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Lettera dai bisbigli

(Vermeer)

Dall’angolo di un letto, sorella cara ti scrivo da Miseno prima che cada il mondo.
Terzo giorno di pioggia di frammenti: non mi ritrovo più. Non so se sono sasso o sono stella, se suolo o fumo, filo d’erba o candela, oppure latte d’asina o un bicchiere. Spesso mi bevo il sonno.
Bagliori. Ancora mi rammarico degli anni: li ho passati cedendo.
Ieri riparavo pensieri. Sai, sono cose inutili, ma un poco ci sono affezionato, come alle vecchie cose, ai miei limoni, agli sputi sul selciato che mi ricordano che gli dei non hanno cura: la mia asma, il bruciore.
La mattina biscotti: non mi sono mai piaciuti. Non so perché continuo a farmi del male. Poi non scivolo notti. Al massimo mi siedo ad aspettare.
Vado a letto di giorno, ma in questa confusione si aggiungono elementi e la tenebra moltiplica se stessa. Non distinguendo ombre, il tempo non comunica passaggi e le puttane adesso vanno al tempio, i panettieri ai giardini sulle mura, gli osti al macello e si farnetica di veli sulla luna nella speranza di non precipitare. Consuetudine e caos: vecchi argomenti.
La natura è un inganno prelibato quando trasformi l’acqua in idromele. Un inganno assetato.
I tuoi figli collimano col senso? Io non ne ho avuti e passo da un’epigrafe a un bordello; vado indietro nel tempo, ma non mi aspetto di ricominciare.
Quando la notte torna nell’inverno, il mio cortile si trasforma in dubbio e i germogli diventano bisbigli. Abbiamo dissipato? Questo mi sembra certo.
Garantiremo ad altre formazioni di fare delle ceneri sarcasmi. Questo mondo non è un teatro serio, ma tu non darmi credito.
Questi anni vaganti… sembra vadano avanti, ma il compleanno torna. Tuttavia, nella ripetizione che consuma, tutto è relativo: il pianeta, le stelle, la mia vita. Brinderemo tra un anno?

Mandami una passione da scontare. Ne ho consumate a dismisura, ma le ho perse di vista.

Ti bacio sulle punte dei capelli, i seni e gli anni che non ho desiderato.
Tuo Plinio, prima di sera.


Galeone

(Burri)

Seconda giorno dopo la tempesta

Sono fatto di sale.

La notte, però, era immensa.

Vagamente

Ti ripensavo. Detesto le cose che ami.

Alzo zero

Stelle dovunque. Inutile governare il timone.

Questo significa che la direzione è soltanto una scelta immaginaria. Ne immagino una: scelgo.

In realtà, la vastità è distanza: ogni punto ti sfugge.

Ora, ammettendo di dividere lo spazio conosciuto (o meno) in punti riconducibili a un sistema, sarà soltanto approssimazione.

Nulla di diverso da un d’altronde.

Navigazione

Con moto costantemente ripetuto: ogni onda un pensiero.

Fluido, si rimesta, torna indietro. Si ripropone, galleggia per un po’, sparisce.

Più tardi: degradava (la luna).

Ultima considerazione di giornata

E’ stato tutto un enorme equivoco.


L’angelo balbuziente

(immagine di luciana riommi)

Ne avevo uno piccolo, dicono trasparente, ma non ha importanza.

Era piccolo ed era balbuziente, dice per colpa mia, per tutte le domande che gli rivolgevo che gli si accavallavano in bocca e non riusciva a rispondere.

Allora disse che comunque potevo ascoltarlo, che parlava dentro e dovevo sentirlo senza voce. Dentro, diceva, senti dentro e per parlargli cominciai a parlare dentro.

A quei tempi mio padre mi aveva comprato un banchetto di scuola per fare i compiti. Aveva un buco per inserire il calamaio e una scanalatura per le penne. Era azzurro e si poteva ripiegare.

Ne ero molto soddisfatto e ci sedevo dentro, parlandomi dentro. Leggevo anche dentro, in modo che l’angelo potesse sentirmi, ma non mi sentiva chi mi stava intorno e mi rimproveravano di fare finta di leggere. Leggo dentro! – protestavo – ma niente.

Molti anni dopo, qualcuno mi disse che mio padre mi considerava un “grande bambino”, una specie di idiota. Io, un analista, uno che insegna, uno che scrive! E tutto questo perché mi ero rifiutato di riscattare i suoi fallimenti rivivendo la sua vita al posto della mia. Giunsi all’inevitabile conclusione che mio padre era un idiota.

Dunque, non solo Kafka aveva avuto un padre idiota. No, non solo.

Oggi, dopo molti anni, ho risentito qualcuno che mi parlava dentro e mi diceva: “parlami di me”. E di te mi sono ricordato, e del fatto che esiste una cosa che non si compra al super-mercato o alle bancarelle di quartiere, una cosa che pochi sono disposti ad acquistare perché ha un prezzo altissimo. Si chiama fedeltà a se stesso: quell’angioletto che parlava dentro ne era una prima forma.


Notte al miracolo sospeso

(immagine di luciana riommi)

La menta che si bagna di mattina
il primo vento
l’alito del mio
respiro sono gli anni
che ho dedicato all’ultima
notte al miracolo sospeso
ed accensioni
delle candele spente degli altari
in questa immensa nudità avvizzita.




In un’attesa incerta

(Rembrandt)

Quando sarò più vecchio dei miei anni
e forse antico
non avrò modo di pensare ancora
i luoghi che sapevo
e privo
delle cose correnti
sarò come un bambino accantonato
in un’attesa incerta
che ancora ignora chi prenderà cura
dei sassi che ho lanciato nello stagno
dei cerchi d’acqua
della sabbia sfusa
senza sudore senza la mia onda
né i raggi dei miei tronchi
e le mie foglie
sparse di rado dove si cammina
e per questo lasciate dove il tempo
percorre viali vuoti e vuote sere
non so 
se nascerò di nuovo umano
o se avrò un dio da custodire dove
lascio andare la voce
alle domande che non ho rivolto
senza sapere se potrò guardarti.

Luoghi di terra

(Immagine di luciana riommi)


Si tentavano riti iniziatori
ma
non iniziava nulla.
Perplessi
discendemmo le scale
fino al bacino grande
dove il giorno compone le parole
che la notte confonde.
Noi ci sognammo insieme
i laghi, i fiumi, le foci al mare immenso,
i monti dove l’aquila sorvola
luoghi di terra.
Allora risalimmo
privi di morte
che ci aspettava al sole.


La stanza

(Guttuso)


La stanza in cui conservo le ossessioni
le più lontane mai dimenticate
certe volte mi chiama per lenire
e ci sediamo muti
con la mia folla triste
in attesa di un gesto da lontano
che ci riduca al minimo
come succede agli uomini delusi
e agli anni.

Frammento


Non identico a me
trascorro suoni
di cui ti parlerò se sarà giorno
e tu, che sei la sera,
trasporti forme al limite del niente
e siedi
dove non c’è più tempo.






Alla mia estraneità

(immagine di Luciana Riommi)


Tu mi riservi sempre imprecisioni
emendamenti fasci di domande
ed ostinata bussi
alla mia estraneità
come una spina piccola
un’assenza invisibile vissuta
nel tuo sostare impavida
al margine di un’illusione
che diluita aspiro.
Non so di te
dei nostri disavanzi
ma forse la visione del tuo luogo
diventa un’astensione che compensa
la nudità di esistere
in una incomprensione cui rimando
le proposte azzardate che mi accenni
d’attesa
e sfinimento
nel trasporto dei giorni.

(Tratta da "Antologia Fermenti N. 11", Roma, 2017)

Come fanno le sere

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(van gogh)


Si salivano chine, dopo infinite altre
si
rilasciavano fogli, certificati di non appartenenza
nel
tentativo di non appartenere
a questa lunga fine della storia
nata
da ulteriori distanze
lungo le foci inutili del niente.
A volte si lasciava 
che i passi si fermassero
e i pensieri
che scrivono il reale
ci impegnassero 
nell’inutilità di comparire
come fanno le sere
notti di stelle al seguito 
di un disimpegno estremo
la mia dimenticanza.


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