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sonno

Parlami

del brulichio velato

quando qualcosa cresce

forse dimmi

qualche volta l’amore

per non assottigliare queste pieghe

nella camicia bianca in cui nascondo

tutti i tempi che sono

parla

della tua voglia ancora

e le menzogne

ore

mentre la luna insegue

e la casa si accosta

come a volte la vita

e la tua voce

con aspetto di sonno.


foglie

Io ne ho raccolte molte

ma non basta

perché cadono ancora

come macerazione

evanescenza

e nel sacchetto resta poco o niente

ma riempie.

Ho provato a distendermi tra loro

chiedere spiegazioni

ma il vento mi accartoccia

e il rotolio confonde

spazza

fino a lontano.

Se avessi una tua cosa

un filo con la voce

una conchiglia

un sospiro in abito da sera

forse potrei ancorarmi.

Altrimenti domani scendi in strada

e pensami

raccogliendo qualcosa.


aria 2

 

e ti darò la madre

dalle pieghe del fondo

il seno

la sua voce

il corpo grande

le braccia intorno al tuo

la convergenza

nel mormorio del vento alla finestra

dormi

nella casa silenzio

appena reclinata

sul versante del mondo

che scivola lontano

l’acqua

le stelle

il sonno

la mia mano.


bach: matteo – erbarme


passione secondo matteo


canto delle sirene: la ricerca

 

intanto s’aggiornava

l’ultimo incontro breve

nella distonica diversa congiunzione

di capricorno e sogno

addominale

il mio canto slanciato

riempito di barlumi di coscienza

battesimale all’anima

servire

questa notte di luna

e tu

disgiunta voce

assiepata all’istante e alla lanterna

come una sfocatura t’allontani

o sono gli occhi

di me di te o forse di nessuno

a spargersi in un nuovo smarrimento

senza città

la nave

senza riva

questo tuo mare immenso

senza foce

il mio fluire verso un incantesimo

chiuso nella bisaccia di partire

e la meta

come un avviso

se almeno risuonase una campana

notte:

cercare ancora.


cembali al chiar di luna

 

Dodecafonico salmastro sorseggiare

le tue spirali sparse nella sera

cardare

i miei tappeti e spigoli d’oriente

lussuosamente apatici

scordare

oh quando albeggia gli occhi hanno la notte

agli angoli

filtrare

tra racconti di sesso e vecchie radio

guizzi bradi d’ardesia

jazz di città in chiave di silenzio

cembali al chiar di luna

allo stagno del mondo

dove tu chiudi la giornata ed io

sfoglio vecchi giornali

sotto riflessi acquatici di stelle.


se fossi

 

se fossi l’Essere
corteggerei la luna per lenire
il suo atonico abulico colore
e cingerei
le orecchie con le spille
per ascoltarmi piangere
e al cambio di stagioni asciugherei
tutto il mare che verso
per riempire gli spazi
di un tempo indifferente
senza alcuna ragione plausibile.
Poi cercherei una madre
di quelle che non sono alla portata
per vestirmi d’amore
e spine appena nate per sentire
questa mia disperaata inesistenza
dove non sono e sfumo
tra meandri di stelle


Salutami Pitea

                                                                A Gadir, ovvero conosci te stesso di Arno Schmidt

 

Salutami Pitea1 e il vagare che abbiamo condiviso.

Notte d’argento e acqua alle caviglie. guardarsi intorno. Quindi un sorriso: ci vedremo altrove, se l’acqua ci darà spazio d’ascolto e il mare asilo.

Luogo di viaggi e sogni: sulle tracce, per ritrovare un verso che mancava.

Perché tornare se l’ombra in fondo accoglie? Tu calcolavi gotica la faccia e goccia dopo goccia, per smentire Eratostene, perché se l’Ecumene ha fine certa, non l’infinito della nostra fuga. E le stelle, le donne, l’avvisaglia di una voce che segue e ci ricorda questa mortalità: perché tornare?

E travasavi l’acqua per scalare: coste lontane. Io raccoglievo la tua delusione ed i fantasmi di città sommerse: altre divagazioni.

Quindi seguivi le orme di Memoria, dea divisa dal mondo. Lei sorrideva pallida, nell’Artico lontano, dove la neve ti conserva il viso. Il nome è un’altra storia.

Quindi il deserto, immenso divenire, tu tracciavi le rotte delle stelle tra canali di dune e sabbia agli occhi. Vento: una cancellazione inevitabile.

Io ti guardavo con costernazione; tu scrollavi le spalle. Non esiste una traccia – mi dicevi; e la mia: solo dissipazione.

Perché lo fai? – chiedevo.

Per l’Infinito Altro: a rammentare.

E la sera le favole, i poemi, l’alterità disgiunta dalla vita: inseguire.

1Matematico, filosofo, esploratore e cartografo Greco vissuto nel IV secolo a.C.


distanze

E ce ne andiamo verso
o viene incontro?
Se neppure si muove…
allora io?
Questa distanza enorme mi confonde.
Evidentemente
è questione di età.

Come posso raggiungerti se sfuggi e mi appari distante da vicino
come se fosse un infinito breve.
Ah santo cielo, questa notte mi inganna. E la scomparsa.

L’altra sera la luna s’aggiustava una coperta improponibile
fatta d’aria, comete ed altri salti. Mentre le stelle: ovunque.
Afferrare distanze.

Lenta la coltre verso questa terra
ed io disteso
aspettavo una mano
una parola lunga
come il tempo che insiste
una deviazione verso un raggio
e il suono a rimestare
il mio universo dentro
dove questa campana sveglia i morti
e porta chi sarà verso la sosta
nel mo tempo insicuro
dove
certe volte mi seguo.


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