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Freud in vita e in morte

La sera dell’operazione Anna scrisse a Marie Bonaparte. La sua ultima frase esprimeva i sentimenti di tutti noi:

“Abbiamo passato dei giorni veramente sgradevoli finché non è stato chiaro che la cosa andava fatta, che doveva farla Pichler, e che egli sarebbe arrivato con la rapidità necessaria. Si è comportato in modo eccezionale.
Sono veramente felice che sia già oggi e non più ieri”.

Il 27 settembre 1938 Freud si trasferì in quella che sarebbe stata la sua abitazione definitiva, al numero 20 di Maresfield Gardens. Intanto erano arrivati da Vienna i mobili e a sua collezione. Anna e Paula Fichtl sistemarono le cose in modo che tutti i suoi oggetti d’arte preferiti occupassero nella nuova stanza la stessa posizione che avevano nel vecchio ambiente di Vienna, Fu proprio in questa stanza che Freud morì, ed essa è stata conservata virtualmente inalterata.

Max Shur, Freud in vita e in morte, Boringhieri, Torino, 1972.


leader patologico e patologia della massa

 

“Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc”. H. (Kohut, “Potere, coraggio e narcisismo” Astrolabio, Roma,1978, pp. 102-103)”

Adesso pensiamo agli ultimi 30/35 anni (ma si potrebbe risalire a molto prima) fino a oggi, ovviamente compreso. Se vi va, allargate l”occhio anche fuori dall’Italia e perché no, dall’Europa. Quindi, cercate un altro pianeta (ovviamente dopo opportune indagini preliminari sui leader del posto).

Nota. Lo studio di Kohut da cui è tratto il brano si riferisce a una sua indagine sulla nascita del nazifascismo.
In termini meno tecnici, si potrebbe dire con Sciascia che quando gli imbecilli si alleano con i furbi bisogna stare attenti:: il fascismo è alle porte.


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

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il disagio del disagio

 


La notte di Parigi (tratto da “Determinanti psicologiche dello scenario siriano-iraqeno”, in Rivista Fermenti N. 243)

[…]
La scena vuota.

È sotto gli occhi di tutti come il tentativo di sostituire sul piano psicologico al Falso Padre un principio organizzativo significante (Padre Norma), capace di incanalare gli istinti in dimensioni simbolico-creative dotate di senso, sia miseramente fallito in tutti i paesi della così detta primavera araba. Forse il tentativo di liberazione cui abbiamo assistito non era veramente tale, nella misura in cui le culture di quei popoli lasciano facilmente sottintendere che al posto del satrapo si intendeva insediare un Ideale altrettanto astratto in quanto altrettanto fondato su un archetipo. Senza esserne consapevoli, a un Vuoto si intendeva sostituire un altro Vuoto, a un Assoluto un altro Assoluto. A quell’Ideale irrealizzato si è aggregata la valanga di chi già lo professa senza eccezioni in forme estreme (estremismo). Comunque, qualunque definizione si voglia dare, il fenomeno resta disgregativo e genera distruzione–autodistruzione e paranoia.
L’Occidente sazio, saturo, perduto nelle sue crisi economico–finanziarie e tuttavia ricco della sua enorme tecnologia non è stato in grado di prendere posizione. In linea con i dettami di quella difesa inconscia che definiamo “scissione”, esso ha ignorato fin quando ha potuto; quando non ha potuto più, si è dimostrato totalmente incapace di cogliere la natura del fenomeno ed elaborare una strategia per fronteggiarlo o, per lo meno, trattarlo in maniera sia pur minimamente sensata. Questo avrebbe significato mettere in discussione le proprie stesse credenze e il proprio stile di vita non esente da responsabilità (nel senso di mancanza di responsabilità) nei confronti dei fatti mediorientali e di quelli, ugualmente archetipici, alla base della nostra aridità economica/finanziaria, nella quale un Assoluto altrettanto arcaico, denominato Mercato, si è impadronito del nostro modo di intendere la vita. Come se non bastasse, molti occidentali hanno imbracciato le armi a fianco dell’Ideale Arcaico e sono andati a scomparire dalla scena del così detto reale per immergersi nello scenario del vuoto. Perché questo accada è necessario un enorme, catastrofico fallimento culturale; perché questo accada è necessaria la presenza di una infinita mancanza che si caratterizza come Vuoto esistenziale.

Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc. (H, Kohut, “Psicologia del Sé e scienze dell’uomo”, in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

Nella crisi della ragione (Gargani) che ancora non ha trovato nuove forme di espressione, nel fallimento evidente della famiglia, delle idee e della società in generale, dei valori morali ed etici e di un senso condiviso, qualsiasi esso possa essere; nel tramondo non dell’Edipo (fase evolutiva dello sviluppo umano) ma del super-Io (fonte del senso di morale e responsabilità), ridotto a livello di cariche aggressive preedipiche ingestibili dall’io compromesso con l’inconscio; nel bisogno e nella mancanza derivanti dalla crisi del capitalismo cui abbiamo imnpropriamente attribuito il senso dell’esistere, ;nell’incertezza che essa genera e nel non senso diffuso che la vita, tanto materiale che spirituale, finisce con l’assumere; nella scomparsa persino di un’idea di futuro che nessuno è più in grado di prefigurare nell’apatia mortale del presente, la nostra società occidentale si configura come un enorme Vuoto. Periferie sterminate di megalopoli indifferenziate in cui tutti sono nessuno si aggirano orde di giovani frustrati cui tutto è stato sottratto e nulla viene offerto, neppure a livello di speranza. Essi vivono nel vuoto e l’assenza di politiche economiche e del lavoro appena apprezzabili, otre alla mancanza di trasmissione culturale di un senso generale dell’esistere, li svuotano di significatività, consegnandoli all’antistato della criminalità o all’esodo forzato verso qualche forma di “ismo” col quale essi si identificano per tentare di esistere, finendo invece col cadere nell’inesistente dell’arcaismo collettivo.
La nostra cultura meccanico–tecnologica–finanziaria, estremamente semplicistica e priva di accessi al simbolico significante ha ridotto il mondo e chi lo abita a un fatto di numeri e denaro. Il mondo potenzialmente rappresentativo dell’archetipo non ha contenuti significanti da rivestire, esperienze di linguaggio potenziale da trascinare verso elaborazioni creative di senso e di mondo. L’archetipo trova un vuoto e di quello rappresenta la non forma: l’Anima non è un numero o una cosa. Se si presenta come tale, tale sarà la rappresentazione e il mondo si ridurrà a uno scenario insignificante.
Nel fallimento degli oggetti–sé (immagini genitoriali e loro elaborazione), la struttura archetipica non viene compensata da una base di esperienze significanti e l’istinto dilaga, offuscando la rappresentazione del mondo con elementi Ideali atemporali. Abbiamo costruito un mondo desertificato di immagini significative e di intenti. L’archetipo di per sé è un reale limitato: senza una coscienza solida tesa a costruire senso si comporta come un istinto e aderisce agli ultimi dei che veneriamo. Mercato, Finanza, Economia svuotano la scena del mondo favorendo la costruzione di un sistema essenzialmente (quanto inconsciamente) votato a creare false sicurezze, Falsi “Padri” e “Madri”(fonte del sentimento nella diversificazione Io-Tu)) cui attaccarsi per scongiurare l’angoscia propria della precarietà dell’esistere. Uno scongiuro inutile che genera psicosi tramite l‘abbandono dell’economia reale a favore della speculazione sul debito e i titoli virtuali che, spesso, finiscono col non rappresentare più nulla di concreto se non la virtualità di un’economia avulsa dal mondo del lavoro umano.
Se l’uomo massa si disperde nella virtualità di linguaggi insensati, se nell’apparente concreto non desidera altro che cose, se la coscienza individuale non è pronta ad assumere in sé ed elaborare altre configurazioni vitali che permettano di esistere nel senso e nel significato di un linguaggio prospettico condiviso e fondato sul possibile del reale, essa inevitabilmente regredisce a stadi arcaici del sentire e del pensare e aderisce a forme idealizzanti mitico–religiose, quali esse siano che, in un modo o nell’altro, la invadono e formano l’illusione di attribuire un senso all’azione e uno spessore ideale al tempo mentre, in realtà. accade esattamente il contrario. Questo succede ovunque, tanto in occidente che in oriente.
Senza educazione delle emozioni – fondamento indispensabile per lo sviluppo della coscienza – compito che la famiglia, la scuola e la società in genere hanno ampiamente fallito (si veda, ad esempio, U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010), persino un Padre Falso Ideale Arcaico superegoicamente sadico e paranoicamente delirante sembra offrire qualcosa di meglio rispetto al vuoto immaginale dell’occidente incapace di andare al di là di uno sterile esaurimento nelle cose se non addirittura nell’irreale disperso di un mercato globalizzato che non è più aderente alle necessità dell’uomo. La nostra è un’eredità di vuoto fondata sul fallimento di risposte significative. Chi parte per la Siria o l’Iraq cade nella trappola astorica ed insignificante di un’illusione di senso per sfuggire il non senso in cui si trova; chi intraprende quel viaggio è perduto tanto quanto chi rimane in patria e si identifica con un numero e con la letteralità vuota di senso dell’esistenza che la nostra civiltà, al di fuori di rare eccezioni, ha costruito.
Persino un Nulla Ideale appare migliore del nostro Nulla Devitalizzato. Dove il nostro Nulla della coscienza offre soltanto uno scenario tragicamente vuoto, riempito dal silenzio della fine, l’archetipo si giova di tutta la forza dell’istinto da cui emana e la riveste di un’immagine arcaica Ideale, enfatizzata dalla sopravvivenza di emozioni e bisogni di riempimento infantili, capace di travolgere e affascinare la coscienza che ne resta abbagliata. La così detta numinosità dell’archetipo non è un qualcosa di estetico–mistico da ricercare e seguire, ma un pericolo mortale. La vita (e la morte) di molti mistici ne sono esempio eclatante, come ne sono esempio tutti gli scempi compiuti in nome di una qualche “Idea” propugnata dal Falso Padre Ideale di turno, che è stata capace di affascinare intere popolazioni ed epoche, non ultimo il “misticismo” nazista.
Lo scenario cui assistiamo è scenario di fuga; si tenta di evadere dal vuoto del non senso del tempo e del linguaggio e dal silenzio delle relazioni cercando scampo, ad esempio, nell’alcool, nella droga o in “idee” arcaico–deliranti capaci di anestetizzare il dolore generato dal vuoto di risposte e di affetti. Il nutrimento che sazia la mancanza non è il “mangime” delle cose (M. Recalcati, L’ultima cena: anoressia bulimia, B. Mondadori, Milano, 2010), la sola attenzione ai beni materiali, ma la capacità di ascoltare i bisogni umani e di rispondere sul piano di un accoglimento capace di creare significati, in modo che la fame non resti a livello del corpo, ma diventi un “sapere”, una possibilità di pensare un pensabile che invece resta ignoto perché vissuto solo al livello dell’onnipotenza dell’Ideale – quale esso sia, persino virtuale, persino espressa attraverso l’orrore di esecuzioni barbare nelle quali l’arcaismo selvaggio si esprime attraverso rituali che dell’istinto sono espressione. Jung scriveva che una cosa è il confronto con l’ Ombra personale, e cioè gli aspetti inconsci di sé che l’unilateralità della coscienza non riesce ad accettare, altro è porsi di fronte al Male in sé, cioè la Grande Ombra collettiva della specie, capace di comportamenti selvaggi che l’uomo moderno, nella sua miopia, non riesce neppure a concepire e di fronte alla quale la coscienza è del tutto impotente. Non inganni la modernità dei mezzi di cui l’archetipo si giova nel dare forma a rituali di morte: una dynamis priva di coscienza spinge da un Nulla a un Nulla. Non ci sarà risposta.

APPENDICE (13/11/2015)
Nella notte di Parigi c’ero anch’io. Non il mio corpo, ma il mio simbolico appartenere a un’espressione del mondo, un luogo-Anima quale Parigi è; Parigi, dove gran parte della cultura occidentale si è espressa nei simboli dell’arte e dell’espressione culturale, da Van Gogh a Picasso, dagli Impressionisti al Postmoderno e dove ogni scrittore ha voluto essere presente, almeno una volta nella vita, per respirarne la valenza simbolica di continuità di un’espressione eterna ma cangiante, mai simile a se stessa, dirompente, dilavante, trasformante, come sempre il simbolo è. Questo è stato colpito; questo si è tentato di uccidere in quei poveri morti. La bestialità ha una sua intelligenza ignota; non comprende ma percepisce e, a un qualche livello, individua le sue mete. Chi ha colpito non aveva la minima idea di quel che realmente faceva, ma lo ha fatto: oggi c’è meno Anima nel mondo.


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