Archivi categoria: società

A un’amica scomparsa

veduta di Roma dal Palatino
(McPherson, veduta di Roma dal Palatino 1856)

(Tratto da C’era una volta Roma”, testo di  Giovanni Baldaccini; ricerche fotografiche e appendice di Luciana Riommi)

Lenire, allora. Una cena, per ricordare un’amica scomparsa.

Aspettando gli ospiti.
Percorriamole il corpo; per ricordarla, dalle ultime immagini dentro la memoria. Di pagina in pagina: estremamente bella. In ogni sua struttura, connotazione, forma. Dai lineamenti unici, sovrapposti negli anni, di interesse estremo. Soprattutto di sera, quando la luce, mentre cambia tono, ne rivela pensieri e sfumature. Anche le rughe.
Mi ricordo, quando passeggiavo con lei, di strada in strada, dai vicoli, finestre, archi, la sua colorazione bruna, quasi rossiccia, come fatta di terra: lavorata.
Lei ti affiancava mentre camminavi, accompagnandoti con la sua presenza. Impossibile non sentirla accanto, anche se non parlava. Perché parlava d’altro: di secoli, di storia, di figure fuggevoli e pesanti. Infinite. Le aveva tutte dentro e lo sapeva. Non avara; se sapevi trattarla, ti dava tutto quel che possedeva e ti riempiva, quasi senza volerlo, di continuità.
Un’occhiata di fuori: una volta, tu. Ora solo la notte. Rinserrando ricordi: un brindisi all’unica che ho amato.

Se andrete a Roma uno di questi giorni e visiterete la città senza tenere il naso troppo in aria; se proverete, almeno qualche volta, a non usare gli occhi, a chiuderli un istante; se lascerete defluire il sangue ed espandere strane percezioni, diverse da quelle abituali; se solo tenterete forme diseguali da quelle delineate dentro pagine che la testa conosce; se permetterete che qualcosa di estraneo, a prima vista insano, troppo simile a un brivido che scuote quello che sembra e appare, vi percorra per lo spazio che siete donandovi un istante di sconcerto, vi accorgerete che è morta.
Se lo farete, siete invitati a cena.

Leggi qui o scarica gratis

Cìera una volta Roma


Del (non) futuro prossimo venturo

Pubblico qui un’appendice appena scritta per il mio articolo “Il potere dell’irrealtà” in uscita sul numero di dicembre della Rivista Fermenti.

Del (non) futuro prossimo venturo

Quello che sta accadendo è allucinante, ma continuare a parlarne è inutile. Ormai l’immagine del paese assume contorni sempre più chiari e, per quanto qualcuno possa provarne indignazione, dirlo lo abbiamo detto, bocche ne abbiamo storte, rabbia ne abbiamo accumulata e tutto questo semplicemente per nulla.
Parlano solo gli ultimi fatti e la risposta ad essi da parte della maggioranza della popolazione. Denunciarli non serve. Di Maio salverà quel poco di faccia che gli resta con l’attuazione di un pasticcio aberrante definito “reddito di cittadinanza” che non è, non potrà essere e non sarà altro che un aggravio di debito per il paese senza accontentare praticamente nessuno.
Quel che resta del PD continuerà a decomporsi più o meno in silenzio fino al punto in cui sentiremo il tanfo di cadavere spargersi per tutto il paese fino all’evaporazione totale nella nostra povera atmosfera già sufficientemente inquinata. Altrettanto farà il resto della così detta “sinistra”.
Forza Italia è già defunta e sepolta in una tomba con colorazioni patetico/grottesche e Fratelli d’Italia continuerà a sbavare più o meno velatamente intorno alla Lega senza esserne minimamente calcolata. E’ del tutto chiaro che Salvini punta a governare da solo e non ammette intralci di alcun genere (per intralci, leggi posizioni anche minimamente diverse dalla sua). Ci porterà fuori dall’Europa, ci relegherà a margine di un’Unione che sarà sempre più ristretta, ma si accorgerà che neppure i fascisti emergenti dall’Austria all’est vorranno avere a che fare con lui. Questo gli permetterà di indicare “nemici” e gli sarà utile per rafforzare il proprio potere. Saremo soli ed emarginati e, forse, persino divisi in un nord benestante e un sud zavorra indesiderata da eliminare in qualche modo. Ci chiameremo Padania?
Nel tempo, tutto cade e decade, ma il passaggio da culla della civiltà a fogna è duro da mandar giù. Per questo paese non vedo alcun futuro.

 


Il potere dell’irrealtà

ombra-della-sera-III-sec.-a.c.

(L’ombra della sera III secolo a.C.)

 

Ieri sera, verso le ore 22, Standanrd & Poor’s ha valutato negativamente l’outlook dell’Italia. Questo giudizio espresso dall’Agenzia di rating potrebbe non avere gravi conseguenze nell’immediato, mentre apre grandi perplessità a medio termine, dato che in pratica mette in discussione la possibilità di crescita del Paese e la sua capacità futura di rimborsare il debito.
E’ noto che l’incertezza del futuro è il fattore che i mercati temono maggiormente e questo potrebbe scatenare una corsa a liberarsi degli inaffidabili titoli italiani, con grave danno per le banche che ne sono piene e, conseguentemente, per i depositi privati ad esse affidati. Inoltre, la svalutazione dei titoli porterebbe a una crescita incontrollata del debito e degli interessi che il Paese (cioè noi) paga. Sembra che tutto ciò non preoccupi minimamente il governo. Se le cose andranno come si teme, tra non molto questi signori si troveranno a governare macerie.
Come è potuto succedere tutto ciò?
In un articolo che ho scritto poco dopo la formazione di questo sciaguratissimo governo, tento di dare qualche risposta sul piano economico e psicologico per rintracciare un filo comprensibile in ciò che comprensibile non è.
L’articolo uscirà sulla Rivista Fermenti nel mese di dicembre. Ne propongo qui l’introduzione.

Il potere dell’irrealtà, ovvero la politica come specchio di una tragedia umana
di Giovanni Baldaccini

Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, p. 52).

Introduzione

Questo articolo è stato scritto subito dopo le elezioni del Marzo 2018, prendendo visione del così detto contratto di governo e subito dopo il fallito tentativo del Presidente Mattarella di porre un argine a quella che appariva con tutta evidenza una clamorosa sconfitta della ragione.
Scrivendolo, ho tentato di mettere in luce le possibili conseguenze nefaste sul piano umano ed economico che dal contratto era facile dedurre, anche per quel che riguarda le relazioni internazionali. Nel farlo, mi auguravo sinceramente che le mie intuizioni venissero smentite da futuri atti del governo.
Purtroppo, il documento di programmazione finanziaria emanato nel mese di ottobre dal governo e la conseguente così detta manovra, oltre le prese di posizioni cieche ed arroganti del governo nei confronti di molteplici ed autorevoli voci nazionali ed internazionali che avvertivano degli evidenti pericoli per il paese che la manovra lasciava chiaramente presagire, hanno soltanto confermato i miei timori, senza possibilità di equivoco.
Al di là delle previsioni, che ancora mi auguro vengano smentite, il mio lavoro tende ad interrogarsi su come tutto questo sia stato possibile. Rispondere richiederebbe un tempo e uno spazio che i limiti di un articolo non consentono e a tali limiti mi sono dovuto adeguare.
Per il momento mi limiterò a riportare una voce molto più autorevole della mia, quella di Heinz Kohut che, ragionando sulle cause psicologiche e socio culturali che portarono al nazismo e al fascismo, scrisse quanto segue.

“Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc”. (H. Kohut, «Psicologia del Sé e scienze dell’uomo», in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

In pratica, i leader patologici incarnano e rappresentano una più vasta catastrofe umana. Questo alla base del voto del marzo 2018. Ne vedremo le conseguenze e, per quanto possibile, l’origine.


da una lettera di Freud al suo medico

Ripropongo questo documento che avevo cancellato per errore.

 

Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che a 50 anni bisognava morire!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare tutto l’inspiegabile! E la presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.
Era necessario, per sentirmi umano.


Del ribollire di piastrine folli

Dunque, chi siamo? Siamo una miscellanea di sangue, sconvolto, rimestato, privo di coordinate. Siamo un sangue alienato, incapace di riconoscersi, fatto da fascisti delusi provenienti dall’antica Roma, con la differenza che, allora, sul trono imperiale salivano anche gli stranieri. Lo sapete che Adriano era spagnolo, come Traiano, e che Settimio Severo era Africano? E che siamo tutti Etruschi, cioè proveniamo dall’Asia Minore, lo sapete? Ma che ve lo dico a fare!
Siamo”barbari” di ogni genere (leggi: Goti, Longobardi, Unni, Visigoti, Vandali, Franchi, Alemanni, Alani, Ostrogoti) e quanto altro ha attraversato questa penisola nel corso di secoli sfasciati. Siamo uno sfascio, un ribollire di piastrine folli, decisamente impazzite ma sorelle, perché tutte contrassegnate da un atomo comune, noto come aggressività. Siamo un sangue aggressivo, intollerante, cieco, che si è spianato la strada con la rabbia e dosi di ignoranza e cecità. Siamo un barbaro nuovo, una tribù che chiamerò Sfracelli; siamo bui, sperduti, allucinati, dediti all’oblio e all’arroganza, senza Monaci per conservare libri o artigiani capaci di reinventare un romanico decente.
Siamo una serie di globuline intolleranti, abituate a cancellare l’altro, ma sopra ogni altra cosa, siamo ignoranti, nel senso di ignorare. Noi ignoriamo tutto e tutti e della cultura facciamo un brodo sciapo, generalmente da bruciare. Una cottura lenta, che procede da secoli ed emana un fetore di cadavere/i. Dice il Mediterraneo: ma se non abbiamo fatto altro, da Fenici in poi (e potrei risalire anche a secoli precedenti), che riempirlo di morti! E tra le altre cose, sicuri che siamo vivi? Se ne siete convinti, per favore, qualcuno mi mostri l’anima.


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

PDF free download

 

 

il disagio del disagio

 


il declino dell’Impero del Nulla

copertima-imperoDa Freud a Lacan, da Jung a Bollas, da Eraclito a Severino, attraverso gli strumenti della psicoanalisi, della filosofia  e dell’economia, l’autore si incammina lungo le contraddizioni  e le patologie del nostro tempo, nel fluire involontario del desiderio e dei suoi aspetti “mortali”, nel tentativo di elaborare quella che si presenta come una vera e propria angoscia di vivere e rispondere al bisogno  di base espresso dalla domanda a essere.

 

Introduzione

Le riflessioni alla base di questo testo nascono da osservazioni cliniche all’apparenza contraddittorie, quando non paradossali. L’anoressia, ad esempio, ne stimola alcune. Non si capisce, infatti, perché qualcuno che ti consulta per guarire dichiara invece con ogni suo pensiero e gesto di non volere altro che morire, trasformando una richiesta di vita nel suo contrario.

La duplicità del nostro essere e la sua doppia intenzione entrano nella stanza di consultazione manifestando intenti contraddittori attraverso dichiarazioni e comportamenti antitetici che non possono non suscitare stupore. Come osservava Freud, sembra che i pazienti non vogliano guarire; allora perché lo chiedono? La richiesta assume veste duplice perché spesso tale è la personalità e le intenzioni non sono convergenti. Lo stesso inconscio si mostra profondamente bipartito e, accanto al linguaggio del rimosso, che ritorna per essere ascoltato e decifrato, presenta un volto muto, duro, irraggiungibile da ogni discorso, apparentemente privo di senso e di significato, che se mai significa qualcosa è proprio non significare. Questo aspetto profondo non è riducibile a dialoghi di civiltà; non prova alcun disagio, si ripete coattivamente e persegue strade spaventose, perché ogni suo passo tende verso la morte. È un aspetto che non parla ma si rende visibile. Come scrive Recalcati:

Fenomeni inquietanti di attacco e di sregolazione pulsionale del corpo, tendenza suicidaria, pratiche di godimento compulsive e dissipative, esperienze di angoscia senza nome, violenza, aggressività, comportamenti a rischio che attentano la conservazione della vita, incentivazione eccessiva delle stimolazioni, somatizzazioni, disinvestimento libidico, ritiro autistico e disinserzione dai legami sociali, godimento mortifero del vuoto, apatia narcisistica, indifferenza verso la vita, sono tutti indici dell’azione distruttiva della pulsione di morte che la clinica delle psicosi illustra esemplarmente. (Recalcati, 2010, p. 21).

Questi fenomeni di chiusura totale alla vita, evidentissimi in condizioni patologiche gravi come anoressia e narcisismo, sconcertano chi ascolta che, tuttavia, non può esimersi dall’ascoltare e interrogarsi sulla mancanza di apparente senso insito nella comunicazione che riceve.

Al di là dell’inespressività di quel che viene espresso, la vita stessa che viene raccontata suscita perplessità. È come se le persone fossero appiattite in posizioni di assoluta passività, in cui tutto viene recepito e subito acriticamente, senza alcun moto, segno, espressione di risposta personale. Si accetta l’inaccettabile, si subisce l’indecentemente irricevibile senza alcun senso di disagio, anzi spesso aderendo, e con ciò confermando, quel che qualsiasi senso etico individuale non potrebbe mai avallare. Un’egosintonicità allarmante inquina il senso del soggetto. “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformista al discorso comune” (Recalcati, 2010, p.23), tanto da far sospettare che la pulsione mortale operi in vasti campi lasciati liberi dalla latitanza del soggetto.

La civiltà opulenta e ipertecnologica in cui viviamo appare assediata dall’angoscia. Ricchezza e tecnologie non sembrano mezzi validi per arginare ciò che, nonostante tutto, si presenta come un vero e proprio mal di vivere. Quello che non garantiscono ricchezza e tecnica, che implicano conoscenza, sembra paradossalmente raggiungibile grazie all’ignoranza. Ignorare come unico rimedio e il lassismo dilagante, la falsa coscienza, l’insensibilità e l’anaffettività, l’egoismo solipsistico di cui ci circondiamo rappresentano barriere contro l’angoscia che tuttavia non riescono a impedirci di provare. Vivere a occhi chiusi non basta.

Se questi rimedi sono insufficienti e la domanda a essere rimane insoddisfatta, bisognerebbe forse almeno provare a chiedersi perché ci uniformiamo, conformiamo, spersonalizziamo, informiamo la nostra relazionalità di transazioni di tipo bancario, quando non ci chiudiamo in una solitudine sorda quanto estrema, ai limiti dell’autismo affettivo; trattiamo i moti irriconosciuti dell’anima con un far di conto da ragionieri in cui i conti non tornano mai; trasformiamo l’amore e la relazionalità in sfruttamento o lasciamo che regrediscano a livello animale; o ancora, chiederci usando le parole di Marx, perché “Le persone esistono qui l’una per l‘altra soltanto come possessori di merci o come rappresentanti di merci. E quindi solo come maschere economiche, come personificazioni di rapporti economici, esse si trovano l’una di fronte all’altra (Marx, 1867-1883, pp. 117-118). Che, come si noterà, non è domanda ma chiara affermazione.

Questo bisognerebbe provare a chiedersi, ma l’angoscia perennemente rigettata non lo consente, come non permette altre forme di interrogazione, rendendo il nostro linguaggio esiguo se non muto, riducendo il significato a opzione troppo spesso trascurabile.

Domandare significa chiedere, ma la nostra società è soltanto capace di pretendere. Una pretesa cieca, assoluta edonistica quanto inutile si rivolge a un benessere impossibile che la coscienza persegue unilateralmente senza, in realtà, domandare mai. Senza dialogo, dunque, perché la risposta voluta è già data e ha il suono ottuso della negazione. Per provare a ipotizzare risposte dovremmo concentrarci sulla forma di coscienza che nega. Per questo non negare e accettare di addentrarci nei luoghi frequentati dal non senso dove tutto sembra sfumare e tuttavia esiste una possibilità di rappresentazione, dunque di formulare risposte.

(di prossima pubblicazione)

 

 

 

 

 

 

 


La notte di Parigi (tratto da “Determinanti psicologiche dello scenario siriano-iraqeno”, in Rivista Fermenti N. 243)

[…]
La scena vuota.

È sotto gli occhi di tutti come il tentativo di sostituire sul piano psicologico al Falso Padre un principio organizzativo significante (Padre Norma), capace di incanalare gli istinti in dimensioni simbolico-creative dotate di senso, sia miseramente fallito in tutti i paesi della così detta primavera araba. Forse il tentativo di liberazione cui abbiamo assistito non era veramente tale, nella misura in cui le culture di quei popoli lasciano facilmente sottintendere che al posto del satrapo si intendeva insediare un Ideale altrettanto astratto in quanto altrettanto fondato su un archetipo. Senza esserne consapevoli, a un Vuoto si intendeva sostituire un altro Vuoto, a un Assoluto un altro Assoluto. A quell’Ideale irrealizzato si è aggregata la valanga di chi già lo professa senza eccezioni in forme estreme (estremismo). Comunque, qualunque definizione si voglia dare, il fenomeno resta disgregativo e genera distruzione–autodistruzione e paranoia.
L’Occidente sazio, saturo, perduto nelle sue crisi economico–finanziarie e tuttavia ricco della sua enorme tecnologia non è stato in grado di prendere posizione. In linea con i dettami di quella difesa inconscia che definiamo “scissione”, esso ha ignorato fin quando ha potuto; quando non ha potuto più, si è dimostrato totalmente incapace di cogliere la natura del fenomeno ed elaborare una strategia per fronteggiarlo o, per lo meno, trattarlo in maniera sia pur minimamente sensata. Questo avrebbe significato mettere in discussione le proprie stesse credenze e il proprio stile di vita non esente da responsabilità (nel senso di mancanza di responsabilità) nei confronti dei fatti mediorientali e di quelli, ugualmente archetipici, alla base della nostra aridità economica/finanziaria, nella quale un Assoluto altrettanto arcaico, denominato Mercato, si è impadronito del nostro modo di intendere la vita. Come se non bastasse, molti occidentali hanno imbracciato le armi a fianco dell’Ideale Arcaico e sono andati a scomparire dalla scena del così detto reale per immergersi nello scenario del vuoto. Perché questo accada è necessario un enorme, catastrofico fallimento culturale; perché questo accada è necessaria la presenza di una infinita mancanza che si caratterizza come Vuoto esistenziale.

Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc. (H, Kohut, “Psicologia del Sé e scienze dell’uomo”, in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

Nella crisi della ragione (Gargani) che ancora non ha trovato nuove forme di espressione, nel fallimento evidente della famiglia, delle idee e della società in generale, dei valori morali ed etici e di un senso condiviso, qualsiasi esso possa essere; nel tramondo non dell’Edipo (fase evolutiva dello sviluppo umano) ma del super-Io (fonte del senso di morale e responsabilità), ridotto a livello di cariche aggressive preedipiche ingestibili dall’io compromesso con l’inconscio; nel bisogno e nella mancanza derivanti dalla crisi del capitalismo cui abbiamo imnpropriamente attribuito il senso dell’esistere, ;nell’incertezza che essa genera e nel non senso diffuso che la vita, tanto materiale che spirituale, finisce con l’assumere; nella scomparsa persino di un’idea di futuro che nessuno è più in grado di prefigurare nell’apatia mortale del presente, la nostra società occidentale si configura come un enorme Vuoto. Periferie sterminate di megalopoli indifferenziate in cui tutti sono nessuno si aggirano orde di giovani frustrati cui tutto è stato sottratto e nulla viene offerto, neppure a livello di speranza. Essi vivono nel vuoto e l’assenza di politiche economiche e del lavoro appena apprezzabili, otre alla mancanza di trasmissione culturale di un senso generale dell’esistere, li svuotano di significatività, consegnandoli all’antistato della criminalità o all’esodo forzato verso qualche forma di “ismo” col quale essi si identificano per tentare di esistere, finendo invece col cadere nell’inesistente dell’arcaismo collettivo.
La nostra cultura meccanico–tecnologica–finanziaria, estremamente semplicistica e priva di accessi al simbolico significante ha ridotto il mondo e chi lo abita a un fatto di numeri e denaro. Il mondo potenzialmente rappresentativo dell’archetipo non ha contenuti significanti da rivestire, esperienze di linguaggio potenziale da trascinare verso elaborazioni creative di senso e di mondo. L’archetipo trova un vuoto e di quello rappresenta la non forma: l’Anima non è un numero o una cosa. Se si presenta come tale, tale sarà la rappresentazione e il mondo si ridurrà a uno scenario insignificante.
Nel fallimento degli oggetti–sé (immagini genitoriali e loro elaborazione), la struttura archetipica non viene compensata da una base di esperienze significanti e l’istinto dilaga, offuscando la rappresentazione del mondo con elementi Ideali atemporali. Abbiamo costruito un mondo desertificato di immagini significative e di intenti. L’archetipo di per sé è un reale limitato: senza una coscienza solida tesa a costruire senso si comporta come un istinto e aderisce agli ultimi dei che veneriamo. Mercato, Finanza, Economia svuotano la scena del mondo favorendo la costruzione di un sistema essenzialmente (quanto inconsciamente) votato a creare false sicurezze, Falsi “Padri” e “Madri”(fonte del sentimento nella diversificazione Io-Tu)) cui attaccarsi per scongiurare l’angoscia propria della precarietà dell’esistere. Uno scongiuro inutile che genera psicosi tramite l‘abbandono dell’economia reale a favore della speculazione sul debito e i titoli virtuali che, spesso, finiscono col non rappresentare più nulla di concreto se non la virtualità di un’economia avulsa dal mondo del lavoro umano.
Se l’uomo massa si disperde nella virtualità di linguaggi insensati, se nell’apparente concreto non desidera altro che cose, se la coscienza individuale non è pronta ad assumere in sé ed elaborare altre configurazioni vitali che permettano di esistere nel senso e nel significato di un linguaggio prospettico condiviso e fondato sul possibile del reale, essa inevitabilmente regredisce a stadi arcaici del sentire e del pensare e aderisce a forme idealizzanti mitico–religiose, quali esse siano che, in un modo o nell’altro, la invadono e formano l’illusione di attribuire un senso all’azione e uno spessore ideale al tempo mentre, in realtà. accade esattamente il contrario. Questo succede ovunque, tanto in occidente che in oriente.
Senza educazione delle emozioni – fondamento indispensabile per lo sviluppo della coscienza – compito che la famiglia, la scuola e la società in genere hanno ampiamente fallito (si veda, ad esempio, U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010), persino un Padre Falso Ideale Arcaico superegoicamente sadico e paranoicamente delirante sembra offrire qualcosa di meglio rispetto al vuoto immaginale dell’occidente incapace di andare al di là di uno sterile esaurimento nelle cose se non addirittura nell’irreale disperso di un mercato globalizzato che non è più aderente alle necessità dell’uomo. La nostra è un’eredità di vuoto fondata sul fallimento di risposte significative. Chi parte per la Siria o l’Iraq cade nella trappola astorica ed insignificante di un’illusione di senso per sfuggire il non senso in cui si trova; chi intraprende quel viaggio è perduto tanto quanto chi rimane in patria e si identifica con un numero e con la letteralità vuota di senso dell’esistenza che la nostra civiltà, al di fuori di rare eccezioni, ha costruito.
Persino un Nulla Ideale appare migliore del nostro Nulla Devitalizzato. Dove il nostro Nulla della coscienza offre soltanto uno scenario tragicamente vuoto, riempito dal silenzio della fine, l’archetipo si giova di tutta la forza dell’istinto da cui emana e la riveste di un’immagine arcaica Ideale, enfatizzata dalla sopravvivenza di emozioni e bisogni di riempimento infantili, capace di travolgere e affascinare la coscienza che ne resta abbagliata. La così detta numinosità dell’archetipo non è un qualcosa di estetico–mistico da ricercare e seguire, ma un pericolo mortale. La vita (e la morte) di molti mistici ne sono esempio eclatante, come ne sono esempio tutti gli scempi compiuti in nome di una qualche “Idea” propugnata dal Falso Padre Ideale di turno, che è stata capace di affascinare intere popolazioni ed epoche, non ultimo il “misticismo” nazista.
Lo scenario cui assistiamo è scenario di fuga; si tenta di evadere dal vuoto del non senso del tempo e del linguaggio e dal silenzio delle relazioni cercando scampo, ad esempio, nell’alcool, nella droga o in “idee” arcaico–deliranti capaci di anestetizzare il dolore generato dal vuoto di risposte e di affetti. Il nutrimento che sazia la mancanza non è il “mangime” delle cose (M. Recalcati, L’ultima cena: anoressia bulimia, B. Mondadori, Milano, 2010), la sola attenzione ai beni materiali, ma la capacità di ascoltare i bisogni umani e di rispondere sul piano di un accoglimento capace di creare significati, in modo che la fame non resti a livello del corpo, ma diventi un “sapere”, una possibilità di pensare un pensabile che invece resta ignoto perché vissuto solo al livello dell’onnipotenza dell’Ideale – quale esso sia, persino virtuale, persino espressa attraverso l’orrore di esecuzioni barbare nelle quali l’arcaismo selvaggio si esprime attraverso rituali che dell’istinto sono espressione. Jung scriveva che una cosa è il confronto con l’ Ombra personale, e cioè gli aspetti inconsci di sé che l’unilateralità della coscienza non riesce ad accettare, altro è porsi di fronte al Male in sé, cioè la Grande Ombra collettiva della specie, capace di comportamenti selvaggi che l’uomo moderno, nella sua miopia, non riesce neppure a concepire e di fronte alla quale la coscienza è del tutto impotente. Non inganni la modernità dei mezzi di cui l’archetipo si giova nel dare forma a rituali di morte: una dynamis priva di coscienza spinge da un Nulla a un Nulla. Non ci sarà risposta.

APPENDICE (13/11/2015)
Nella notte di Parigi c’ero anch’io. Non il mio corpo, ma il mio simbolico appartenere a un’espressione del mondo, un luogo-Anima quale Parigi è; Parigi, dove gran parte della cultura occidentale si è espressa nei simboli dell’arte e dell’espressione culturale, da Van Gogh a Picasso, dagli Impressionisti al Postmoderno e dove ogni scrittore ha voluto essere presente, almeno una volta nella vita, per respirarne la valenza simbolica di continuità di un’espressione eterna ma cangiante, mai simile a se stessa, dirompente, dilavante, trasformante, come sempre il simbolo è. Questo è stato colpito; questo si è tentato di uccidere in quei poveri morti. La bestialità ha una sua intelligenza ignota; non comprende ma percepisce e, a un qualche livello, individua le sue mete. Chi ha colpito non aveva la minima idea di quel che realmente faceva, ma lo ha fatto: oggi c’è meno Anima nel mondo.


dell’essere e altre mancanze

 

(Paul Klee - The sick  heart)

(Paul Klee – The sick heart)

 
 
[…]

Fammi andare dal non essere all’essere. In quest’epoca di disperata dispersione in cui mi è dato vivere, fammi essere, esistere, resistere, almeno nel senso di mancanza.

 

su L’EstroVerso 2013 Anno VII – N. 4 novembre-dicembre

http://www.lestroverso.it/?p=5406

 
 


come quando è di nebbia

 

(Caravaggio, La Deposizione di Cristo)

(Caravaggio, La Deposizione di Cristo)

 

 

Neppure era finita: notte. Il sogno mi ha svegliato, come per compagnia; non è chiaro di chi a chi. Quando sogni il tuo sonno e cerchi una casa per dormire, e scegli, tra le tante che attraversi, una stanza chiusa, raccolta, priva di finestra, allora scrivi, come per compagnia, ma la voce che torna dalle righe non consola e insinua un certo senso di tristezza. Rassegnazione, anche; che non ti dice altro che lo specchio. Allora non scrivi più, che non ce n’è bisogno: perché sei solo. E tra poco neppure.
Tra tutta questa fine che c’è intorno, ti ci senti confuso. Finitudine; non finezza: finire. Una calma irreale, priva di apprensione; e tuttavia cerchi un’alternativa. Ti chiedi come: impossibile dirlo. Soltanto congetture, del tutto inutili, come quando è di nebbia; non troppo lontana.
Ti viene da pensare che quel sogno potrebbe rappresentare l’immagine del senso di finito che circonda, dell’insoddisfazione, della fatica, la vanità dilagante in una realtà sempre precaria, fatta di poco, quando non di nulla, colma di informe, assenze, compulsioni contraddittorie, come fuga e possesso, e lo sforzo che fai per sopportare e dare un senso a ciò che non ne ha, quando tutto è valore monetario e non si avverte la mancanza d’essere. Ti viene da pensare allo spettacolo desolante dei giovani che hai intorno, al loro menefreghismo da sopravvivenza, alle famiglie narcotizzate perché terrorizzate da cui i ragazzi fuggono per non sentirne il vuoto, senza sopravvivere neppure un’ora nell’alcol, psicofarmaci, sostanze… Dove tentano di andare? Sempre lontano da sé. È il sé che pesa, perché manca e la mancanza ha un peso insopportabile.
Ti viene da pensare allo schifo e all’assenza di cura di una politica infame, sempre incapace, maledetta e idiota nel tentativo di salvare un ladro invece di aiutare chi ha bisogno. Una politica che non è polis, che sfrutta le nostre tasse per mantenere l’apparato di cui si nutre, nutrendolo, in un circolo vizioso mortale dove Thanatos sguazza.. Tutto il resto può anche andare a fondo! Quando sai benissimo che, comunque, il fondo è dietro l’angolo e difficilmente eviteremo tempi disperati. E ti fa rabbia, ti addolora vedere come non si possa fare nulla e chi forse potrebbe almeno rallentare il processo pensa soltanto ad ingoiare soldi e, pur di recuperarne, affossa una nazione e molte altre accanto, quando non si ammazzano da soli. E qualcuno mi spieghi perché; anzi no, che non lo sapete, mentre io lo so ma non lo dico.

Stanco di fiori sotto i piedi magri
frequentare società segrete
corsi d’architetture sovrapposte
o lettere e pittura
busso la porta scalza e senza saio
mi bagno nella cenere spremuta
di pensieri violati
mentre mi incalza il freddo di sapere
la tua fragilità d’ala sfibrata
indissolubilmente come notte.
Tu non mi scrivi più
per questo chiudo
le lettere passate in una cassa
messa a disposizione
da una sorella
amara
affetta da zoppia
priva di vista
e sassi nella tasca a appesantire
la cadenza dei passi
e tuttavia disposta ad ospitare
la mia voce spezzata
dentro il silenzio fondo della casa
d’affitto
di secoli selvaggi e consegnati
al sapore del nulla
dove assuefatto accedo
suoni
di falsità e di vuoto.
Non tu che insisti
e la minestra che mi porgi sciapa
riempita gusto amaro del mio sale
che assaggi
quando sorridi ombra
dal cappuccio calato sopra gli occhi
che non conosco il viso né vedrò
altri pensieri
o non concessa forma.
Solo la compagnia dove restiamo
ciechi dell’altro
e fraintendimenti non chiaribili
dentro la negazione che cancella
o la ripetizione di passati
tempo fatica
di mantenere accesa
la candela
che nutro e curo
nella speranza che almeno non finisca
il computo
sola certezza ambigua
nel vuotatoio d’anima del mondo.

Questa civiltà occidentale, cui inderogabilmente appartengo, si sta dissolvendo. Tremila anni di sforzo di coscienza, sapere e arte vanno in fumo. Tremila anni di percorsi potenti, sospinti da simboli profondi, con la coscienza che dipana senso, ricercato e trovato, da fatti altrimenti inutili che appartengono al caos dell’informe; tremila anni, dalla fine del tardo bronzo all’inizio dell’età del ferro ad oggi, tremila anni di me, delle mie radici, della cultura su cui mi fondo e che di me rappresenta indissolubile parte, stanno evaporando: mi addolora vederne la fine. Non la voglio vedere. Non la vedrò, ma so. Non si frequenta il pozzo della bestia; privi di argini, sale, e non c’è più nessuno. La dissoluzione della Cosa fa il suo mestiere – ovvero non fa nulla – perché glielo lasciamo fare. Il nulla che rimane mente: perché non c’è. Dunque non ha parola e nel silenzio rombante dell’assenza quello che ami sfuma. E il mondo. Ecco, qualcuno cade; adesso io. Ci vorrebbe una mano.
Dal monastero dei crepuscolari, luogo d’incerto forse sottomondo dove il cielo si staglia dentro il mare e l’onda sale oltre la collina e gli alberi, cime di folto bosco e dubbia soglia. Stelle sparse.

È venuto un fratello
ma non vuole
ed ostinatamente ignora
sospensioni.
Non mangia, tranne che poco sale;
passa le notti accanto a una candela
che tiene viva
rigenerando luce
dal fluire di cera
dove raccoglie l’attimo
tremore
sempre insicuro e scarso.
Dice che affitto il corpo
e il suo che ha già perduto
tranne che pochi lacci con cui lega
le gambe al tronco
e la testa sul collo
retta da ganci sparsi
all’anima perduta.
Lunare nel pallore e senza fede
mi occupa.
Consento per pietà
ma temo
per la casa e la sera
sole che ignora luna
e viceversa.
Stelle sempre.
Vive d’altro
e nega le stagioni
che il mio mantello cela ed assopisce
quando m’adagio notte sopra gli occhi
trascino
tutto il fondo del mondo.
Non ha peso la fine e senza scampo
lui divora la fame
d’essere
mentre consuma
e inavvertitamente mi stordisce
dilapidando quello che non sono
e non recupero: l’impossibile.
Se il Padre gli parlasse
non lascerebbe tracce interminate.
Io non ho modo
aspetto
che lui si volga
aspetto
che qualcosa si compia.

 
 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: