Sipario

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(immagine di jamie heiden)

Il sapore di mia madre era farina. Bianca, come le mani, il tavolo, la luce, la mattina che invadeva la casa. E il volto.

Rossa, a volte. Quando il sangue riempiva la tinozza e la gallina rinunciava alla vita dibattendosi tra le dita forti con cui mia madre le serrava il corpo. Era fatta di bianco; a volte rossa. Gialla, come le spighe che il vento seduceva nel suo volo.

Nera di sera. Con la vita che vaga e la campana suona. Fino a qui, la casa per dormire. Perché dorme la vita quando è sera, e la sua voce è sogno.

Ne faceva diversi mia madre. Li raccontava quando l’alba scuote e il sole invade con il rosa i campi. Erano sogni di donna, di madre a volte. Sogni.

La ascoltavo intento. Era una voce che raccontava storie senza inizio né fine perché il sonno cancellava le parole. Al risveglio raccontavo i miei. Fatti di colori, suoni, sillabe sillabate dalle voci che la vita sussurra quando dorme. Allusioni che appartengono alla sera.

La volevo per me: la vita coi colori. Li raggrumavo sopra un legno duro, tra schizzi d’olio, di terra, di pennello. La ricopiavo; poi la reinventavo. L’amavo al punto da volerla mia.

Mia madre mi lavava, la sera nella tinozza fredda, per togliermi vernici accumulate. La notte la sognavo: colorata. Una madre colore.

Poi non l’ho vista più. Se l’è presa la terra. Senza rancore l’ho sostituita. Terra, come manto di madre: per raccontare ancora.

Non so perché ricordo. C’era un maestro nella città grande dove il pennello componeva il mondo. Per farlo, scomponeva. Mai nello stesso modo: il mondo ha molte facce, mi diceva. Poi scomparve. Cominciò così.

(Tratto da 3 d’union, Fermenti editrice, 2013)

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Euridice non abita più qui

C.V.Holsoe

Euridice non abita più qui:

non mi fido del vento.

L’ultima volta aveva i tacchi alti

e questo mi facilitava

ma l’odore faceva paura

come quel vecchio che continua a seguirmi

pretendendo che sia io che mi seguo.

Niente da fare

non abita più qui,

d’altronde neppure io

e non so dove mi ha lasciato

probabilmente a metà di un orizzonte

che mi sono stancato di completare,

non Eu, proprio in generale

e quando la smetterò di seguire cose inutili

forse troveremo un accordo.


gli ultimi ricordi che ho di lei

C.V.clausen

Senza troppa chiarezza: ma scintille.
Di quelle che si sperdono nell’aria, quando la fiamma è vento.
Tuttavia nessun dubbio 
neppure dietro l’angolo di questo mondo piccolo riempito
d’inconsistenza pura
da cui gli uccelli sfuggono emettendo
richiami di tempesta
e canzoni adatte ad imbrunire.
Smagliante,
ma con un tono di un abisso smesso
che poi ti accorgi che non ti sta bene.
Serie d’incurvature, neve bianca, argento svaporante
artisticamente adatta a una commedia
che nessuno ha mai visto
come le viole se non c’è la sera.
Oppure un’alba dai capelli al seno: totalmente svasata.
Evanescenza.
Di quelle verso il nulla, bianche azzurrate d’allucinazione
con tono di reale che sconvolge.
E non sai dove sia.
A volte la ricordo come un viaggio, un infinito bianco
dove si dice si perda conoscenza.
E il rumore silente della luna.
Sorgente. Ad arco. Margine a diluire.


almeno ancora

George Seurat

Alba di striscio ed ospiti tremanti

“non penserai di uscirne illeso” mi dicevo

accostando il tuo letto

mentre qualcosa rimaneva fuori

“cercami” mi diceva

quando il corpo

e il tuo che non avevo

almeno ancora

come una distrazione.


un’altra stanza

mondiran 1

Anch’io avevo una stanza
dove ogni tanto torno
o per lo meno credo di tornare
ed era piena delle mie impronte
disseminate sui libri i fogli i canarini
che non avevo
ma facevo finta che ci fossero.
Ci stavano le cose
che la traversavano anche di giorno
perché fingevo che ci fossero altrimenti non le vedevo.
me le trovavo dovunque
persino sul divano
quando dormivo nell’acqua
e dovevo stare attento a non sperdermi al largo
e per questo mi legavo a un piede un filo da pesca
sperando che poi ci pensasse Arianna o la Madonna
ma avevo anche qualcosa di diverso
forse talmente
che non te lo so dire
che gli anni coprono tutto
ed è difficile ricordare.
Oggi ci sei tu
ci sei rimasta senz’altro
perché se non ci fossi stenterei a ritrovarmi
ma faccio ugualmente fatica
ad aprire la porta.


Quartieri

Lyonel_Feininger_Greifenberg_Stadtmauer[1]

Giù, verso est,

ma a destra

e allora senza

che se sto a nord è sinistra

e la bussola mente senza il polo

e allora forse su

circumvolare

se mai smarrito questo smarrimento

_ dove diavolo sono _

gli angeli, intendevo

e tu diversa notte nella mano

potessi ancora stringerla la tua

dal continente giallo verso l’India:

albori

quando manca la soglia

ed oltre temo

nero

il nero temo

e la città divide

spezza il vento

_ dice: quartieri _

dico: Santo Dio!

ed anche questa mi sembra una sciocchezza.


poco prima di te 2

Klee spirito di una lettera

Più in là si discuteva di morire

ma la portiera continuava a leggere

e il giardino a emanare

profondissimi odori

come se un aeroplano non passasse

quando suona il postino

dissipando

tutti i miei desideri della notte

e irrompi

in forma laterale

terribilmente statica

se non fossero gli occhi

scorrevolmente sulle tue parole

a muovere il mattino

immaginando forme

al di là del caffè

che tuttavia invitava

a rimuovere i solidi

pensieri di atonale consistenza

prossimi

a un collasso impreciso.

“Dovrebbe leggerlo”

mi dice la portiera alzando gli occhi.

Faccio cenno di si.


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