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dispersione

 

E quando l’ora si faceva inerme
ho amato l’acqua.
A volte
serravamo le fila
altre
tu sfioravi le foglie.


i nomi nella terra

cose di nulla

(immagine di luciana riommi)

E’ venuta una sola persona
l’altra notte
ai richiami
dove gli angoli danno il capogiro
e non si muove
l’asse
della terra.
E’ venuta da sola
perché era una persona sola
e mi ha chiesto “puoi nominarmi?”
ma io non potevo farlo
perché non avevo l’acqua
e senza l’acqua che trasporta i suoni
tutti i nomi cadono nella terra.
Ci siamo messi a scavare:
molti erano stati dimenticati.


alterazioni

mondran 2

Dicono si ricordi.

Come se l’acqua proponesse i tuoi fondali.

E l’assurdo del tempo.

Dicono non ci sia molta distanza

in un appiattimento verticale

e ciò che è orizzontale si condensi.

Dicono dunque si raduni: nostalgia.

E ti trovi disperso.

(Tratta da “Il posto delle piaghe lucenti”)


ingeborg bachmann: nella penombra

(Rothko)

rothko

 

Ancora mettiamo entrambi le mani nel fuoco:
tu per il vino del lungo fermento notturno,
io per la mattinale acqua sorgiva, che non conosce i torchi.
il mantice attende il maestro, in cui confidiamo.

Non appena l’ansia lo scalda, il soffiatore giunge.
Va via prima di giorno, arriva prima del tuo richiamo:
è antico, come la penombra sopra le nostre ciglia rade.

Di nuovo egli fonde il piombo nella caldaia di lagrime:
per una coppa a te – occorre solennizzare il tempo perduto –
a me per il coccio pieno di fumo – che sarà versato nel fuoco.
Mi scontro così con te, facendo tintinnare le ombre.

Scoperto è chi esita, adesso,
chi ha scordato la formula magica.
Tu non puoi e non vuoi conoscerla,
bevi sfiorando l’orlo, dove è fresco:
come un tempo, tu bevi e resti sobrio,
le ciglia ti crescono ancora, tu ancora ti lasci guardare!

Io con amore all’attimo protesa sono già, invece:
il coccio mi cade nel fuoco, piombo mi ridiventa
qual’era. E dietro al proiettile sto,
monocola, risoluta, defilata,
e incontro al mattino lo invio.


la serra

Christian Hetzel - Grey painting [1]

 

e ci siamo fermati in questa serra

dove la primavera e l’acqua viva

bussano senza entrare

fischia

l’argento nel mercurio

dio passa

i tuoi fianchi scavati nella sera


portami

 

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)


 

Portami
senza muovere l’acqua
dove finisce
e legami alle gocce della luce
che non mi sposti il vento
dove si sveglia il mondo
se un riflesso
come quando si scrive e lanci un foglio
mi rimbalza negli occhi
che mi gira la testa
e mi sento un bisogno di dormire

 
 


frontiera

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)


 
 

Notte silenzio plana sulla terra. E i ciclamini al fondo.
Da lontano la luna sorseggiava forme d’ali, frusci lungo le stelle e le mie foglie, come pensieri in basso. Cadere: un argomento inutile.
C’era ramo di salice sul lago e guizzi al cerchio come riflessi d’archi inanellati. Intorno: frecce di raggi sparsi.
Vento velato vento di parole. Fili di pioggia appena a scivolare fino a nuvole brade lungo le facce d’aria e lineamenti di un andare slegato, forma del mio sentire appena un giorno oltre il pozzo riflesso dove: fiato a volte.
Scendere le radici dagli steli e grumi rossi, mentre l’azzurro chiude la sua bocca spenta tra gli anemoni muti.
C’era flusso di prato fino a valle lungo i tuoi fianchi donna di collina. E nebbia: senza orizzonte.
Certe volte mi sorge nella mente come un pensiero d’acqua, fluido a scomparire. Fino a quando ritorna.
Nell’attesa, generazioni d’alba d’indistinto premono verso l’ora che non c’è questo vago di mondo. Come ricordi, che stanno senza andare.
E la frontiera.

 
(in Antologia Nuovi Fermenti Narrativa, 10, Fermenti editrice, 2015)
 


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