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Bach: cello suite n. 2


Bach: fantasia cromatica


Genesi

(immagine jamie heiden)

Sono nato in un borgo senza luogo
e il mondo
che non ha avuto un’anima
cerca di costruirla con le mani.
Sono nato assopito
dentro il silenzio fondo
di un infinito privo di parole
e un senso ormai allagato
da una fatica informe
che invio
dove l’enorme sta nel mio finito
e attende
la ricomposizione di un rumore.


Euridice non abita più qui – la scomparsa dell’arte

scrivere per immagini

panchina

Di qua dormono le donne
di là le notti che hanno perso i lineamenti.
In soffitta ci dormono le stelle in odore di vacuità:
dicono sia più vicino alla mancanza.
Insieme tessono storie.
Quando finisce agosto
mi chiamano per ricordare.

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Euridice non abita più qui – poesie e prose brevi

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Per giorni eventuali – versione definitiva

Tra fisica e metafisica, un’indagine sul tempo e sul soggetto attraverso il diario di un “ammasso stello-cellulare”, la sua ricerca di origini e le sue incursioni nel passato a causa di un presente infiltrato da una serie ineludibile di ritorni del rimosso, nell’unica certezza della necessità di dover rifondare l’universo.

(van gogh)

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La lezione

(immagine di luciana riommi)

Quella mattina il professore si svegliò confuso. Tra l’altro, si accostava novembre.

Dopo una breve colazione, entrò nel suo studio. Sedette alla consueta scrivania. Radunò le sue carte.

Quella mattina doveva tenere la sua ultima lezione. Anni di studio e adesso la pensione; quella lezione sarebbe stata l’ultima.

Avrebbe dovuto illustrare il già pensato; quanto al nuovo, non lo aspettava più.

Uscì tenendo sottobraccio una cartella colma di spartiti. Dimenticati per duecento anni, tornavano alla luce insoddisfatti. Occorreva deviare dall’ignoto e compiere un riconoscimento dovuto. Sembrava spettasse a lui.

La strada era ancora semivuota e un autunno quasi inverno trasportava nuvole distanti. Il professore si sentiva distante. Quando arrivò, gli venne voglia di andarsene.

L’aula era ovale, con banchi a semicerchio disposti verso l’alto, come un teatro antico. Il professore si accomodò al centro a sparse gli spartiti sulla cattedra. Inforcati gli occhiali, diede un rapido sguardo al suo discorso: in fin dei conti, era semplicissimo.

La musica di Bach, disse, sfiora l’assurdo, ma è una matematica perfetta. Sembra disgiungere, sorvolare, affidare l’incauto che la ascolta a un viaggio senza fine verso nulla. Ineffabile e puro, induce, matematici terrori: non c’è mai un risultato, almeno in apparenza. Tuttavia è affermazione: esiste l’indicibile.

La fuga cui si affida rasenta l’infinito e ad esso tende, ma c’è sempre un ritorno. Qualsiasi scala, qualsiasi serie di scale, apertura o distanza, qualsiasi sia la fuga o sovrapposte fughe in alternanza, c’è sempre una nota che ritorna. L’infinito si chiude.

Dunque, anche il suo tentativo di oltrepassare il corpo dell’umano, per quanto ci introduca nel sublime, dal sublime decade: l’umano ha la sua fine. E l’infinito.

Richiuse tutto, scese dalla cattedra, se ne andò. Non si sa dire dove.

(Tratto da “Per giorni eventuali” – in lavorazione)


Lettera dai bisbigli

(Vermeer)

Dall’angolo di un letto, sorella cara ti scrivo da Miseno prima che cada il mondo.
Terzo giorno di pioggia di frammenti: non mi ritrovo più. Non so se sono sasso o sono stella, se suolo o fumo, filo d’erba o candela, oppure latte d’asina o un bicchiere. Spesso mi bevo il sonno.
Bagliori. Ancora mi rammarico degli anni: li ho passati cedendo.
Ieri riparavo pensieri. Sai, sono cose inutili, ma un poco ci sono affezionato, come alle vecchie cose, ai miei limoni, agli sputi sul selciato che mi ricordano che gli dei non hanno cura: la mia asma, il bruciore.
La mattina biscotti: non mi sono mai piaciuti. Non so perché continuo a farmi del male. Poi non scivolo notti. Al massimo mi siedo ad aspettare.
Vado a letto di giorno, ma in questa confusione si aggiungono elementi e la tenebra moltiplica se stessa. Non distinguendo ombre, il tempo non comunica passaggi e le puttane adesso vanno al tempio, i panettieri ai giardini sulle mura, gli osti al macello e si farnetica di veli sulla luna nella speranza di non precipitare. Consuetudine e caos: vecchi argomenti.
La natura è un inganno prelibato quando trasformi l’acqua in idromele. Un inganno assetato.
I tuoi figli collimano col senso? Io non ne ho avuti e passo da un’epigrafe a un bordello; vado indietro nel tempo, ma non mi aspetto di ricominciare.
Quando la notte torna nell’inverno, il mio cortile si trasforma in dubbio e i germogli diventano bisbigli. Abbiamo dissipato? Questo mi sembra certo.
Garantiremo ad altre formazioni di fare delle ceneri sarcasmi. Questo mondo non è un teatro serio, ma tu non darmi credito.
Questi anni vaganti… sembra vadano avanti, ma il compleanno torna. Tuttavia, nella ripetizione che consuma, tutto è relativo: il pianeta, le stelle, la mia vita. Brinderemo tra un anno?

Mandami una passione da scontare. Ne ho consumate a dismisura, ma le ho perse di vista.

Ti bacio sulle punte dei capelli, i seni e gli anni che non ho desiderato.
Tuo Plinio, prima di sera.


Galeone

(Burri)

Seconda giorno dopo la tempesta

Sono fatto di sale.

La notte, però, era immensa.

Vagamente

Ti ripensavo. Detesto le cose che ami.

Alzo zero

Stelle dovunque. Inutile governare il timone.

Questo significa che la direzione è soltanto una scelta immaginaria. Ne immagino una: scelgo.

In realtà, la vastità è distanza: ogni punto ti sfugge.

Ora, ammettendo di dividere lo spazio conosciuto (o meno) in punti riconducibili a un sistema, sarà soltanto approssimazione.

Nulla di diverso da un d’altronde.

Navigazione

Con moto costantemente ripetuto: ogni onda un pensiero.

Fluido, si rimesta, torna indietro. Si ripropone, galleggia per un po’, sparisce.

Più tardi: degradava (la luna).

Ultima considerazione di giornata

E’ stato tutto un enorme equivoco.


L’angelo balbuziente

(immagine di luciana riommi)

Ne avevo uno piccolo, dicono trasparente, ma non ha importanza.

Era piccolo ed era balbuziente, dice per colpa mia, per tutte le domande che gli rivolgevo che gli si accavallavano in bocca e non riusciva a rispondere.

Allora disse che comunque potevo ascoltarlo, che parlava dentro e dovevo sentirlo senza voce. Dentro, diceva, senti dentro e per parlargli cominciai a parlare dentro.

A quei tempi mio padre mi aveva comprato un banchetto di scuola per fare i compiti. Aveva un buco per inserire il calamaio e una scanalatura per le penne. Era azzurro e si poteva ripiegare.

Ne ero molto soddisfatto e ci sedevo dentro, parlandomi dentro. Leggevo anche dentro, in modo che l’angelo potesse sentirmi, ma non mi sentiva chi mi stava intorno e mi rimproveravano di fare finta di leggere. Leggo dentro! – protestavo – ma niente.

Molti anni dopo, qualcuno mi disse che mio padre mi considerava un “grande bambino”, una specie di idiota. Io, un analista, uno che insegna, uno che scrive! E tutto questo perché mi ero rifiutato di riscattare i suoi fallimenti rivivendo la sua vita al posto della mia. Giunsi all’inevitabile conclusione che mio padre era un idiota.

Dunque, non solo Kafka aveva avuto un padre idiota. No, non solo.

Oggi, dopo molti anni, ho risentito qualcuno che mi parlava dentro e mi diceva: “parlami di me”. E di te mi sono ricordato, e del fatto che esiste una cosa che non si compra al super-mercato o alle bancarelle di quartiere, una cosa che pochi sono disposti ad acquistare perché ha un prezzo altissimo. Si chiama fedeltà a se stesso: quell’angioletto che parlava dentro ne era una prima forma.


Notte al miracolo sospeso

(immagine di luciana riommi)

La menta che si bagna di mattina
il primo vento
l’alito del mio
respiro sono gli anni
che ho dedicato all’ultima
notte al miracolo sospeso
ed accensioni
delle candele spente degli altari
in questa immensa nudità avvizzita.




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