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Una notte stellata

(Magritte)

Se mi scrivesse una rondine muta, potrei dirti che a volte mi nasce come un senso di amarezza: il trascorso è perduto e l’oltre un nulla. Ma non è questo il punto.

Il punto è un luogo di concentrazione, sotto diversi aspetti: l’immenso sembra minimo.

Tutto si chiude e il tratto si assottiglia: un radunarsi asciutto dove il presente è antico, completamente privo di spessore come un rifugio artico, dove raduno un poco non prezioso nel vuoto privo d’altro.

Mia cara, ti scrivo il mio digiuno. Essere è un vuoto intenso e la scia che trascino è un peso falso, un fastidio incorporeo, un risultato senza cognizione dove la terra si rovescia e il tempo si distanzia dal nesso: io coltivo distanze.

Tuttavia ti indirizzo le parole ed i suggerimenti della notte, quando la mia coscienza ascolta il suono di una campana lieve che mi trascina nell’inascoltato. Se Dio respira è un attimo che trema. Qualche volta un silenzio, se ascoltasse.

Ma per fortuna il tempo non consegna le lettere e l’incompiuto mi permette di scriverti. Questo conserva intatto il tuo pallore, il mio rivolgimento, lo sguardo troppo grande di una notte stellata.


Senza

Si sciupa per purezza d'incoscienza
ma ti amo moltissimo
quando sento che sfuggi.

Mia cara, non credo sia possibile rientrare in terra di Provenza, dove l’azzurro di lavanda indugia sui miei tratti assonnati; né in Luberòn, dove la terra sale ed i paesi sono monti di pietra. O la Camargue, dove abita il vento dal mare che mi sparge dove soffia. Né penso torneremo in Normandia, dove i gabbiani aspettano le anime e il freddo mi scolora.
Non credo sia possibile rientrare nella città Parigi, dove l’arte sconvolge i lineamenti della gente che passa e li trasforma in briciole d’umano sospese nell’eterno di colori nel soffio che sostiene: pensieri. Né mi lascia cadere.
Non credo rientreremo neppure dove la mancanza esiste, che per farlo ci dovremmo ritrovare mentre siamo dispersi al limite di un tempo che sconvolge chi lo pensa e chi ignora.
Non credo in un soccorso, che l’evidenza sbriciola le facce che il mistero sommerge rendendo più spiegabile l’assurdo volto ora per ora a rinnegare verità presunte, come tu ben sai.
Ti spero in un senso di nessuno.



(Immagine: Magritte)

Lettera da gennaio

(Munch)

Ho preparato un salto di giornata, ma non mi arrivano lettere dal tempo, e dunque non mi posso abbandonare prima di un chiarimento.

Ho preparato un salice, un sasso, un vento alto per non scuotere troppo. Un recapito, sperando di riuscire a agevolare la mia posta smarrita, dove la sera scrive le sue ore senza avere una busta. Ed il cancello è chiuso. E la cassetta è vuota. E mi chiedo di noi, vecchi scrittori, inserendomi in un elenco ingiusto per non perdere il passo.

Questa stupidità senza parole mi impedisce di ricevere notizie, ma so che in Grecia si prepara un atto di una nuova tragedia. Non è tragico questo?

L’ho saputo da un monaco venduto a un Medioevo che non sa finire. L’ho saputo da un buco aperto nelle scale di un concerto. Parlano di un ritorno. Per questo non mi scrivi: non c’è tempo nel tempo.

Tu visualizzi gli angeli all’entrata del mio ultimo bosco. Sorge sul limitare di campagna. Ha querce, lecci, olivi trascurati. Salendo, un castagneto.

Scendendo si trasforma in una macchia. Bassa, per il vento dal mare. D’estate è gialla; in primavera azzurra. Giugno semina cisti e il sole scende in un bianco che acceca. Il mirto ha il suo sapore ed il mio odore: si percepisce appena. Mi spedirò un suo petalo a gennaio, per avere un ricordo.


Im abendrot


Arno Schmidt – Alessandro o della verità

In ricordo di Arno Schmidt

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Baldaccini_Alessandro o della verità

Un sistema è una manifestazione di strutture psichiche arcaiche legate all’istinto. Esso è per ciò stesso conservatore e avverso a qualsiasi forma di evoluzione.

Questo mio articolo su Arno Schmidt, apparso sulla Rivista “Fermenti” n. 246, è stato richiesto dalla Arno Schmidt Stiftung ed inserito nella bibliografia ufficiale del grande scrittore tedesco.
Ringrazio infinitamente la Arno Schmidt Stiftung.

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Da Roma, viralmente, senza affetto.

(Van Gogh: ospedale di Orly)

Dunque, secondo gli esperti, omicron infetterà tutti; il tracciamento è ormai impossibile e ci si limiterà a tenere sotto osservazione il numero dei malati, mentre gli infetti se ne andranno tranquillamente in giro senza sapere chi e quanti siano, ma a quanto pare si è deciso, come al solito, che è meglio non sapere.

Questo vuol dire che si continuerà ad ammalarsi e a far ammalare e, soprattutto, si continuerà a morire, ma soltanto gli anziani e i fragili – cosa che rappresenterebbe un bel risparmio per lo Stato – oltre i non vaccinati.

Omicron non è un raffreddore, non è una “banale” influenza – che di banale non ha nulla, visto che ogni anno semina morti – e non è banale il fatto che le terapie intensive continueranno ad essere precluse o quasi a chi potrebbe averne bisogno, oltre il consueto e a breve ignoto numero di affetti da covid 19. Non è neppure banale che siano stati chiusi diversi blocchi operatori in molti ospedali e che le cure e gli interventi necessari a chi è affetto da patologie diverse da covid 19 siano state sospese e chissà quando riprenderanno; né è banale il fatto che alcuni reparti non accettano più malati, colmi come sono di omicron e vuoti di medici e infermieri contagiati in gran numero.

Dunque, tutta questa banalità non banale è e sarà la nostra normale banalissima normalità. Non è neppure banale, pur evidentemente essendolo, il fatto che un altro virus circoli ormai da tempo e si prepari ad infettare il Colle dopo aver infettato istituzioni e società. Un virus banalmente non banale i cui effetti sono trascuratezza, rassegnazione, negazione del reale scomodo e sottomissione a un (non) reale tragico, trasmesso da portatori incoscienti e mentalmente instabili cui noi, incoscienti e mentalmente instabili, abbiamo affidato le nostre sorti e quelle del paese.

Prepariamoci allora alla deflagrazione di una grandissima risata generale, cosmica direi, capace di infiltrare e negare conseguenze tragicissime che a breve si realizzeranno su scala globale a livello economico, sanitario, sociale e individuale, un virus antico non tracciato cui nessuno pensa di porre rimedio e che, invece continuiamo tranquillamente a far circolare assumendone dosi quotidiane massicce attraverso i media e la rete.

Ma tant’è, questa banalità dell’illusione di una realtà virale che ignoriamo allegramente è ciò che nel profondo siamo e, tutto sommato, non è altro che quel che Deleuze definiva “un processo di disumanizzazione: il gioioso divenire altro, il divenire inumano dell’uomo”, ammesso e non concesso che non si sia virus noi stessi, ipotesi trascendentale* che, banalmente, a questo punto non mi sentirei di escludere, prima di ammalarmi.

  • trascendentale perché siamo un “altrove” (inconscio) che sta qui ma non è ben identificato.


Sette colpe di strada

(Roma sparita. Le sette chiese. Incisione 1575)

Si veniva da te per respirare
sette respiri e sette conversioni.
Per ritrovare, si veniva, Madre,
il senso che ho perduto e per placare
l’ansia di terra e l’illusione estrema
di credere di non dover patire
il peso intollerabile del nulla
che ci circonda e imprime
tracce di delusione intorno al mondo
e si partiva vuoti
per tornare.
Oggi mi chiami e si discute intorno
alla morte che viene
e ineludibilmente mi confermi il vasto
oltre d’eterno mentre non sei tale
e sei una strada
che zoppica il mio passo e si fa male.

Montale. Il primo gennaio

«So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa».


Cronaca dal ritiro

(Burri)

Cauto nel mio limite, rifletto sul Covid 19: elemento di terra. Come tale, lega i miei piedi al suolo e chiude la mia mente in una stanza stretta, dove non è concesso un pensiero diverso da un costante sapere di ignorare. Intendo dire che per la prima volta il pensiero mi spiazza, nel senso di una incapacità di previsione, ed ogni orientamento è sbalzo indietro, nella misura tragica del vetro che sembra di vedere ma non tocchi altro che superfici di riflesso. E da lontano.

Un dio sta nelle tenebre del nulla. Abita nel non senso e chiude il mondo. Non so dire di me, non so il futuro: la progressione dell’esponenziale sembra un luogo infinito molto simile al nulla: troppo impreciso il senso del finire quando diventa adesso.

Un’ipotesi appena; nulla è concesso dall’approssimare un discorso accennato che la coscienza stenta a rinvenire e quanta scienza possa possedere, l’altra faccia di ciò che non conosco parla un linguaggio infinitesimale dove un bambino smuove le sue carte e la notte una penna.

Io credo in ciò che so di non sapere e per quanto ne accumuli, la conoscenza è come un lenimento comunque irrinunciabile, mentre chino la testa e fingo tre dosi per proteggere l’ignoto del mio breve ancoraggio ad uno scoglio. E l’onda che mi sposta.

Sto nella convinzione che conosco e mi limito al margine del suolo che offende e definisce la coscienza. Mi ritiro, nel mio fondo di tempo.


Adesso

(immagine di luciana riommi)


Ci si potrebbe chiedere di noi
in questa strada lunga
così distante da sembrare adesso.

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