SENZA FILO

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Telefonami possibilmente a primavera

quando i cisti preparano i boccioli

e le viole si svegliano

ai salti delle rondini

chiamami verso sera

quando avrò espulso il vuoto che mi copre

e potrai riconoscere la voce

che altrimenti sembrerebbe l’avamposto

di una città perduta

un temporale

un transito di sogni senza storia

ma non farmi aspettare più di un anno

che non saprei distinguere tra i giorni

di un’attesa stentata

ma se vorrai non farlo non chiamarmi

e farò finta di telefonarmi

quando viene l’estate

e i cisti hanno riposto lo splendore

e la sera le viole.

(Tratta da “Metafisiche a terra” e-book

 

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case d’aria

de pisis 3

Abito case sopra questa terra

di fango, di mattoni, di lussuria

abito vento

abito occasioni

che il tempo mi concede e poi cancella

abito case d’aria e sembra terra

abito terra

quando sono morto

e quando dormo

dormo

e ignoro dove.


ultima trascrizione senza stampa

C.V.clausen                                                                                                       

 

 

E quando avremo detto le parole

e le maree

le nascite

le morti

il cambio delle specie

le estinzioni

e avremo detto dio

e i precedenti

angoli dell’ignoto

e avremo detto libri

voci suoni

tu mi dirai di te

ed io

ascoltando

mi scambierò un anello con la morte

perché tu passi, anima, e spargendo

quello che siamo stati e la tua storia

io non ti chiederò di darne conto

ma la notte, se vento,

ti chiederò:”che hai fatto?”

che non sia altro da dimenticare.


vuoti d’aria

Hopper, approaching-a-city 1946
Com’è facile scavarti nella sera
senza nulla
e intavolare le conversazioni
mentre fingiamo d’essere esistenza
e accumuliamo fatti
dove una volta c’erano soffitte:
notti d’altri.
Oggi ci arrampichiamo per le scale
fermi presso una porta
e confortiamo il nostro smarrimento
che nessuno ha il coraggio di toccare
perché fa pena il vuoto
dove la notte corrono le stelle.

almeno un altro anno

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Mi piacerebbe dirti le mie ore
i minuti i secondi le astensioni
che nessuno ricorda
se potessi
e le dimore
che stanno dove stanno i paesaggi
che non ho mai saputo immaginare
per rilassarmi un attimo
al di là del mio freno
un malincuore
che quando viene non sai cosa dire
né riesci a parlare coi limoni
le farfalle che cercano i ciliegi
i ciclamini che nascono d’inverno
sotto la protezione della sera
pallidi come rose senza fiore
e il profumo di un giorno.


elogio dell’inverso

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Si viaggiava come per confusione: perplessamente notte.
Mulinelli tracciavano speranze d’inerpicare passi. Forse d’aria. S’alternavano intorno circonflesse: schiere atonali con facce come stelle. A tratti: paradossale luna. Orizzontarsi? Una questione breve.
C’è poco da sostenere. Le misurazioni risentono dell’imperfezione d’ogni intelletto umano. Tuttavia: solo cinquecento miglia di errore. Comunque, pur nella validità precaria del sapere, i nostri calcoli non sanno definire. Se infatti la terra è una circonferenza misurata, quale il limite del vuoto che circonda?
Ah cuore mio… (mentre notte sostiene dissolvenze) dove trovare un luogo circoscritto? E posare: questa forma che passa.
Per intanto un cestino: una merenda breve. Uova sode, pere, olive, qualche pomodoro. Andarci piano: non credo avere scorte sufficienti per lo zero che circonda e non consente previsioni di sorta.
Anche se fosse: quale importanza può avere un pasto consacrato di fronte all’inservibile dell’universo? Se infatti mi nutrissi di materia diversa dalla polvere di stelle, l’universo potrebbe avere una funzione. Metti, ad esempio, conoscitiva di quello che circonda. E si vede. Incombe. Affascina. Trastulla. Insomma, sconvolgimenti vari, magari persino di tipo spirituale (a parte ogni ovvia ricerca di quel che chiamiamo dio, che da qualche parte dovrebbe pur essere. Se fosse). Ma così, nell’utile olivastro del mangiare, tutto si riduce a parsimonia.
Ottica per ottica (nell’infinita varietà dell’otticare – una per ogni uomo sulla terra) capisco perfettamente la posizione delle così dette fanciulle del digiuno. Rispettabilissima. Forse perfino appetibile, Infatti, nella loro rigorosa astensione potrebbe nascondersi una ricerca fluttuante atonica, di quelle che poi scopri l’inespresso. Tanto per intendersi, sarebbe a dire che l’universo non è solo mangiare, ma se lo mangi non te ne accorgi mai.
Ah cuore mio… dove trovare un luogo circonflesso, di quelli che ti tornano tra le mani e il tempo non scompare? Questa potrebbe essere una ricerca efficacissima: anoressia come trasformazione spazio-temporale = da rivedere tutta la relatività generale.
Fisica per fisica, se l’universo è fatto dello stesso materiale del nostro corporeo corpo, tutto si riduce a un fatto “fisico” e trovarne la forma di astensione potrebbe persino aprire all’immortalità.
Ah, povere ragazze… quanta verità nel loro rifiuto!
La storia della bellezza o del piacersi è colossale balla. Vi sembra magrolina la Venere di Milo? Atri tempi, altre donne! Nessuno si sognerebbe di dire che non era bellissima. Per non parlare di Poppea: l’avreste detta magra? e così via così via.
No, la colazione non c’entra. Ben altro, come dicevo. Questa storia del corpo non lo riguarda affatto. Noi rifiutanti ricerchiamo la sostanza originale, l’astro traverso che non traversa mai, la sintesi perfetta spazio-mente, l’elogio dell’inverso, la plus valenza dentro il segno meno, la riduzione all’ultimo essenziale. E il tempo: una questione di fatti.
Noi rifiutanti ricerchiamo. Una ricerca del non ricercare: espressamente nulla. Dunque, lasciamo aperto tutto l’invaso enorme del possibile. Noi rifiutanti = vasta (im)possibilità.
Ma tu mandami una delusione da scontare, che ci passo la sera.


notti nel sottosuolo

Gabriel-Pacheco2

Quindi scese le scale

come zoppo

poggiato alla ringhiera

un passo a volta

ricercando un appiglio in un pensiero

ma le nuvole erano lontane

e si volava alto.

Occhi alla terra, sogni le parole

credo cercasse il mondo.

Io risalivo muto;

probabilmente ne cercavo un altro.


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