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leader patologico e patologia della massa

 

“Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc”. H. (Kohut, “Potere, coraggio e narcisismo” Astrolabio, Roma,1978, pp. 102-103)”

Adesso pensiamo agli ultimi 30/35 anni (ma si potrebbe risalire a molto prima) fino a oggi, ovviamente compreso. Se vi va, allargate l”occhio anche fuori dall’Italia e perché no, dall’Europa. Quindi, cercate un altro pianeta (ovviamente dopo opportune indagini preliminari sui leader del posto).

Nota. Lo studio di Kohut da cui è tratto il brano si riferisce a una sua indagine sulla nascita del nazifascismo.
In termini meno tecnici, si potrebbe dire con Sciascia che quando gli imbecilli si alleano con i furbi bisogna stare attenti:: il fascismo è alle porte.


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

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il disagio del disagio

 


a proposito dell’uomo senza inconscio

 
guernica[1]

 

 

Un testo su linguaggio e silenzio, significato e insignificanza, soggetto e sua tragica mancanza; questo L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010) . Nell’epoca ipertecnologica nella quale viviamo, che rischia di diventare nient’altro che un tecnicismo (meglio sarebbe dire meccanismo), Recalcati rivisita la psicopatologia della nevrosi, dichiarandone la scomparsa. La sua dichiarazione di perdita di un soggetto dell’inconscio può lasciare perplessi. Siamo infatti abituati a identificare il soggetto con la coscienza e a chiamarlo, inequivocabilmente “io”. Tuttavia non è così. L’inconscio è infatti un soggetto che esprime e che, attraverso il linguaggio del sintomo, proposto dal ritorno del rimosso, pone ricerche di significati che la coscienza, se ascolta, dovrebbe attribuire. Oggi non più. Nella ricerca compulsiva di soddisfazioni letterali demandate al mondo inanimato e muto delle cose, che il capitalismo perversamente ripropone per mantenere in vita il suo sistema aberrante, la domanda a essere, che il soggetto dell’inconscio (e non) propone, cade in una trappola luminosa, luminescente, ma non illuminante, nella quale si sperde. L’inconscio, allora, non è più un luogo del linguaggio e torna a essere semplicemente Es, dinamica pulsionale ripetitiva e cieca che tende a un godimento fine a se stesso e senza senso, in cui non esiste spazio di riflessione. Se la nevrosi, attraverso l’opera del rimosso, è condizione umana capace di parlare, la perdita di quel linguaggio, reso muto dalla cecità ripetitiva dell’Es desiderante, consegna l’uomo alla psicosi, espressione di caos indifferenziato in cui il soggetto smarrisce il senso di se stesso, riducendosi a “fatto” incapace di parlare. Non più linguaggio, dunque; questo afferma Recalcati: solo passaggio all’atto e alla sua insignificanza, nella ripetizione di un godimento che non dice. Su queste premesse, Recalcati passa in rassegna quelle che definisce nuove patologie della nostra epoca, legate all’immediatezza compulsiva della soddisfazione e all’evidenza del corpo, che era base di identificazione soggettiva, oggi spesso elevato a feticcio. L’anoressia allora si impone sulla scena col suo linguaggio muto che non dice altro che un bisogno insoddisfatto che si traduce in desiderio di morte. Spesso trattata dalle famiglie con il “mangime” delle cose, l’anoressia resta “mortale” nella misura in cui non è di cose che l’anoressica ha bisogno ma di recupero di senso, che non è nel cibo rifiutato e che la madre invece dispensa nella letteralità di un reale insensato.
Nella stessa ottica di non senso imperante Recalcati tratta anche la bulimia, gli attacchi di panico, le tossicomanie, le depressioni, alcuni aspetti della paranoia e tutte le forme di dipendenza patologica. La clinica proposta è una clinica non più delle nevrosi ma delle psicosi: “Nella psicosi non c’è infatti rimozione, dunque realizzazione simbolica del soggetto dell’inconscio, ma un ritorno direttamente nel reale di ciò che non può essere simbolizzato. Diversamente, nella clinica delle nevrosi il reale del godimento subisce un trattamento preliminare attraverso l’operatività della metafora paterna […] il suo risultato è una castrazione del godimento (della madre) che apre simbolicamente il luogo del soggetto come luogo differenziato, separato, come luogo possibile del desiderio” (p. 277). Prego considerare che la madre sottratta al godimento non è la madre reale, ma la condizione inconscia di indifferenziata onnipotenza narcisistica di cui il paziente è prigioniero. Allo stesso modo, la metafora paterna (il Nome del Padre) va letta come significato soggettivo, sempre possibile e da recuperare nel corso del trattamento.
Al di là del testo, non è difficile riconoscere gli effetti di una psicosi sociale dilagante nella nostra inammissibile quotidianeità. Se la politica e le istituzioni non esprimono che urla rabbiose e indifferenziate, particolarismi, senso di onnipotenza e comportamenti lesivi del bene pubblico, se le grida disarticolate di chi muore nell’ennesimo atto di violenza cui la cronaca ci ha tragicamente abituato, con effetto di anestetico disarmante, se il godimento consumistico, l’edonismo e il non senso tossico in cui i giovani si dibattono, se rivolte e guerre fratricide dettate da arcaismi intolleranti e volontà inconscia di sopraffazione di un “Altro” sempre scomodo e detestato sono sotto gli occhi di tutti, l’epoca in cui viviamo è soltanto espressione di un drammatico silenzio della psiche dove Thanatos dilaga e senso e significato escono silenziosamente dalla scena del mondo.


terra silenzio

(già pubblicato su Fermenti, n. 239/2013)

Il mondo che abitiamo ha assunto spesso l’aspetto di un deserto. Basta pensare alla Terra “palla di neve” effetto di antiche glaciazioni che la geologia ci ha insegnato a conoscere, o al pianeta di sabbia che il deserto senza posa crea grazie anche alle variazioni climatiche, o ancora alla terra deserto d’acqua dell’immaginario mitologico che si riferisce al così detto diluvio universale. Il deserto cui intendo riferirmi è invece un deserto di parole, una “terra silenzio” spogliata di ogni significante e dunque priva di significati, un luogo che non parla che una lingua muta che nulla significa se non l’assenza che silenziosamente esprime.

La civiltà silente in cui abitiamo e che abbiamo costruito prima di ammutolire era espressione di duplicità. Lacerata dal conflitto tra natura e cultura provocato dallo sviluppo della coscienza egoica, la nostra civiltà “disagiata” viveva nel disagio creativo di quella che si presentava come unica condizione esistenziale, scomoda ma possibile. Sempre mal sopportata dal soggetto che ricerca il godimento, questa cultura sublimante e figlia della sublimazione è oggi soppiantata da una diversa forma di civiltà intollerante alle difficoltà dell’esistere, al punto da precipitare inconsapevolmente nella “comodità piacevole” del nulla.
Apparentemente viva, colma di benessere e piacere, dispensatrice di sapere e tecnologia, la civiltà attuale è specchio di quella forma di appiattimento psichico che si definisce psicosi, laddove con questo termine si indica una totale frattura del soggetto con la realtà oggettiva o, il che non cambia, un’identificazione adesiva acritica con la stessa con conseguente annullamento della realtà interiore.
Alla base del problema rintracciamo la dinamica desiderio-Legge dove, con questo ultimo termine, intendo riferirmi alla castrazione simbolica operata dal Padre Norma, mentre parlando di desiderio il mio rinvio è a Eros. Eros non si rivolge mai ad oggetti materiali individuati, a cose, ma è invece anelito e allusione.
Nella sua revisione del freudismo, Lacan afferma che ogni desiderare è figlio di mancanza, una mancanza che non si riferisce a oggetti perché Eros non si appaga nell’uso e nel possesso di cose. Eros rimanda allora a una condizione esistenziale di base: esso è mancanza d’altro che potremmo individuare come mancanza a essere e il suo è desiderio di esistenza. Tra desiderio e Legge non esiste allora contraddizione o conflitto, perché è proprio la Legge simbolica del Padre che, impedendo l’immediatezza del godimento, fa sì che Eros possa desiderare la mancanza. La castrazione del moto cieco pulsionale verso l’evidenza illusoria dell’oggetto rende possibile il passaggio del desiderio al piano simbolico del significato e dunque del linguaggio. Questo spostamento culturale sembra perduto, come se la nostra civiltà si fosse “deculturalizzata” consegnandosi al regno dell’immediato, ad un’adesione cieca all’atto rivolto al puro godimento senza la necessaria pausa della riflessione.

Reflexio significa ripiegamento, e nell’ambito psicologico si definirebbe con questo termine il fatto che il processo del riflesso, il quale convoglia lo stimolo nello scarico istintuale, è interrotto dalla psichificazione. I processi psichici esercitano un’azione attrattiva sull’attività che procede dallo stimolo in conseguenza dell’intromissione della riflessione, cosicché l’impulso viene deviato in un’attività endopsichica prima di scaricarsi all’esterno […]
L’istinto della riflessione è ciò che costituisce l’essenza e la ricchezza della psiche umana. La riflessione modella il processo di stimolazione e ne guida l’ìmpulso in una serie d’immagini, la quale infine, quando l’impulso è sufficientemente intenso, viene riprodotta. La riproduzione […] si verifica in forme diverse: o come espressione linguistica diretta o come espressione del pensiero astratto, come azione rappresentativa o come comportamento etico, come ritrovato scientifico o come rappresentazione artistica […] la riflessione è l’istinto civilizzatore “par excellence”, e la sua forza si palesa nell’affermazione della civiltà di fronte alla nuda natura.
(C.G. Jung, “Determinanti psicologiche del comportamento umano”, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976, p. 136).

Se diamo credito alle parole di Jung, la civiltà in cui viviamo ha perduto il suo slancio creativo, regredendo a uno status di “natura” dove la psiche cessa di rappresentare e dunque manca il riflesso del senso soggettivo di esistenza. Questo discorso potrebbe essere continuato in molti modi, ricorrendo alle metafore junghiane del simbolo, o al linguaggio lacaniano della perdita del Nome del Padre o alla dinamica freudiana Eros-Thanatos. Sarà opportuno evitare troppi riferimenti diversi per non confondere il piano già abbastanza astratto del discorso.
L’idea di base è che il campo di coscienza viene seriamente infiltrato da elementi che definiamo regressivi in quanto arcaici, una specie di “diluvio universale” istintuale che allaga la coscienza riconsegnandola all’Inconscio da cui si è differenziata. Occorre tuttavia specificare cosa si intenda con il termine Inconscio o, per meglio dire, visto che il significato di quel termine lo conosciamo bene o male tutti, la domanda riguarda una specificazione poco dibattuta: quale Inconscio?
Questo ci fa già capire che Inconscio non è termine univoco ma può rimandare a raffigurazioni diverse della mente non cosciente. Freud pose il problema nel ’22, quando in Al di là del principio di piacere (S. Freud, in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977) enunciò la dicotomia delle pulsioni. Fino ad allora l’Inconscio era il rimosso, dunque tutto ciò che la coscienza non gradisce e tenta, per altro inutilmente, di espellere da sé. L’ Inconscio come rimosso non è muto, nel senso che, proprio attraverso il ritorno del rimosso, propone “messaggi” di significati possibili che la coscienza ha il compito di decifrare per tentare di riappropriarsi di un senso non compreso del se stesso.
Questa formulazione dell’Inconscio apparteneva al Freud ermeneutico di cui parla Paul Ricoeur (P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, Milano, Il Saggiatore, 1979) ed “ermeneutico” era l’inconscio che si presentava come interpretazione di significati possibili alle soglie del soggetto. Dal ’22 in poi tutto cambia perché l’Inconscio ammutolisce e mostra un aspetto di silenzio. Thanatos non comunica: trascina. E’ moto arcaico verso la rovina, cieco impulso di niente, divoratore di cose e desideri che “cosifica” immettendoli nel vortice dell’immediatezza del godimento e deviandoli dal senso del significare proprio di un anelito che rimanda. L’Altro da sé (e con ciò intendo tanto la realtà esterna che quella interiore dell’Inconscio) scompare in una desertificazione del soggetto che smarrisce ogni termine di riferimento, confronto e riconoscimento. Con esso scompare il desiderio che desidera la mancanza che, come detto, non è di cose ma di significati che solo la relazione col diverso può soddisfare. Dunque, la psiche mostra un baratro di insignificanza, un Doppio dell’Inconscio che cambia il campo del soggetto che ora non è più in rapporto dicotomico/relazionale con la coscienza, ma la stessa psiche inconscia presenta un duplice volto. Secondo Massimo Recalcati. L’Es, ovvero l’Inconscio solo spinta senza parola, uccide il “soggetto” dell’Inconscio espresso dal ritorno del rimosso, nullifica il linguaggio e riduce la dinamica tra natura e civiltà a un drammatico confronto tra l’esistere di un significato possibile e l’insignificanza assoluta del godimento immediato. L’Es non desidera: travolge. Spinge lontano dal significato di cui l’Altro da sé, cui si rivolge la mancanza che muove il desiderio, è portatore e intrappola nella soddisfazione elementare della cosa che nullifica il soggetto nel narcisismo silente del proprio godimento senza nome. Questo l’Inconscio che infiltra: l’Es in quanto Nulla di Morte psichica. Questo il silenzio di cui la nostra civiltà è portatrice. Occorre tentare di riconoscerne almeno alcuni effetti.

L’evaporazione del Padre di cui parla Lacan indica il venir meno del senso fondativo della funzione paterna alla base dello sviluppo della coscienza e della possibilità di ogni civiltà. Al suo posto appare ciò che Lacan definisce “universalismo” e cioè il più che attuale fenomeno della globalizzazione.

In altri termini, l’universalismo di cui ci parla Lacan è quello prodotto dall’affermazione dell’oggetto di godimento che il discorso del capitalista rende illimitatamente disponibile sul mercato globalizzato. La caratteristica principale di questo discorso sarebbe […] quella di concretizzare un legame sociale che si istituisce sulla decapitazione della funzione verticale giocata dall’Ideale edipico e che al posto della funzione normativa del Padre impone la potenza reale e immaginaria (non simbolica) dell’oggetto di godimento. (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010, p. 37)

Spodestato dal godimento assoluto, il Padre non favorisce più accessi simbolici di significato e la civiltà scade a livelli primitivi di soddisfazione materiale. Dunque civiltà come campo dell’Es: si addensa un silenzio di psicosi.
Per intenderci su questo temine, uso ancora una definizione di Recalcati che mi sembra particolarmente adatta al nostro discorso. Egli si riferisce “alla psicosi come a una posizione del soggetto caratterizzata da un deficit strutturale dell’azione simbolica, da una non operatività del significante a contenere il reale maligno del godimento dalla tendenza di questo godimento non castrato – non regolato dall’azione normativa della castrazione – a invadere abusivamente il soggetto” (Recalcati, ibidem, p. 142).

Un soggetto dunque invaso e incapace di simbolizzare, per questo perfettamente aderente alla letteralità delle cose che per lui non possono mai rimandare ad “altro”.
Per descrivere questo fenomeno e il soggetto che ne è espressione, C. Bollas ricorre al termine “personalità normotica”.

La persona normotica è qualcuno di anormalmente normale. Troppo stabile, sicuro, tranquillo ed estroverso. È totalmente disinteressato alla vita soggettiva e tende a badare solo alla materialità degli oggetti, alla loro realtà concreta o ai “dati” relativi a fenomeni concreti […] la malattia normotica si sviluppa quando il significato soggettivo viene assegnato a un oggetto esterno, dove rimane senza essere reintroiettato e nel corso del tempo perde la nozione simbolica di significante. (C. Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989, pp. 143-144)

Ci troviamo di fronte a un eccesso di mondo oggettivo rispetto a quello soggettivo, a quel disturbo psichico che anche Winnicott, nel suo Gioco e realtà (D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma, 1972) non esita a definire psicosi. Dunque, una forma di adesione acritica all’oggetto col quale ci si identifica completamente, di modo che “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformistica al discorso comune” (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, op. cit., p. 23).
Alla scomparsa del Padre segue la dissoluzione del senso soggettivo e il mondo appare popolato da “ombre oggettuali” prive di significazione e di linguaggio che non sia ricorso amorfo all’immediato. Questo fenomeno è evidente in moltissime forme di adesività sociale ed è facile riconoscerlo non solo in tutti gli “ismi” da cui la società tanto occidentale che orientale è afflitta, ma anche in altri fenomeni non meno macroscopici come l’appartenenza a partiti e movimenti politici per mero calcolo personale con conseguente scadimento della politica stessa a mezzo di arricchimento privato che non trascura qualunque forma di appropriazione, corruzione e ladrocinio generalizzato. Spicca la sparizione del “soggetto di cura” della polis pubblica come di quest’ultima, ridotta a mero campo di sfruttamento dove non è raro cogliere sentimenti di approvazione e benevola invidia per chi è stato più “furbo” degli altri, con fenomeni di identificazione al Leader/Padre/Ladro/Corruttore che risultano per lo meno desolanti per ogni coscienza superstite.
Nel vasto campo delle sparizioni non si registra soltanto l’evaporazione del Padre ma anche di ogni sistema di valori, ormai sostituito dal lassismo più assoluto con ricco condimento di menefreghismo e disinteresse. Al massimo, si registra qualche “prurito” reattivo capitanato dal qualunquista di turno, oltre urlacci da strada inneggianti ad una ulteriore parcellizzazione separatista priva di qualsiasi fondamento in un minimo di ragionamento basato sul reale.
Un nichilismo sotterraneo si è diffuso nella società rendendola non solo muta ma priva di speranza. In tale società disperata colpisce l’atteggiamento e insieme il destino dei giovani, tesi unicamente al rimedio dello stordimento tramite droghe, psicofarmaci e sballi di ogni tipo. Privi di desiderio, passano ore svagate di fronte a qualche bar, in attesa che la sera li spinga branco in locali ubriachi dove annegare nell’alcol e nel frastuono l’angoscia che li rosicchia. Nei casi peggiori, formano squadracce minorili per vincere la noia – dicono – quando la polizia li arresta e chiede ragione di atti di violenza senza senso. Nella sottrazione di orizzonte in cui si aggirano, la loro soggettività in formazione non ha modo di dispiegarsi ed essi ascoltano inconsapevolmente “l’ospite inquietante” che ha ormai occupato le stanze delle famiglie. Verrebbe da dire che l’Edipo non tramonta mai e che la nostra è in realtà l’epoca del tramonto del Super-io fonte di morale e norma interiore.
Incapaci di insegnare una qualunque parvenza di linguaggio, le famiglie si riducono a ricoveri di sonno e, quando l’alba si affaccia, i ragazzi tornano nei letti che le madri e i padri evaporati hanno loro apprestato per lasciarli ibernare in uno stato di assenza di stimolazione. Prede della “Cosa”, essi vogliono scarpe firmate, divise firmate, mutande firmate e chiappe osteggianti firme di condivisione corporale per sopperire desolanti mancanze di senso di identità. Pestano con scarponi (firmati) strade irregimentate d’indolenza. Firmano il registro del nulla e la giornata passa. Quanto alla formazione culturale, per loro (e per le famiglie che tacciono) non è più neppure un optional.

Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le “passioni tristi”, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà” (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010).

All’interno di queste “passioni tristi”, se il Padre è evaporato, chiediamoci dove sia allora finita la madre. André Green sostiene che siamo tutti figli di una madre morta. Cosa significa? Significa che la madre ha fallito e si è inconsapevolmente posta come oggetto muto di introiezione: essa non ha insegnato alcun linguaggio. Il linguaggio che la madre insegna è quello del sentimento. Accogliendo le angosce senza nome del figlio, la madre le restituisce significativamente come sentimento possibile, un vissuto dunque elaborabile e comunque gestibile, perché la madre lo ha già “lavorato” per noi. Questa opera di significazione è mancata. La madre, perduta nelle cose del mondo, totalmente “normotizzata”, restituisce linguaggi “cosificati”, consegnandoci “passioni tristi” e non gestibili, perché nessuno vuole “pensare” la tristezza. Il figlio, lontano dal sentimento, riduce tutto a oggetti muti cui aderire come la madre (non) ha insegnato “e questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che cosa ci faccio al mondo”. (U. Galimberti, ibidem, p. 53). Un mondo ormai totalmente consegnato all’Es, ovvero a un Inconscio senza soggetto come la società che lo riflette.
Lo statuto comune codificato e benedetto dalla società è allora: “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute”. (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, in Opere, Adelphi, Milano, 1974, vol. VIII, 3, fr.14 (89).

Nell’orizzonte chiuso del non senso, dove tutto appare perduto e la civiltà evapora nell’assenza di valori, norma e desiderio, si apre tuttavia una strada nel mare. È la “via del viandante” che Galimberti traccia parafrasando il Nietzsche della Gaia scienza. Nell’assenza di idee che cancella ogni meta e visione del mondo, nel fallimento degli oggetti interni significanti che consegna lo sviluppo del soggetto al nichilismo, la civiltà silente rinuncia persino agli Assoluti cui, da Eraclito in poi, si era aggrappata per scansare il divenire da e verso il Nulla. Al posto di Immutabili che parlavano una lingua di contraddizione e false rassicurazioni, la civiltà ha collocato nuovi Feticci, come il Mercato e la Finanza che non parlano alcuna lingua. Nel silenzio, scompare ogni meta, ma il “Nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella casualità […] non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale […] a porgere il suo senso provvisorio e perituro” (U. Galimberti, ibidem, pp. 143–144).
L’etica del viandante, allora, come antidoto per il nichilismo di Thanatos. La capacità di intraprendere un viaggio senza appigli, trovando il senso del se stesso nel naufragio dell’esistenza che ogni uomo deve affrontare, come sosteneva Kierkegaard, un naufragio che è valore relativo e senso relativo in un mondo spogliato di assoluti falsi garanti di significati precostituiti e sensi finali preformati e mai individuati. Un mondo dove il Padre evaporato resuscita nella testimonianza che ogni uomo riesce a offrire e trasmettere in un linguaggio aperto che è etica personale, trasmissibile e intrasmissibile allo stesso tempo, nella misura in cui è esempio da intuire, non da seguire alla lettera.
Un linguaggio di cui ogni soggetto è autore, come del proprio silenzio. Un Padre Norma che, pur castrando gli impulsi suicidi del figlio verso l’atto, castra se stesso perché capace comunque di ammettere la trasgressione e dunque l’apertura verso un linguaggio diverso. Un linguaggio di un Padre che, deviando il figlio dall’oggettualità dell’esistenza, non preclude la Madre che trasforma il non senso in sentimento ed accosta le emozioni senza nome alla capacità di nominare del pensiero. Un linguaggio che non cade nelle cose, che non è codifica passiva della parola del Padre, ma invenzione che su quella parola si fonda trascendendola. Un linguaggio d’acqua, mutevole e trasparente e tuttavia profondo abisso. Linguaggio d’onda, scosso dal vento che frastaglia nell’orizzonte vuoto di pretese e muove, senza sapere dove, verso l’Altro marino cui s’accosta. E diventa parola.

“Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi” (F Nietzsche, La gaia scienza, in Opere, Adelphi, Milano, 1965, vol. V, 2, p. 129).


Cosa resta del padre? di Massimo Recalcati

Cosa resta del padre[1]

Il libro si apre con una straordinaria pagina di interiorità in cui Recalcati si chiede perché pregare se non si crede in un Dio cui rivolgersi. La risposta lascia intravedere una ragione profonda che con Dio non ha nulla a che fare o, forse, molto più di quanto si creda, dato che, secondo l’autore, la preghiera viene rivolta al deus absconditus che nell’uomo abita, a quell’Altro da sé di cui il sé non può fare a meno se non vuole ridursi alla sola dimensione dell’io cosciente e perdere il contatto con le radici profonde quanto insondabili dell’essere. È questo Altro invisibile quanto insostituibile un padre? Se pensiamo, con Jung, che ogni uomo, per realizzare il proprio Selbst, dovrebbe diventare padre di se stesso, unificando gli opposti da cui è costituito, senza più scinderli in istanze conflittuali, la risposta è sì. Cosa resta allora del padre? Una preghiera. Dunque una mancanza; questo l’esito della ricerca di Recalcati, cui mi è impossibile non aderire. Seguiamo il percorso che conduce alla mancanza. Non è dato desiderio senza un senso di mancanza: si desidera quel che non si ha. Eros, sperduto all’interno di una mancanza originaria per sua natura incolmabile; assediato dall’ombra di se stesso che, in quanto Thanatos quella mancanza esprime, desidera senza posa per esistere, perché la mancanza che lo muove è una mancanza a essere. Tuttavia, la società ipertecnologica in cui viviamo, colma di appelli alla realizzazione di un godimento immediato e offuscata dalla logica perversa e pervertente del capitalista, tenta di colmare quella mancanza con le seduzioni di un mercato globale che a tutto può rispondere tranne che al significato profondo che il senso di mancanza esprime. Riempiendo il mondo di cose apparentemente desiderabili e apparentemente da desiderare, la logica del capitalista tenta di colmare la mancanza a essere, di annullarla all’interno dell’insignificanza delle cose che mai potranno rispondere alla domanda originale del nostro desiderio, impedendoci, così, di desiderare veramente. Privato del significato cui anela, Eros cade preda di Thanatos e l’assenza di significato invade il mondo morto e mortale delle cose. La civiltà non più a disagio, perché il disagio rifiuta, soffoca il respiro desiderante di Eros e la sublimazione scompare dalla scena, cancellando con se stessa la cultura, che si riempie di letteralità volgare che a tutto aderisce per quel che appare, senza più ricercare simboli significativi dell’esistere. Da qui tutta l’insignificanza da cui siamo costantemente allagati e l’aspetto “mortale” del mondo in cui tentiamo di sopravvivere. Occorre pregare di provare una mancanza, pregare che quella mancanza abiti ancora almeno un aspetto della quotidianeità, nel momento serale del raccoglimento in cui la preghiera, forse, sopravvive. L’anelito verso il Padre, il principio regolatore dell’esistere, la Legge che differisce il godimento, permettendo in tal modo di simbolizzare; l’Altro insondabile e inconoscibile che, tuttavia, esiste in forma di mancanza: questo l’esistere cui Recalcati rinvia. Nella visione che Recalcati offre, l’assunzione di responsabilità diventa fonte di esistenza; perché il disagio, cui la mancanza allude, deve diventare il mio disagio, il disagio che sono capace di sopportare e che insegno ai figli; la traballante base dell’esistere che non cerca illusioni all’interno di false certezze, ma sopporta di non trovare rassicurazioni senza, per questo, smettere di desiderare, confermando la mancanza che il desiderio nutre. Responsabilità che è etica; l’etica smarrita che vaga nella notte senza fondo delle cose. Come ci ricorda l’autore, nell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, (Einaudi, Torino, 2008), in un mondo sgretolato dalla Cosa, privato del significato dell’esistere, un padre e un figlio tentano di sopravvivere. Il padre non ci riuscirà, ma la sua scomparsa non sarà compimento del non senso. Il bambino verrà raccolto da una comunità di sopravvissuti, dove una donna gli insegnerà a pregare. Il padre, infatti, non basta: la mancanza a essere non richiede soltanto la chiarezza della Legge del padre; ha bisogno anche dell’amore e della capacità di riconoscimento della madre (ma questo Recalcati non lo dice).
Un altro rimando letterario è a “Patrimonio” di p: Roth Nel romanzo, il figlio non tratterrà per sé che una tazzina per la crema da barba. Dunque, un “rimando”, un “simbolo”, perché se il Padre è Verbo, esso allora è qualcosa che significa, un significante, qualcosa che attende di esser detto o comunque vissuto. Dunque, del padre resta il figlio. La domanda è allora: cosa resta del figlio?
Anche questo Recalcati non lo dice. Per provare a rispondere, mi rivolgerò altrove, e precisamente dove non c’è un dire che sia già detto, una via precisata, una ripetizione di destino. Mi rivolgerò a quella che Galimberti, riferendosi a Nietzsche, definisce “etica del viandante”.
“Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel mio piacere è un piacere di navigante: se mai gridai giubilante: “la costa scomparve – ecco anche la mia ultima catena è caduta – il senza fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! coraggio vecchio cuore!” (F. Nietzsche, Così parlo Zarathustra, parte III, p. 281).
“L’andare che salva se stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare” (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2010, p, 242). Perché il Padre non è un già detto, un significato acquisito da ripetere passivamente; esso è un significante e, come tale, un lascito per il figlio, un lascito che il figlio dovrà scoprire e reinterpretare ogni vita che passa, ma anche questo Recalcati non lo dice.
In sintesi, un libro questo colmo di prospettive, spunti e “mancanze”; ma forse è proprio la mancanza quel che serve per desiderare linguaggi sempre nuovi.


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