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lettera dai bisbigli

 

 

Ricoverato all’angolo di un letto, sorella cara ti scrivo da Miseno prima che cada il mondo.
Terzo giorno di pioggia di frammenti: non mi ritrovo più. Non so se sono sasso o sono stella, se suolo o fumo, filo d’erba o candela, oppure latte d”asina o un bicchiere. Spesso mi bevo il sonno.
Bagliori. Ancora mi rammarico degli anni: li ho passati cedendo.
Ieri riparavo pensieri. Sai, sono cose inutili, ma un poco ci sono affezionato, come alle vecchie cose, ai limoni, agli sputi sul selciato che mi ricordano che gli dei non hanno cura: la mia asma, il bruciore.
La mattina biscotti: non mi sono mai piaciuti. Non so perché continuo a farmi del male. Poi non scivolo notti. Al massimo mi siedo ad aspettare.
Vado a letto di giorno, ma in questa confusione si aggiungono elementi e la tenebra moltiplica se stessa. Non distinguendo ombre, il tempo non comunica passaggi e le puttane adesso vanno al tempio, i panettieri ai giardini sulle mura, gli osti al macello e si farnetica di veli sulla luna nella speranza di non precipitare. Consuetudine e caos: vecchi argomenti.
La natura è un inganno prelibato quando trasformi l’acqua in idromele. Un inganno assetato. I tuoi figli collimano col senso? Io non ne ho avuti e passo da un’epigrafe a un bordello; vado indietro nel tempo, ma non mi aspetto di ricominciare.
Quando la notte torna nell’inverno, il mio cortile si trasforma in dubbio e i germogli diventano bisbigli. Abbiamo dissipato? Questo mi sembra certo.
Garantiremo ad altre formazioni di fare delle ceneri sarcasmi. Questo mondo non è un teatro serio, ma tu non darmi credito.
Brinderemo tra un anno? Ti bacio sulle punte dei capelli, i seni e gli anni che non ho desiderato. Mandami una passione da scontare; io ne ho consumate a dismisura, ma le ho perse di vista.
Tuo Plinio, prima di sera.

 

 


Oltre il varco di notte – Prologo

 

 

Mi scrive di silenzio
qualche volta
la vita

Si ferma: oltre la strada niente. Né lateralità.
C’era un forse, quando si resisteva a questo dove
ma domani è un pensiero impronunciabile e riferire è inutile.

A volte
mi fa male la stella la luce le stagioni.
Ho male al precipizio che non dorme e all’angolo del tempio
e per quanto mi arrampichi non trovo
la chiave per caricare dio
o per lo meno un demone malato
un deserto una vela un accidenti
simile a qualcosa o un timore
accalcato
di quelli sparsi dentro la credenza
o un buco d’universo o di fogna
e la sera
un infinito senso di distanza

Intanto s’accostava
una diversa forma di colore.
Io mi chiedevo se si comportasse
come fanno le ore
che coprono lo spazio circostante
bianco
tra una lancetta e l’altra ed il rumore
fino a quando sorpassa
e aspetti
come un giro di terra.
Per conto suo quest’ultima vagava
al confine infinito
di una galassia minima sognante
d’esser parte di un universo enorme
ma l’indaco nel nero
sfuma come le luci
sempre troppo lontane da afferrare
stelle.
Dunque cambiava come la luna i quarti
ma la velocità di sparizione non riguarda le mappe
dove rappresentiamo le stagioni le nudità gli amori
gli spasimi del sole il firmamento
vele di vento come le parole
o il paradiso fisso sopra un muro
come fosse un giudizio
o un miracolo vero
mentre mi appunto l’attimo
e magari il tuo viso.

Tratto da “Oltre il varco di notte”, ed. La Recherche
http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=198

 

 


Percorsi paralleli (ovvero, difficile stabilire cos’è un’ora)

Bevo spesso. Ultimamente il mio corpo ha bisogno di acqua. Credo sia indice di una qualche malattia, ma non è un problema: basta andare in cucina.
La cucina è una stanza. Una. Questo semplifica le cose. Non così per il resto.
Una certa pigrizia mentale, sempre più frequente ultimamente, mi assorbe e mi diventa difficile andare avanti. Tuttavia, non è ancora il momento. Anche questo è indice del problema generale: moto e stasi, inerzia e attività. Tutto procede doppio. Dove mi pongo io? O dove vengo posto? Anche questo è doppio.
C’è più di un doppio: i doppi sono molti, come se la duplicità si replicasse. All’infinito. In realtà esiste un limite, ma nessuno può dirlo.

Il tempo è un susseguirsi di attimi talmente ravvicinati da risultare vuoto. Il tempo è un vuoto pieno di passato. Anche il futuro. Scrivere ferma il tempo, ma il tempo riassorbirà la mia scrittura: quando scompare.
Scrivo, per sapere che passo.
Spesso mi sento osservato. Quando mi guardo allo specchio non sono sicuro. Chi, dunque, osserva?

L’osservazione è un fatto di riflesso. Tale riflesso ha duplice natura. Ed effetto. All’esterno, esso distorce e ignora. Dentro, è l’unica possibilità di percepire tutto quello che viene percepito. Tuttavia, questa percezione conoscitiva viene rivestita da effetti: tutti gli effetti indotti da miriadi di percezioni precedenti. Quale allora la risposta esatta al percepito?
Inoltre, essa cambia nel tempo: difficile resti uguale nel susseguirsi dei giorni e delle sere. Di notte è ancora più diverso. Da ciò deriva l’influenza del tempo: al suo passaggio, non conosco mai nello stesso modo. Ma se il tempo è un passaggio che risulta vuoto, anche la conoscenza. Dunque, non saprò mai chi sono. E il mondo. A meno di rinunciare a un’illusione estrema di certezza.

Inserisco liquidi. Come dicevo, ultimamente sto bevendo molto. Si tratta, credo, di un estremo tentativo di rinnovarsi, dato che il mio corpo è in massima parte fatto d’acqua. Ma quale acqua? L’acqua è un elemento fluido: scorre. Tuttavia, essa risulta eterna. Sembra che, nelle profondità del pianeta, risieda acqua risalente a milioni di anni fa. E negli iceberg. Il ghiaccio, infatti, è una raccolta di informazioni. Da esso si possono ricostruire mondi scomparsi: le piante, i semi la composizione dell’atmosfera, interi ambienti. Anche l’acqua, tuttavia, si scioglie e il ghiaccio sta evaporando: la nostra storia.
L’acqua ritorna al mare e, coi cicli del calore, evaporando, al cielo. Quindi di nuovo qui, sotto forma di pioggia. E fiumi, laghi, mari, rubinetti. Tutto svapora e torna. Io sono un breve eterno svaporare.

A volte il tempo rimane imprigionato. Vestigia, intendo. Non tutto evapora e scompare. Esistono rocce risalenti alla formazione del pianeta. E i vulcani. Su scala più ridotta, templi, città, ricordi.
Io sono indiscutibilmente una vestigia, una di quelle pievi-costruzioni-romaniche-assemblate dalla scomparsa di tutto ciò che è andato.
Dunque un tempo: un’immensa impalcatura sulle spalle. Chi, però, mi ricorda?
Guarda la musica. Essa è un susseguirsi d’attimi, presenti e lontani nel tempo. E non la puoi vedere, toccare, annusare. La puoi soltanto amare. Chi mi ama?
Per ora permango nella fallibilità contraddittoria della contraddizione in cui mi percepisco. Per ora. (Difficile stabilire cos’è un’ora).


And a bitter of you

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Ancorarsi alle foglie.

L’altro giorno viaggiavano l’intenso: direi uccelli marini (ma potevano anche essere schermaglie. D’amore, si)
Sotto, tempeste d’alghe addormentate sparigliavano sogni rendendo più intuibile l’incerto. In pratica, evanescenze d’universi paralleli o altre confusioni ingannevoli (praticamente quanti).
Pioggia di piume a volte (sarebbe come cuscini). To sleep perhaps to dream?
Telefonate zero.
E la marea.

Ma non parliamo di traversare il mare. Sembra un infinito piano di lunghissima complessa percorrenza. In realtà, una goccia arcuata roteante intorno a un fuoco enorme. Orbite sgocciolanti? Significherebbe perdere pezzi, ma tutto sommato mi sembra una questione poco interessante. Si provi invece a immaginare l’infinitesimale minimo del pensiero e la sua capacità di cogliere l’immenso.

Al di là (ma non saprei), visuali avvolgenti aggettavano. Difficile dire cosa.
Vento arzillava rondini ma Parigi rimaneva grigia, come fanno di solito i viaggianti quando cade la sera e si scolora confondendo lineamenti e dintorni.
D’un tratto m’accorgevo: la lampada del genio è arrugginita e Scherazade ha finito le storie. Dunque le notti?
Domani aggiusto la televisione.

Ma tu non voglia inseguire il temporale né avvolgere di carta oleosa la colazione per domani. Non voglia vendermi, che ho già provveduto da solo. Quanto ai giornali, scadono e la lettura è miope. Gli occhiali: probabilmente in cantina.
Né rivolgerti alle scarpe sotto il letto dove i viali non hanno arcobaleni e neppure argenterie. Piuttosto, due patatine fritte lanciate con un vettore al mio foraggio sarebbero gradite. And a bitter of you.
Ci penserai? Dunque confermi la mia pazzia. Nella dissoluzione generale anche questo è un sollievo.


Brevi riflessioni sul linguaggio (ispirate da “Dall’esilio” di I. Brodskij)

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“… il male, e specialmente il male politico, è sempre un cattivo stilista”.

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Dall’esilio. Dunque una lontananza, ma “lontano da dove?” per parafrasare un famoso saggio di Claudio Magris. Dalla Russia? Dalla patria? da se stesso? O forse dalla lingua, quella lingua in cui era nato e che ha dovuto lasciare a causa di una violenza cieca e senza senso? Forse da tutte queste cose. Forse, però, quell’esilio non è stato soltanto una violenza insensata: è servito a ricostruire un senso profondo del se stesso e della lingua che con lui era stata esiliata.
La lingua è la vera protagonista di questo discorso di Brodskji, tenuto a Stoccolma in occasione dell’accettazione del Nobel. Ma cosa è la lingua, se paragonata all’ottusità del potere, di quel “cattivo stilista” che è lo Stato? Sembra che essa sia qualcosa che ci precede e ci sopravanza; qualcosa, dunque, di preesistente che tuttavia ci appartiene; qualcosa di comunque indispensabile, perché essa è “il più formidabile accelaratore della coscienza, del pensiero e della comprensione dell’universo”.
Difficile non essere d’accordo, soprattutto se si pensa a un saggio di E: Cassirer, Linguaggio e Mito, nel quale l’autore fa dell’atto del nominare un’epifania capace di dare forma al mondo.
Tuttavia, chi frequenta la lingua, cade, nell’atto di scrivere, in una posizione estremamente scomoda. “Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere. O, come ha detto il mio amato Auden, è colui in cui e per cui la lingua vive”.
Come scrive Blanchot, “L’opera esige dallo scrittore che egli perda ogni “natura”, ogni carattere, e che, cessando di riferirsi agli altri e a se stesso con la decisione che lo fa io, diventi il luogo vuoto dove si formula l’affermazione impersonale” (M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino, 1967, p. 41).

Uno stato apparente di non libertà, di dipendenza, quasi una compulsione che lega lingua e scrittore. E’ davvero così? “Questa dipendenza è assoluta, dispotica, ma è anche liberatoria. Infatti, pur essendo sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora la smisurata energia centrifuga che le è conferita dal suo potenziale temporale cioè da tutto il tempo che ha davanti a sé”. La lingua sopravvive allo scrittore; essa si esprime sempre.
Tuttavia, questa entità creatrice – la lingua – gode di una libertà relativa. Lo Stato ne condiziona l’espressione. E’ forse lingua il linguaggio burocratico? E’ forse lingua la menzogna, il fine di asservimento, il controllo poliziesco e quanto altro di assurdo lo Stato è capace di mettere in atto? Nella negazione della lingua e nel suo sforzo insensato di non esistere, lo Stato è comunque destinato a soccombere: “Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la relazione del permanente – meglio ancora, dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito”.
Se scrivere è un rapimento, un sia pur provvsorio appartenere a un Altro che ci scrive, un allontanarsi dallo svilimento del quotidiano cui la società e la massa statalmente organizzata ci rinchiudono, scrivere è un atto creativo di recupero, di riparazione dell’assurdo, nel tentativo di rendere l’insignificante significativo, almeno nel dialogo strettissimo tra scrittore e lettore. Un libro non è un atto autistico: è un dialogo, senza lettura non esiste. Scrivere è allora una dialogica di lontananze tra scrittore e lettore, tra sé e l’Altro da sé, un incontro impossibile vissuto, uno scambio profondo, un fare anima dell’anima che si incontra e entra in contatto con altre anime senza vederle, saperlo, conoscerle fisicamente. Scrivere è l’attuazione di un conosciuto non pensato che viene pensato e conosciuto dall’Altro ignoto che abita lo scrittore e che, nel tempo della lettura, sì incarna inconsapevolmente nel lettore. Scrivere è un tessuto del mondo; un significato trasversale e avvolgente che permette di esistere. Ma esistere esige uno sforzo.
A proposito di alcune poesie di Rilke, Blanchot scrive:

“Il poeta ha per destino di esporsi alla forza dell’indeterminato e alla pura violenza dell’essere di cui non è possibile fare nulla, e di sostenerla coraggiosamente ma anche trattenerla in sé imponendo il ritegno, il compimento di una forma […] Ma compito che non consiste nel consegnarsi all’indeciso dell’essere, ma nel dargli decisione, esattezza e forma, oppure, come egli dice, ‘nel fare delle cose a partire dall’angoscia’” (M. Blanchot, op. cit. p. 122).

Qui Rilke, o se si vuole Blanchot, assume posizioni kierckgaardiane se non anche riferibili ad Heidegger, ma poco importa. Quel che conta è che scrivere è operare nel nulla, fare del nulla qualcosa di esistente: un linguaggio.

Come scrive Recalcati, basandosi su Lacan:

“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).

Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo.

Detto in breve, l’Altro della lingua abita lo scrittore come luogo caotico e indeterminato. Si tratta, dunque, della matrice profonda dell’inconscio, dove nulla esiste ma tutto è possibile. Per essere, l’Altro della lingua (inconscio) si rivolge all’Io cui richiede l’esistenza di una forma. Scrivere è allora un dialogo profondo con l’indeterminato che si presenta alla coscienza per esistere. Non riguarda soltanto lo scrittore, ma l’intero genere umano, nella misura in cui “scrivere” può avere molte facce ed espressioni, non solo nell’arte, m anche – e non ultimo – nel campo ormai desertificato delle relazioni.
“In senso antropologico, ripeto, l’essere umano è una creatura estetica prima che etica. L’arte perciò, e in particolare la letteratura, non è un sottoprodotto dell’evoluzione della nostra specie, bensì proprio il contrario. Se ciò che ci distingue dagli altri rappresentanti del regno animale è la parola, allora la letteratura – e in particolare la poesia, essendo questa la forma più ata dell’espressione letteraria – è per dire le cose fino in fondo, la meta della nostra specie” (Brodskij, op. cit.).
Temo soltanto in parte. Se lo fosse davvero, il mondo non sarebbe quello che è. Ma questa è un’altra storia.


lettera alla Pizia

(Lucio Fontana, Attesa, 1964)

(Lucio Fontana, Attesa, 1964)

Ah Signora,
le tue tabelle di divinazione danno un responso esatto se è vero che non sanno cosa dire e spetta a me rivestire d’assurdo e di spavento l’insopportabile pianificato stare del sole e della luna, astri aggregati, polveri se vento.
S’affaccia il giorno e la montagna è piatta, senza neve d’inverno o primavera, alba tramonto sussurrata quiete, tempesta quando occorre o la ganascia sordida del sole brucia covoni e donne quando estate; l’uva langue ed io non ho più vino per dormire. Dunque come potrò ignorare e friggere d’intenso il mio disagio se gli ulivi dimenticano il mare e l’olio sa di acqua – ah Signora – tu non capisci la disperazione quando il bicchiere è colmo di mancanza, perché sei disperata e dormi nei tuoi fumi di caverna d’oppio d’avanzo di cui non dai notizia a noi mortali altro che nelle balle che dispensi e bevo per interposta droga a farmi un po’ di te quando ti aspiro e frano nel mio corpo di terra e nei raggiri dove è obbligo stare.
Diversamente inutile tra noi, tu navighi l’oltraggio della mente, versi inermi, assoggettata folla al tuo delirio. Propaghi; ed ogni dispersione sa di latte – come le vacche invitano – tra l’invidia di capre e dei formaggi al monte – io dilaniavo lupi – e l’universo ride di questo nostro affanno, cui ci consegni e fondi – mia Signora – senza darne risposta, tanto che ripensavo l’altra notte una impossibilità: sarà che nel tuo dire che è silenzio la risposta è l’assenza? Dunque perché cercare? Fattivamente il popolo non cerca e si inebria di bicchierini e pasticchette, dalla minore età all’oltretomba. Solo noi dispensati abbiamo il vizio di porre le domande per difetto, ma ho capito che il tuo non dire è dire: non c’è nulla da dire.
L’altro giorno, nel sobborgo di Craneo, Diogene scansava i suoi fantasmi; quindi la notte.
Parmenide sognava notti insonni; Aristotele un circo, dove le stelle stanno fisse in cielo e “a” non può mai essere diverso. Eraclito rideva.
Ci avviciniamo al carico d’autunno dove la primavera dorme il suolo e l’inverno s’appresta a congelare. L’alba scompone sogni e notte sfoglia le mie disposizioni d’infinito. Mi sveglierò domani?


Ombre (tratto da “La notte degli orologi” di prossima pubblicazione)

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Primaluna brancola insicura tra pietre a specchio sparse nella terra. Riflessi proponevano tra i sassi e la gente che vi sostava scritta dentro. Una colonna ormai dimenticata vide la luna e la seguì con gli occhi: soldati e cavalieri lungo la forma intera. Tentò invano di trattenerne il volo tendendo le sue schiere verso i raggi. Ma spicca, con volto asciutto teso verso l’alto, per sfuggire i ricordi e quelle mani. Esther passava.
Esther passava. Raccoglieva foglie che la stagione radunava in basso. Radunava le foglie la stagione, portate con il vento da lontano, dal Palatino e il Celio verso il Foro. In quelle foglie si specchiava il viso, giallo come l’andare delle cose.
Un’onda che rientra e lascia nulla – pensava Esther. Schiuma di mare; e la sabbia asciuga. Un corpo scarno, smagrito fino all’osso, disseppellito dal vento e la memoria quando ricorda il poco che riesce. Ma ignora: vaste forme. Vede solo i frammenti dove inciampa. Vede l’istante la memoria cieca che riesuma inconclusioni inaridite. Che ferma, per l’istante in cui resta, prima di dimenticare ancora.
Si teneva le mani strette in grembo, Esther mentre passava senza traccia. Non sapeva che un’ombra la seguiva. Un’ombra smunta, di rancore asciutto, verso sé e la ragazza che osservava. Che detestava, per la vita cui aveva rinunciato.
Era rinuncia l’ombra: era Livia. Priva di sostanza per qualcosa sottratta da una negazione inaspettata. Un figlio morto: questo il suo regalo. Insopportabile mancanza da sfuggire a costo di una mancanza ancor più estrema.
Un nome antico, Livia, come Roma e come lei passato. Nelle notti nel Foro, ricordava la vita l’ombra assorta e i giorni spesi nella bottega colma di orologi. Giorni col tempo, giorni insieme al tempo che razzolava intorno per scandire attimi puri di felicità.
Non le notti: erano maledette. Perché di notte Giovanni la voleva fino a piantarle un figlio nella pancia. Che stenta; declina; rinuncia. Lungo il fiume di notte, con la luna che sceglie di svanire dietro nuvole grigie rancorose. Un dolore che non consente scampo.
Disperato Giovanni. Sparso intorno, alla rinfusa, senza sapere dove. Tutta Roma al setaccio, con Schultz che sguinzaglia i suoi scagnozzi. E le grida, i richiami. Ma Livia sfugge, con la notte che cela quando la morte arriva.
Trasse un sospiro. Quella ragazza che la precedeva le ricordava un destino non compiuto. Per questo non le piaceva: era incompiuta. Come lei. Darà dolore – si diceva Livia, mentre spargeva polvere coi passi.
Poco più in alto, Giovanni passeggiava per Marforio, inseguendo visioni proibite. Dalle finestre ancora illuminate delle case sui Fori seppelliti, una puttana faceva il suo mestiere, vendendo ore di dimenticanza. Dall’osteria trasudano bestemmie; e carte che risuonano sul legno, mentre il vino riscchia notte e strada. Era un risucchio il vino: notte e strada.
Passeggiava Marforio, Giovanni, con la testa nelle case che guardava. Scompariranno – si diceva muto, non appena i pazzi irromperanno. Tabula rasa, questo il tuo destino – mormorava Giovanni alla sua Roma. Trascorsa, trascurata; tuttavia qui. Ancora poco, temo. Quindi il pensiero fuggiva sotto terra: da Cesare, sui Fori calpestati da secoli di ignoranza ripetuta. Vi scaveranno – sussurrava Giovanni, per farne cartoline e filastrocche. Meglio scomparire, Cesare, che finire come un circo rimediato.
Perso nei suoi pensieri, trasse dal taschino un orologio; gettò uno sguardo. Il tempo è vasto inganno – si sorprese a pensare; solo Roma riunisce i suoi percorsi. Roma: dove l’istante non trascorre invano, non svanisce nell’immediato del presente che è attimo di attimi assommati. Il divenire frena la sua corsa e il tempo trova sosta, riflessione. Roma rivela, assomma gli attimi sbiaditi dal futuro e non li fa svanire nel passato. Lei resta e nel restare resto anch’io. Che passo, mentre resto e non scompaio. Il passato è una beffa di presenti accumulati indietro. Solo Roma permane e chi respira il senso che trasuda.
Il Papato è un cristallo che imprigiona. Ferma la vita, annulla l’esistente, riduce tutto a mera pantomima di un futuro ipotetico e lontano, mai presente nel mondo. Dunque, nega persino il tempo di passare. I piemontesi sono la nostra morte. Introdurranno un tempo senza senso; creeranno sconcerto, delusione, dimenticanza estrema. Sarà ripetizione e superficie, fatti senza spessore. Sarà rumore, privazione d’anima, non senso. Sarà mancanza inavvertita, bisogno senza soluzione, risposte false e giganteschi inganni. Sarà droga, compulsione allucinata. Sarà niente di niente. Tu sei, Roma, la mia vita e la mia morte. Esisto quando esisti; se te ne vai scompaio.
Quindi addio – si diceva Giovanni. E ritornava lungo i propri passi verso la valle e il Foro. Dove un’ombra trasportava una mancanza e una ragazza trascinava assenza. Si incontrarono al bivio con la chiesa. Nessuno vide l’altro.
Quando Giovanni si rifugiò in bottega, cercando suoni amici per la sera, Esther salì i gradini della casa, con la campana che rintocca il Vespro. Livia stette sull’uscio; guardò dentro: Giovanni già frugava meccanismi. Si accucciò sulla soglia; un gesto trasandato della mano la chiuse nello scialle. Luna sfrangiata frantumava stelle con vento a tratti e polvere di strada. Ancora un’altra notte.


dialoghi dall’istante tratto da “Servo di scena” e-book il mio libro, 2015

(E. Hopper)

(E. Hopper)

Non so se ti scrivo, né a chi, o se questa è una lettera.
Nebbia dintorno: secoli. Io non so più se sono.
Una grande distanza mi incatena e l’insoluto bussa, ma non ho più una porta. Forse siamo ancora qui, nel tuo giardino, mentre la casa alle nostre spalle brilla come una lucciola di sera. E noi la notte.
Tutto è diverso qui, tutto sormonta, e i miei pensieri hanno un’altra fonte. Che non so mia e tuttavia presente, lontana dal passato cui aderivo, ma instabile, indifesa. Mi manchi Flavio, come le tue storie. Forse non siamo mai, non siamo ancora. Né stati.
Il paese è diventato piovoso, come aveva intuito Baudelaire e la modernità ci asfissia come un estraneo stolto circondante. Lacera, con le lacerazioni che comporta, ma nessuno risolve.
Senza di te scompaiono le voci e la natura tace. Nella città: stridore. Acuto, come un rumore muto e tutto è uguale a tutto senza dire. Non so cosa siamo diventati.
Heidegger afferma che si muore di noia nell’uniforme identico che torna, ma è influenzato da Nietzsche. Io mi riduco a goccia quando piove. L’urto è duro.
Leggevo sere fa, tra poca luce:
“L’angoscia, come la noia da cui essa deriva, è ‘l’essenziale impossibilità di una possibile determinazione’. Questo è per Heidegger lo spaesamento assoluto. E dunque ‘tutte le cose e noi stessi naufraghiamo in uno stato di indifferenza […] Le cose, noi stessi, ci si mostrano soltanto nell’atto di scomparire, nell’atto dell’allon-tanamento. E questo eclissarsi manifesta il nulla’. Infatti, l’inferno della ciarla, la chiacchiera insensata, rivela, nella sua insensatezza, proprio il vuoto che essa vorrebbe nascondere. L’angoscia non comprende il nulla: il nulla si manifesta nell’angoscia così come l’essente in quanto totalità si manifesta nello spaesamento. L’angoscia che regna nel ‘paese piovoso’ non ammette fuga” (Franco Rella, Miti e figure del moderno, Pratiche Editrice, Parma, 1981, p. 62).
Tu sei fuggito Flavio? Non so dire. Io sto nel naufragio.
Anni fa, è venuto un signore da Vienna, uno di quella setta di Giudei che Tito non è riuscito a sterminare. Dice che tutto è dentro e quello che ritorna siamo noi nella nostra incapacità di conoscere. Arcaismi, dice, privi di coscienza. L’universo è nel tempo dentro l’uomo, ma se restiamo nel divaricato eternamente inutile rappreso, nulla si compie, meno che mai noi stessi.
Parla di mente inconscia, una regione estranea ma presente, tipo… raffigurati l’Ade! Ombre di noi che vagano noi stessi: tornano e tutto resta uguale. Non è luogo d’altrove: siamo noi l’incomprensione, tutto quello che sfugge. In esso non c’è conciliazione e la coscienza evita terrori. È una base senza base, un fondo senza terra, privo di tempo, luogo, poesia. Molti vi hanno scorto le fonti della vita, quanto meno dell’arte; esso è luogo di morte. Il nulla interno, l’essere che non c’è e tuttavia si muove, manifesta, parla. È invisibile: lo si può scorgere solo dagli effetti. Dunque precarietà senza sostanza; e preme, accosta, svia, lancia languori; quando ti ammala parla. Siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere; attribuisce ad altro senza noi.
Ripensavo, sere fa, ai nostri dialoghi e alle contraddizioni che esprimevi. Leggevo, quando leggevo… ah, leggi tu!
“Ma questo ‘andersdenken’ è il pensiero della parzialità, della precarietà, dei linguaggi che non dicono mai tutto e che spingono ad una analisi interminabile, che può essere decisa soltanto dalla prassi, all’interno di una costruzione storica, in una ‘formazione di compromesso’. Ed è proprio questa ‘parzialità’ che permette al sapere dell’inconscio di far parlare e di rappresentare il soggetto come tensione, come spazio di contraddizioni, come una costellazione in cui corpo e spirito non si annullano in una unità superiore mirabilmente conciliata, ma piuttosto parlano il linguaggio, esso stesso complesso e plurale, della ‘figura’. La figura, che come diceva Musil, oscilla tra i due mondi senza cancellarne la differenza, ma piuttosto rendendola rappresentabile” (F. Rella, op. cit., p. 92).
Qui, nella stagnazione, nulla si rappresenta, come in un “mal di mare in terra ferma” (F. Kafka, Racconti, Mondadori, Milano, 1970). E dintorno l’assente. Come diceva Nietzsche, occorre “costringere il proprio caos a diventare forma”. (F. Nietzsche, Opere, vol. VIII, 3, pp. 85-86). Ma quale forma? Troppe visioni intorno senza conciliazione. Forse, le forme dovrebbero essere molteplici danzanti, come le tue lucciole, come quando esisteva il parlare di cui mi parlavi: uno sforzo di esistere.
Ah Flavio, non so come attirarti… Ho trovato un pensiero, ma non è diverso: il nulla si fa uomo per esistere. Anche questa un’incarnazione. Ho bisogno della tua diversità per rinunciare. Forse questo ti piacerà: l’Essere è cultura e la cultura una lucciola nell’ombra.
Spero che tornerai se ancora esisti, almeno come forma di parola. Potremo dirne altre e costruire nuove imprecisioni. Non restare lontano; in fin dei conti, siamo noi la Grecia.

(continua…)


Graffiti

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Sorella,
ti scrivo da un altrove disunito dove il tempo scoraggia e la menzogna induce alternative impraticabili.
Siamo vissuti come analfabeti fino a un segno graffiato e l’amore un affare di notte, previo l’intralcio delle conseguenze che trasciniamo lungo l’esistenza come una fonte astratta. E gli anni che mi pesano sul dorso mi ricordano inganni subiti e perpetrati senza troppo rimorso.

Atonico amorale
vago millenni apatici
dove quello che sembra è solo uguale
a un diverso distante
che qualcuno si ostina
a definire
tempo.

Disuniti da noi stessi, l’altra sera sfilavo apocalissi da testi accatastati nella polvere e un solco di memoria, distratto il mio fluire verso un cielo di stelle, sempre diversa: notte.
Arrangiavo alla meglio conclusioni che, come sai, cambiano di continuo, visto l’incerto andare di quella che chiamiamo conoscenza, quando gli alberi cadono la sera e il massimo visibile: lanterne

Ah se potessi scorgere
– chiedevo –
l’inverso
otterrei un firmamento personale
da custodire al buio del mio luogo
ma come sai la vista è indebolita e la passione sfugge
ogni diagnosi esatta
scorrevole
tra velature d’alberi:
la luna.

C’era aria sottile di traverso e un temporale al largo, come una delusione in purgatorio, ma gli angeli non volano la terra da secoli e il mio cade ogni sera.
Da un po’ di tempo ho freddo. Temo inguaribile. E la serra sbiadita.
A proposito: prova a venire, qualche volta almeno, dove il vento si ferma sulle sponde, all’ultima riunione dei ricordi.


pensieri involontari

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Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia
e s’allaga, s’allarga quando scoppia
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
(o l’altra casa dietro il convento a sera?)
sarebbe facile
se non piovesse
che mi dimenticassi
di svuotare le stelle e il firmamento
l’alba la sera la città
tempo di calamita che ti tira
la vita
come un abbonamento
al teatro nell’angolo di dove
che mi diverto a scrivere le parti
in forma di silenzio
se tacete
e la pioggia
ha un rumore di fondo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la vecchia ghirlandaia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.


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