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io la conoscevo bene (nuova versione)

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Poi ti chiedi d’impatto

senza troppa attenzione

come succede quando una sorpresa

ti afferra alle spalle

e forse neppure ti aspettavi

che ti rispondessi
e francamente

non credevo
potesse capitare di pensarti.
Il fatto è che questa superficie
gira come la terra
e sembra conclusiva
mentre è soltanto involucro
o per lo meno ciò che sembra tale

se potessi definire l’apparenza

ma non sono sicuro.
Io la conoscevo bene
e con lei tanti altri.
Conoscevo i suoi occhi
la vocazione di scompaginare
il rimmel

la toilette

la confusione.

Conoscevo gli sbalzi

quando indossava i miei stivali

e i suoi che non potevo mettere

perché non mi entravano.
Conoscevo gli istanti d’abbandono

_ ma era davvero così _
o non eri tu che non corrispondevi
e inevitabilmente

ero costretto a farti scomparire

per rifarti di nuovo

e forse
non ti conoscevo affatto

ma mi fa piacere pensare il contrario

se non altro per rassicurarmi un po’.
E adesso siamo qui
– io, non saprei –
tu chissà dove
in una atmosfera di astensione
che vagamente mi somiglia a Dio
o a uno di quei tempi in cui si entra
senza averne coscienza
che è l’unica cosa che mi sembra di sapere

tanto per fare un’affermazione qualsiasi.

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nebbia

(Rothko)

(Rothko)

 
Tratto da “L’ultima notte di Mozart” in Tre notti, e-Book della collana Libri Liberi de LaRecherche.it
scaricabile al link : http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=175

 
*
 

Quindi mi oscuro. Come spesso la nebbia, che la sera travasa tra limoni e i campi degli aranci dove una volta il sole. O nei fondi di fragole: ristoro.
Non è facile farlo. Occorrono condizioni particolari, molto umido e caldo come frammenti di evaporazione. Che rappresento, quando mi spando intorno. Inutile cercare direzione: sfumo dovunque.
Piuttosto, orizzontarsi al suolo. Provate a camminarmi nella sera, quando il buio s’abbassa ed io l’addenso, tra goccioline che non puoi toccare, che se provi scompaio. Per ritornare subito: circondo. Un senso di oppressione: la mia specialità.
Faccio provare quello che provo io. Non crediate sia comodo: essere nebbia assale. E lo sforzo, la fatica, l’indistinto, l’impalpabile vaneggio asostanziale. D’estate un bagno turco; d’inverno raggelare.
Muoversi adagio nell’ovattato nulla: faccio sparire il mondo con i suoni. Induco anche, qualche volta pensieri. Se mi incontrate in mare, meglio arenarsi e lanciare segnali di soccorso. Difficile, però, trovarvi. Soltanto io conosco la posizione, ma la scordo: non posso trattenere. Se un bosco, legatevi a qualcosa: faccio smarrire.
Densa polpa sognante, a volte stimolo: generalmente sentimenti ambigui. Chiedere ai poeti, meglio se pessimisti.
Quando palude, sguazzo. Mi piace il remo lento dentro l’acqua: spande rotondità di confusione. E gli uccelli ovattato ottundimento. Luna a tratti: baratri tremolanti di tremore. E le ombre dei rami, inestimabile fraseggio senza voce. Solo talvolta: vento. Mi sparge la veste.
Chiudo: ogni tuo luogo accanto. Se sai guardare apro assurdità. E finestre di notte, quando da casa affacci il mio torpore e un senso lento ti compare dentro, come fosse una nenia, una madre diversa, una stesura sparsa sulla neve, dove non senti i passi.
Diffondo dimensioni non formali, come soltanto i sogni, dove a volte mi vedi e ti risvegli.
Spargo: poche luci soffuse, dove tutto è di sera e la passione stenta, incapace di trovare una figura.
Spengo: sofferenze di testa. Dentro di me si viaggia l’irreale. Annullo le stagioni della vita e tu diventi vago: una visione inedita.
Taccio: con la tua solitudine in te stesso e rendo assente quello che affatica. Se mi segui riposi.
Formo allucinazioni se assecondi. Da me non posso nulla: mi rattristo. Per questo scendo la valle e ti circondo e se sei in alto ti raggiungo in volo. Sono una fantasia se mi attraversi e rivoltiamo il mondo.
Raccoglimento, quando mi serro intorno ad una pieve.
Non portare una lampada: certe volte pudore.
 
 


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