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Arte e sistema – estratto

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(Vermer)

L’insanabilità di un conflitto attraverso la pagina di Arno Schmidt.

Cosa è espressione libera e creativa, “arte” e cosa mera ripetizione di un “passato non pensato”?

Quanto il così detto artista è  veramente libero di esprimere se stesso al di là dei condizionamenti di un sistema di riferimento socio-culturale inconscio?

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arte e sistema


Turner che affonda

J.M.W. Turner

“Tempête de Neige” exposé en 1842 de J.W. Turner
Snow Storm – Steam-Boat off a Harbour’s Mouth making Signals in Shallow Water, and going by the Lead

Una riflessione sulla solitudine della cosa sola dell’arte o che potremmo dire umanità

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turner che affonda

 

 


Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


Arte

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Arte è parola strana
amico mio
priva di casa.
Io non ne so le tracce;
a volte ne intuisco il malumore
e mi siedo vicino.


A proposito di…

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Se fossi una stagione definita da molteplici improbabilità. forse sarei, tra queste, una sensibilità intonata a poche consultate fantasie, diversità insolubili, sempre cercata ombra.

Una contraddizione, spesso a caso, ma con intonazioni ormai decise lungo intralci di anni, disgusti ed inattesi inanellati spazi di cromature estetiche e pensiero.

Se fossi, forse verrei da luoghi dell’infanzia, dove la decisione è un’apatia cui è meglio affidarsi per non incorrere in imposizioni mai spiegate, proibizioni ataviche, controlli inadeguati d’ogni specie, tanto che ti domandi se non sarebbe meglio spesso (sparire) per evitare, con la massima accuratezza, scambi invariabilmente disfacenti.

Ripiegata da anni la curva nelle tasche, tollererei genetliaci e memorie, affidandomi a noncuranza, mancamento, deviazioni come meglio conviene. Qualche volta c’è peso, ma si fa l’abitudine.

Quindi fallire, perché alle spalle c’è una confusione con la pessima abitudine di assumere una forma troppo riconoscibile che il pensiero scavalla, ma dentro fa un effetto di passione. Penetra, insinua, opera irrimediabili riconoscimenti che ti fanno sentire un imponente bisogno di catarsi. Di qui: conseguenze.

Dunque, una stagione di rimedi: musica, poesia, letteratura, molte forme dell’arte, architetture eteree o trapassate, quadri possibilmente atonici informali, dove il mondo si può solo indovinare, a seconda dell’inclinazione del momento o reciproca, mai condivisa, disponibilità.

Apparenze; e in questo senso la musica conduce dove non c’è nessuno, neppure il suono che non ha materia, dentro il regno del tempo a spazio vuoto: al massimo, ventose filature d’astrazione. Qui si assapora l’anima, che come tutti sanno non ha forma, se non dell’armonia.

Se fossi, mi sperderei nel mare come pioggia in un alterno forse diseguale.

Penetrare anche: la terra partoriente. Maturare nel sole tra ronzare d’insetto: succhi di vita altrove.

Più tardi, evaporare nuvola: vagare.

Quindi appartarsi. Confondersi nel vago della sera immaginale, dove tracciare figure di conforto a una mancanza estrema che mi segue. Una compagna tenue, senza probabilità.

Consolarsi, allora, di un gran vuoto dove non entra il mondo, l’ordine del disordine, la guerra. La frenesia, la stasi, la sintassi, le regole imprecise dell’avere, sempre scandita ansia senza forma se non di cose, in una dannazione d’esistenza, paradiso sostanza artificiale, mentre l’amore: un individuo escluso.

Soltanto tu, che non sei più vicina, assumeresti il nome di un dipinto, dove ritrarre me e la tua tristezza o le gocce di pioggia, l’alba assente, la notte grande gemma di frontiera.

A volte, un passaggio segreto. Dove si chiude il mondo.


Le poche cose che (non) so di me

Spremere la spremibile spremuta: d’aglio (la mia pressione alta). Intanto, cazzerellare intorno.

Verso città, dopo ripetuti tentativi di afferrare la porta delle stelle: dita a contagio. Inutile.

Ad esempio l’amore. (Sempre esemplificando) potremmo rovistare un “infinito alla portata dei cani” (Céline, Viaggio al termine della notte), ma ai più sembrerebbe disdicevole. O una poesia: la lasci lì, giusto il tempo dell’esecuzione, poi torni per ringraziare.

Cinguettare, anche (come spesso succede) ricorrendo a linguaggi non verbali, sempre affidati al caso e al primo incosciente di turno.

O ancora, radere le tonsille a un neonato (per vedere se gli cambia la pelle) e magari il linguaggio. O rasare tutti i maschi al di sotto dei vent’anni (se necessario, anche oltre) Generalmente lo è.

Oppure sostenere che “Jesus loves you more then you will know” (Simon e Garfunkel, Mrs: Robinson), ma cosa vuoi che conti se non ce ne accorgiamo?

O tacere, di fronte a un invisibile non nato.

Per esempio d’esempio: al Museo. Arte come cospetto d’infinito (di nuovo! sarà una fissazione?) Fatto sta, che girando e rigirando, t’imbatti in uno che se ne intende, un critico di quelli fini (con tanto di biglietto da visita) ed intavoli conversazioni accanite sullo stato del non si sa cosa o giù di lì.

“In effetti, è una vera e propria iattura che i nostri scultori e pittori (speculando con raffinato calcolo sulle basse voglie del pubblico) si limitino ormai esclusivamente a raffazzonare e impiastrare alla meno peggio donne nude. Dopo di che conferiscono ai loro prodotti titoli come “Meriggio” (se è riuscita particolarmente adiposa e sonnolenta) o “Malinconia”, oppure ti fanno una “Donna in ginocchio” o una “Donna che medita” quasi che tali attività non si potessero ormai più svolgere se non in uno stato di perfetta nudità” (Arno Schmidt, Alessandro o della verità).

Comunque, non capisco perché. C’è qualcosa di male? Ah, le donne, le donne… (si diceva, tanto per dire).

Usciti di lì, trascorrere: tempo e bottiglie. Quindi forato le ruote delle auto. E subito il LungoSenna ci sembrò più appartato.

Alle cere. Avete notato come certi manichini sembrino più reali del reale? Ah il circoscritto semplifica sempre!

Per l’intanto, qualche madame di turno ricordava epoche passate, quando i manichini li trovati per strada (non diverso oggi). Sempre una questione artistica: dipende da chi modella le cere. Ad esempio, uno si costoro affermava: “Io potrei magari fabbricare figure che abbiano cuore, coscienza, passioni, sentimenti, moralità. Ma nessuno al mondo ne vuol sapere. Quello che vogliono, a questo mondo, sono soltanto le curiosità, i mostri. Ecco quello che vogliono, i mostri” (J. Roth, La milleduesima notte).

Poi si finisce sempre sul personale: domande, domandine, richieste. Curiosità, appunto.

…. Bé non qui, per favore (svicolare deciso). Non qui.

 

 


per un volo di terra (A Ingeborg Bachmann)

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tu mi rivolgi sempre stratosfere
per un volo di terra
ed io che non ho lingua tra le mani
seguo
questa tua stravagante sconvenienza
di un mondo senza mondo
e riferire
luci di un sogno pallido:
sparire.


dalla vita di un fauno

tratto dall’omonimo libro di Arno Schmidt

 

dalla vita di un fauno

 


la galleria

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Ah fanciulla

la tua galleria d’arte

non somiglia al destino

un ipotetico apatico a priori

che smentisci

ogni volta che muovi le tue mani

le mie foglie

la vita

come un’indecisione che contempli

e talvolta stupisci


Il lavoro dell’Ombra

 

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(Franz Kline, Elizabeth)

Dall’esilio cui la civiltà in cui viviamo ha relegato tutto ciò che la coscienza dell’Io non afferra immediatamente, semplicemente negando ciò che potrebbe turbarla o anche solo metterne in discussione le certezze, l’Ombra cela proposte di diversità. Con il termine Ombra, C.G. Jung si riferisce ad aspetti di personalità che l’uomo ignora e consegna all’oblio apparente dell’inconscio in quanto sgraditi. Il soggetto che ne risulta è per lo meno mutilato, se non altro rispetto alla conoscenza di sé e delle proprie possibilità di linguaggio, condannandosi a un silenzio espressivo e a un’impotenza conoscitiva senza remissione. Non di tratta di fenomeno raro; Jung scrive che l’uomo senz’Ombra è “il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé” (C.G. Jung, 1947-1954, p. 225).
L’Ombra è dimensione diversa dell’esistere; la sua voce ha suono che scompone, i suoi occhi hanno visioni d’altro e i panorami in cui spazia non sono immediatamente riconoscibili nel mondo appiattito dalla luce accecante dell’unilateralità della coscienza in cui la civiltà occidentale si è avvolta: l’Ombra ha spessore profondo. L’occhio abitudinario del soggetto moderno che rifiuta il disagio dell’esistere è scosso da vertigine e il linguaggio della società ridotta ai termini minimi dalla quotidiana negazione dell’Ombra ne risulta sconvolto. Il linguaggio dell’Ombra è simbolo, nel senso che si fonda in un “non ancora” ignoto da cui trae messaggi d’inquietudine, necessità d’espressione diversa, rifiuto di ogni segno letterale, sfondamento della visione abituata a segni scontati così cari alla coscienza odierna. Non si intenda per simbolo – come oggi potrebbe avvenire – una semplice abbreviazione del tipo di qualche segnetto proprio del linguaggio telefonico o del web che dicono ancora meno di quello che impropriamente tentano di dire. Il simbolo è creazione di lingua, espressione nuova, forza costante d’urto, anelito e desiderio non di “cose”: d’essere. Il luogo della sua massima espressione è l’arte.

Noi siamo culturalmente nell’orizzonte strutturale della razionalità. Se questo è vero, dovremmo interrogarci su quale sia il nostro lato in ombra. Che cosa stiamo negando di noi o espellendo dalla nostra identità culturale? Con quale sembianza potrà ricomparire davanti a noi Mefistofele? Jung risponde: nella sembianza dell’uomo senz’Ombra. Il nostro “demone” potrebbe essere quest’uomo appiattito e senza figura che corrisponde al massimo dell’inflazione dell’Io. (Rovatti, 1992, p. 55).

Il nostro demone è allora l’Ombra negata. Nella sua ricerca d’”Altro”, l’artista frequenta condizioni estreme, dove l’Ombra spazia e si presenta con aspetti non frequenti e perturbanti, tipici del mondo immaginario dell’inconscio. La visione che ne risulta è frammento e spazio, limite del consueto e sfondamento del già dato, provocazione di una realtà inesistente che, tuttavia, all’esistente si rivolge per stravolgerlo e rifondarlo, immettendo in esso ciò che in esso è mancante in quanto imprevisto, inatteso, inusuale, inaccettabilmente inaudito.
L’artista non approda mai a un significato definito: il suo linguaggio è proposta che lascia libero l’osservatore di completarne il senso con i suggerimenti tratti dalla propria Ombra, di accettare o rifiutare, in ogni caso immaginare ancora. Non si tratta di un limite: le immagini sono sempre aperte e in esse è possibile vedere quello che si vuole, magari anche quello che non c’è (all’autore non dispiacerebbe) o ancora di usarle per pura stimolazione priva di senso apparente, dando così risalto al senso del non senso. Come scrive Franco Rella, “dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti.“ (Rella, 1978, pp. 10-12).
Per usare una metafora letteraria ispirata al Castello di Kafka, per l’artista in quel castello non si deve entrare: non è quello che conta. Non ha importanza svelarne il contenuto, accedere alla verità che vi è celata, se mai ne contenga una come la ragione pretenderebbe. Occorre cercarla, girarci intorno, percorrere il cammino che la adombra e, adombrando, cercare qualcosa di diverso. La risposta è il percorso, non il riempimento che non svela; solo così la mancanza non è saturata da risposte piene e arbitrarie e l’essere continua ad anelare di esistere.
La forza del simbolo trascina nelle immagini, stravolge la scena del reale immettendo in esso figurazioni inconsce che quella realtà velata di pretesa invadono e definiscono col linguaggio dell’”Altro”, rendendola sfuggente ed allusiva. Una forza capace di stimolare lo spettatore anche a sua insaputa e contro la sua volontà, proponendosi persino come provocatoriamente orribile, perché l’Io non è aduso all’inconscio e così definiscce l’impensato/impensabile delle figurazioni che propone. Un’Ombra allucinata e allucinante irrompe allora nel reale reinventadolo diverso, affiancando ad esso la visione normalmente invisibile di figure che ammiccano la loro presenza a volte discreta, altre dirompente, per ricordare all’artista e al fruitore che esse possono esistere e che il mondo che l’uno propone e l’altro osserva è qualcosa di più ampio di quel che appare, qualcosa di normalmente ignorato che, se decifrato, rende presenza all’essere mancante e al suo linguaggio muto che deve essere detto se si desidera uscire dalla riproposizione di un passato defunto, sempre inattualmente attuale, e tentare di disegnare la diversità del mondo in un’espressione nuova.


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