Archivi categoria: storia

A un’amica scomparsa

veduta di Roma dal Palatino
(McPherson, veduta di Roma dal Palatino 1856)

(Tratto da C’era una volta Roma”, testo di  Giovanni Baldaccini; ricerche fotografiche e appendice di Luciana Riommi)

Lenire, allora. Una cena, per ricordare un’amica scomparsa.

Aspettando gli ospiti.
Percorriamole il corpo; per ricordarla, dalle ultime immagini dentro la memoria. Di pagina in pagina: estremamente bella. In ogni sua struttura, connotazione, forma. Dai lineamenti unici, sovrapposti negli anni, di interesse estremo. Soprattutto di sera, quando la luce, mentre cambia tono, ne rivela pensieri e sfumature. Anche le rughe.
Mi ricordo, quando passeggiavo con lei, di strada in strada, dai vicoli, finestre, archi, la sua colorazione bruna, quasi rossiccia, come fatta di terra: lavorata.
Lei ti affiancava mentre camminavi, accompagnandoti con la sua presenza. Impossibile non sentirla accanto, anche se non parlava. Perché parlava d’altro: di secoli, di storia, di figure fuggevoli e pesanti. Infinite. Le aveva tutte dentro e lo sapeva. Non avara; se sapevi trattarla, ti dava tutto quel che possedeva e ti riempiva, quasi senza volerlo, di continuità.
Un’occhiata di fuori: una volta, tu. Ora solo la notte. Rinserrando ricordi: un brindisi all’unica che ho amato.

Se andrete a Roma uno di questi giorni e visiterete la città senza tenere il naso troppo in aria; se proverete, almeno qualche volta, a non usare gli occhi, a chiuderli un istante; se lascerete defluire il sangue ed espandere strane percezioni, diverse da quelle abituali; se solo tenterete forme diseguali da quelle delineate dentro pagine che la testa conosce; se permetterete che qualcosa di estraneo, a prima vista insano, troppo simile a un brivido che scuote quello che sembra e appare, vi percorra per lo spazio che siete donandovi un istante di sconcerto, vi accorgerete che è morta.
Se lo farete, siete invitati a cena.

Leggi qui o scarica gratis

Cìera una volta Roma


da una lettera di Freud al suo medico

Ripropongo questo documento che avevo cancellato per errore.

 

Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che a 50 anni bisognava morire!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare tutto l’inspiegabile! E la presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.
Era necessario, per sentirmi umano.


Del ribollire di piastrine folli

Dunque, chi siamo? Siamo una miscellanea di sangue, sconvolto, rimestato, privo di coordinate. Siamo un sangue alienato, incapace di riconoscersi, fatto da fascisti delusi provenienti dall’antica Roma, con la differenza che, allora, sul trono imperiale salivano anche gli stranieri. Lo sapete che Adriano era spagnolo, come Traiano, e che Settimio Severo era Africano? E che siamo tutti Etruschi, cioè proveniamo dall’Asia Minore, lo sapete? Ma che ve lo dico a fare!
Siamo”barbari” di ogni genere (leggi: Goti, Longobardi, Unni, Visigoti, Vandali, Franchi, Alemanni, Alani, Ostrogoti) e quanto altro ha attraversato questa penisola nel corso di secoli sfasciati. Siamo uno sfascio, un ribollire di piastrine folli, decisamente impazzite ma sorelle, perché tutte contrassegnate da un atomo comune, noto come aggressività. Siamo un sangue aggressivo, intollerante, cieco, che si è spianato la strada con la rabbia e dosi di ignoranza e cecità. Siamo un barbaro nuovo, una tribù che chiamerò Sfracelli; siamo bui, sperduti, allucinati, dediti all’oblio e all’arroganza, senza Monaci per conservare libri o artigiani capaci di reinventare un romanico decente.
Siamo una serie di globuline intolleranti, abituate a cancellare l’altro, ma sopra ogni altra cosa, siamo ignoranti, nel senso di ignorare. Noi ignoriamo tutto e tutti e della cultura facciamo un brodo sciapo, generalmente da bruciare. Una cottura lenta, che procede da secoli ed emana un fetore di cadavere/i. Dice il Mediterraneo: ma se non abbiamo fatto altro, da Fenici in poi (e potrei risalire anche a secoli precedenti), che riempirlo di morti! E tra le altre cose, sicuri che siamo vivi? Se ne siete convinti, per favore, qualcuno mi mostri l’anima.


le custodi del seme: tra biologia e poesia

pensieri brevi tra biologia, psicologia e poesia

Etching: 19, 21, 23, 24, 26, 30, 31 May 1971, 2 June 1971 (L.130) 1971 by Pablo Picasso 1881-1973

Signora
le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le vesti:
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele
suoni, righe, fumi bassi che spandi.
Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno
le braccia tese
l’arte sovrastante dei ricordi
smossi dal mattino
che allaghi di torpore se li pongo
a margine del viso
e la schiuma sui fianchi ed oltre l’alba
l’autunno
il tratto d’inespresso che ti scaglia
oltre di me, di noi, dell’incosccienza.
Non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
C’era vento e parole
dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio
nei lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a seguire la forma dove passi;
raccogliere
nella bocca delusa
scintille d’ombra che si fanno voce
che non ho altro e scrivo il tuo mantello
che ricopre la terra e la mia sera.
Tu mi travasi da distanze enormi:
amarti senza averti il mio destino.

Non so come sono arrivato qui. Ci vivo, ci penso, ci amo, ci scrivo, ci disgusto o ci sguazzo, ma non so come.

Un viaggio lungo, irrappresentabile, tanto da non averne idea. Eppure sono qui; quel viaggio l’ho fatto: involontariamente.

Come sia stato possibile resta comunque un mistero. Pensandoci, rasenta l’incredibile. Basta considerare tutti i pericoli che esistono là fuori: guerre, malattie, casualità, per non parlare, in epoche più remote, dei predatori. Davvero è inammissibile che io oggi sia qui. Se si pensa a tutte le persone che l’uomo, il caso e i virus hanno sterminato, esserci è un miracolo. Ovviamente non mi riferisco a me stesso: io non ho attraversato i secoli; il seme da cui derivo sì. Che sia riuscito a trasmettersi senza interruzioni è fatto del tutto inconcepibile.

Dunque, rappresentare l’impensato, talmente impensabile che risulta persino inutile pensarci. E tuttavia occorre ringraziare.

C’era una volta la mia Eva mitocondriale. C’è ancora. Vive appartata in un filamento del DNA moltiplicato per miliardi di volte. Contiene le istruzioni per costruirne altri e almeno la metà di me stesso. E’ femmina: irrinunciabilmente. E alle femmine si rivolge; cerca accoglienza; ne trova.

Da sola non può nulla; per costruirmi ha bisogno del cromosoma opposto. Esso svolge un ruolo puramente meccanico. A rigor di logica, anche il cromosoma femminile, ma nel corso dello sviluppo si nota una differenza: le femmine sanno ricevere ed elargire, custodire e nutrire, curare e proteggere. Se lo sapessero, sarebbero un pensiero interminabile.

Il maschio ne è incapace: lascia il suo seme e passa; anche se resta. Fugge spiritualmente, mentalmente affettivamente, tutte capacità che non possiede. Una presenza superflua? Praticamente.

Noi ce ne andiamo in giro a sterminare; la femmina riceve e mette al mondo. Essa permane, nei limiti del possibile (leggi accidenti, violenze, epidemie). E’ una superstite e ci permette di esserlo finché restiamo accanto a lei. Poi una forza maligna (istinto animale) ci spinge altrove. Essa piange, riceve ancora, procrea di nuovo, mentre noi ci estinguiamo.

A volte seguiamo un altro istinto – sembra di riflessione. Porta verso il cervello. Allora diventiamo matematici, fisici o all’incontrario artisti, ma è soltanto un’altra forma di fuggire: un sublime che estrania.

La capacità femminile di accogliere, proteggere e procreare è stata la mia salvezza. Il maschio mi ha dato una pennellata; poi, in un modo o nell’altro, scompare. Personalmente faccio anche peggio. Comunque, se le donne non avessero partorito e curato, in qualche modo persino immaginato tutti coloro che mi hanno preceduto, io non ci sarei.

Vorrei conoscervi tutte, madri dei tempi, madri del mio tempo. Sapere il vostro nome, come avete vissuto, sentito, sperato. Godere ancora della vostra protezione nel profondo del ventre e delle braccia: proteggervi. Vorrei vedere il vostro volto, il corpo, il seno che ha nutrito la mia possibilità di esistere, il ventre dove siamo stati, io e i miei padri e madri. Vorrei potervi parlare, decisamente ringraziare e dirvi, per quanto sconosciute, che vi amo.

Voi siete l’antico mito di una Madre che vogliamo vergine ed esclusiva; siete l’idea di esistere nella cura e nel perdono; la mia ascesa all’eterno, il mio sostare, la mia permanenza e scivolare il tempo lungo il nulla del tempo. Siete l’eccezione alla morte, il tentativo della sua smentita, l’irrinunciabile potenza dell’amore, la negazione di tutto ciò che è futile, fuggevole, volgare. Siete l’istinto di conservazione, la propensione ad essere, la nostra unica possibilità, anche quando imppazzite. Siete il progetto dell’esistenza, ovunque e comunque, della presenza a oltranza, di un senso insito nell’immaginale, privo di conoscenza ma non per questo meno vitale. Se esiste un Dio, per come ha concepito il mondo, ne siete la smentita. Se potessi conoscervi vi aiuterei a capire; lo faccio con le donne che mi frequentano professionalmente. Forse è per questo che sono qui e, forzando un po’ la mano, che in qualche modo mi ci avete portato: come se vi parlassi. E tuttavia sfuggite in fondo al tempo: io di voi non so nulla, tranne che sono qui.

Non posso ricordarvi senza un volto; farò vostro il viso che, tra la foschia e le rocce, vi ha dato Leonardo. Farò vostro quel volto per immaginarvi molte in una: sarà sempre pochissimo. Ma nella terra che è parto di fatica, vi rappresenterò con Caravaggio, nella sua Madonna dei Pellegrini. Una donna grossolana, del popolo e nel popolo: una Madonna vera. Non servirà a conoscervi, ma per lo meno a rappresentare la Madre e l’incoscienza del suo infinito senso del restare.


Visita forzata al “Tullianum” o carcere Mamertinum di Roma

 

Oggi sono stato praticamente “sfollato” da casa. Dalle ore 06,30 della mattina, al piano di sotto, abitato da una colonia di inqualificabili, si sono levate urla, rumori di trascinamento, canti, cori, pianole, ragazzini frignanti e quanto di altro infernale si possa immaginare. La cosa tremenda è che alle ore 13 tutto ciò ancora continuava, senza che ci fosse stata la minima interruzione. Ero già uscito alle 13 per una colazione forzata fuori casa e, rientrato alle 14,30, ho ritrovato la stessa situazione mostruosa. Alle 16, in preda a vera e propria disperazione e, nonostante la pioggia, ho chiamato un taxi decidendo di andare a vedere la mostra di Hopper al Vittoriano. Fila chilometrica e progetto naufragato. Ripieghiamo allora per una passeggiata sotto il Campidoglio, al Clivus Argentarius e il Foro di Cesare: sublime come sempre! Inaspettatamente il Mamertinum era aperto; l’avevo visitato da bambino; Luciana mai. Entriamo. e inizia il viaggio nel tempo.
Un primo giro al piano terreno, dove è allestito un piccolo museo in cui sono esposti reperti archeologici degli scavi e poi si scende nella Basilica medioevale ricavata nell’antico carcere. In essa, affreschi sbiaditi ma ancora percepibili; mi colpisce una Madonna della Misericordia. Credo che lì, dove giacquero Giugurta, Vercingetorige, i sostenitori del fratelli Gracco e molti altri nemici dello stato, ce ne fosse davvero bisogno. Stendo un velo pietoso sulla presenza nel luogo degli Apostoli Pietro e Paolo.
E’ un ambiente angusto, con muri in pietra; vi si respira l’aria dei primi secoli; non per nulla sembra fu costruito da Servio Tullio, (V/VI sec. a.C.,). I prigionieri vi venivano gettati da un buco nel pavimento scavato nell’ambiente superiore. Se ne usciva per morire.
Scendendo ancora, si arriva alla Fonte Sacra, un ambiente quasi identico, (il vero e proprio carcere) costruito su una fonte sotterranea, voluto da Numa Pompilio (VI/VII sec. a:C.). Mi suscita pensieri sulla vita in quei tempi e sulla sacralità magica che la pervadeva, ma sarebbe troppo lungo parlarne.
Risalendo, c’è una bella cappella che ospita uno splendido crocifisso ligneo del 1400, cappella benedetta da Pio IX quando ancora eventi del genere significavano qualche cosa.
Tornati all’aperto, non posso evitare una visita alla sovrastante chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami. Voluta dalla Confraternita, della quale si ammira ancora lo splendido oratorio dove i membri si riunivano, la chiesa che si presenta oggi è quella restaurata nel 1853, piccola e raccolta, sobriamente ornata, immersa in una penombra irreale. Lì ho ambientato alcune scene del mio romanzo “La notte degli orologi”; per me significa molto. Quado vi entro, il mio orologio odierno si ferma e ascolto il battito di quello antico che inevitabilmente si attiva e mi riporta indietro. O forse a casa.

 

dsc_2182


omaggio a un libro

Nel 1527, durante il Sacco di Roma, moriva Calvo Marco Fabio, medico e umanista, amico e collaboratore di Raffaello,con il quale si impegnò nella ricostruzione possibile dell’antica Roma, calandosi in grotte e monumenti sepolti, scavandone di nuovi e , in base a tali studi, ipotizzando la possibile forma dell’Urbe, dei suoi monumenti e della sue Insulae in epoche diverse. A lui dobbiamo questo libro, salvo per miracolo dalla furia dell’ignoranza e a lui dedico un pensiero riconoscente per aver tentato di ricostruire Roma, dimidium animae meae, quando l’archeologia non era neppure u sogno.

titolo

calvo

roma-1

roma-2


La porta del cielo (Babilonia addio)

Il video che era stato bloccato da youTube è ora disponibile, dopo le opportune modifiche.
Un video del 2007 che torna d’attualità, con alcune integrazioni, dopo i recenti fatti in Siria, Iraq e Libia.

 
 

 
 

Tremolava la luna i lineamenti
dei tuoi forse diffusi
scossi da ombra lunga
rintracciare
un passaggio improvviso
nel mio deserto dentro
ogni giorno che grondo
 
 


volo d’angolo

 
 
“Babilonia addio”, un video del 2007, realizzato da Luciana Riommi e Giovanni Baldaccini, con fotografie e filmati reperiti in rete, dopo la fine della guerra in Iraq e reso dolorosamente attuale dai fatti recenti in Siria, Iraq e Libia (a cui si riferisce un breve aggiornamento)
 

 
 

Oscuriamoci nel volo di una mosca
anima blu suadente senza fili
pittorica
la tua scomposizione
d’elementi asimmetrici cangianti
cui nessuno riporta
il tuo sommerso andare
maschera d’infinito senza sogni
ti dipingevo l’altra sera morta
e la tela
sapeva di colore
sfinimenti arrangiati
del mio avido aspetto
riflesso in blu viandante nel tuo mare
scusami se ti scrivo sulla pelle
come un suono sfiorato
e ti chiudo di sera
sera ti chiudo: sera
angolo blu peluche senza frontiera
nel bicchiere che cade
e sbatti alle pareti
frantumare
spazi al tuo volo d’angolo
d’indefinito ascetico
serrare.

(giovanni baldaccini)

 
 
*

musiche di Bellini, Gounod, Schubert, Little Richard

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: