
mentre passa la vita
e declinando spenda questo aspetto
dicono adesso cerchi almeno un senso.


paul celan: rosso serale

 

 

Dormono, nel rosso serale, i nomi:
ne desta uno
la tua notte
e lo guida, con bianchi cordoni cieca-
mente tastando il vallo a sud del cuore,
tra i pini:
un pino, di umana statura,
è in cammino verso la città dei vasai,
dove la pioggia cerca dimora
quale amica di un momento marino.
Nel blu
esso dice, promessa d’ombra, un nome d’albero,
e quello del tuo amore vi aggiunge
tutte le sue sillabe.

 

(Tratta da “Di soglia in soglia”, Einaudi, 1996)


pianta di cera

 

 

Oggi è venuta a vivere con me
una forma di vita
proveniente dal sud dell’equatore
spostato verso est
fine del mondo.
Dicono che si sciolga con il sole
e viva di stanchezza
ma i suoi fiori si vedono la notte
quando il deserto è solo
e non può fare altro che guardarsi.
Dicono si ricordi di morire
mentre vivono gli altri
e viva senza morte in una vita
che nessuno conosce
se non il vento quando spezza il mondo
in due metà senza circonferenza
che non mi vedo se non so fiorire
quando penso l’assenza
e tutto resta stretto in un arbusto
vivo dentro la morte
mentre circonda il mondo.


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