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seconda teoria delle catastrofi

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Un corpo ti fa nascere in un corpo

e riproduce solo un altro corpo.

Corpo ti induce a amare e corpo svetta

nella parzialità dei tuoi pensieri,

nel corpo il tuo presente e corpo scegli

seducente di donna

mentre ti ho amato anima e il tuo corpo

l’ho visto scivolare nella sera

e senza corpo, oggi,

m’orizzonto di stelle e di mancanza

dove ti aspetto

nel tentativo di un amore ancora.


anima terza

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Anima terza in frastornata sera
le tue sorelle frugano giardini
e solstizi d’inverno
nella caducità delle stagioni
fendono
nuvole basse a terra e i miei diversi
anni di permanenza
sole
nel tempo del mattino
e il mondo tace.


viaggio

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Partiremo domani
carichi d’altro
e il tempo che ci segue da vicino
e ci precede
anima
lungo il crinale della tua salita
e il mio distante appoggio
agli usignoli
all’ombra
ai sotterfugi
in cui nascondo il mio dissimulare
questo tuo irrinunciabile
ed il costante flusso
che mi disegni e viaggio.


Favola di Natale

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Anima della sera sorreggimi
che scivolo nel sonno e non ricordo
l’anatomia del mare
la levità imbiancata dell’inverno
le folgori e la luna
che si diffonde in mille svolgimenti
che non so riconoscere.
Sorreggimi
e lascia ricadere il tuo mantello
che mi avvolga
e mi confermi d’essere tuo figlio
e la visione
spandimi
che mi manca la forza di gestire
l’anima personale
e la madonna del mio lume incerto
s’è incamminata verso casa mia
e ha lasciato ill suo luogo nella chiesa
vuoto di me
di lei
del nostro stare
in un patto accudito dall’incerto
e quando arriverà dovrò parlare
spiegarmi – capisci – dovrò dire
e ricondurla nel suo allineamento
con tutto ciò che sfugge.
Fuggirà
e mi sento già solo.


stanze

occhiali

espongo le mie stanze
al divisorio
dove si riconosce
e di traverso
sbircio
la mia passione
il mio costante inganno
la diffusione lunga
– breve l’aurora prima che scompaia –
l’anima
e l’incostanza della sua fusione
con gli attimi del corpo che cammina
dove l’eternità non ha riparo
e mi siedo vicino.


nelle sere di sera

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una di quelle sere in cui si cade
noi ci troviamo scritti da lontano
non è normale
riuscire a respirare
e una visione inutile
non parla più di noi
mettimi il volto
che non ti fa star male
io mi ripasso l’anima
per ricordarmi te.


A una signora

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(A.Modigliani)

 

Signora, le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di giorno in giorno gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno e il verde è nel ricordo, che nessuno ti guarda quando spargi le tue vesti distese: la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele, suoni, righe, fumi bassi che spandi, che l’incenso divora questa pelle e starnutisco. Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno, le braccia tese, l’arte sovrastante dei capelli rimossi dal mattino, che allaghi di torpore se li pongo a margine del viso e la tua schiuma ricade sopra i fianchi ed oltre l’alba, l’autunno, il tratto d’inespresso che ti scaglia dovunque: m’incammino.
Una foga di passi che non sanno: non è dato capire. Soltanto contemplarti se discosto l’algebra, la tensione, le finestre che affacciano apparenze; distanza, la risacca senza andare e mi cancella, mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre: non ti darò un mio nome.
Dovrei sostare attimi di nulla per coglierti vicino. C’era vento e parole ti rendevano diversa dal tuo viso, essenzialmente unico accecante, dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio. I lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a strusciare i ricordi dove passi; raccogliere, nella bocca delusa, scintille d’ombra che si fanno voce, che non ho altro e scrivo il tuo mantello che ricopre la terra e la mia sera. Il declino del tempo mi avvicina a un eterno perduto. Tu mi travasi da distanze enormi: amarti senza averti il mio destino.


notte a scalare all’infinito blu

Charles Henry Gifford (1839-1904) Battersea Bridge, London

(Charles Henry Gifford)

Notte a scalare all’infinito blu;
parliamo di sirene a vento e a prua
briciole al lucernaio
in alto
stelle.
Anima non innesca lenza e vita;
in pratica, non so se ci vedremo
dopo un lungo vascello.
Ah queste volte immaginali d’aria
mi sommergono il mondo
e i lamenti di terra
sgusciano a pelo d’acqua come i sogni:
dunque ne parleremo.
Intanto:
non si ferma la notte
e la rete
l’ala
tutto sembra lontano.


anima 7

catharina

 

anima a spire d’astro evanescente
come le mani d’una donna insonne
che non tramonta mai
che non risorge
come l’acqua che viola confini
e non conosce alcuna appartenenza
come un sonno d’assenza
che richiede comunque di restare


donne

Carl W. Holsoe Intérieur-avec-jeune-fille-en-train-de-lire-19081[1]

(Carl W. Holsoe)

donne

a lungo contenuto

cura

cui non so rinunciare

un infinito fragile

d’anima

handle with care but handle

se mi tenete ancora tra le braccia

che mi serve la vita.


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