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I. Brodskij: uno sguardo da fuori

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Quando, solo su un deserto altopiano, stai
sotto l’immensa cupola dell’Asia nel cui azzurro
di rado un angelo o un pilota diluiscono l’appretto;

quando sussulti al pensiero della tua pochezza,
ricorda: lo spazio, al quale, sembra, niente è necessario,
ha un bisogno estremo, tuttavia,
e di uno sguardo da fuori, di un criterio del vuoto.
E solo tu puoi servire a questo scopo.


il resto della nostra vita

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Senza dire che in quei giorni il resto della nostra vita era tutto quello che avevamo.


I. Brodskij: Lettera a Orazio

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Infatti, che cos’è per un’anima la vita eterna a paragone di una seconda corporeità? Che cos’è per essa il Paradiso dopo la promessa pitagorica di un altro corpo? Solo disoccupazione, nient’altro.

(…)

Ma francamente qui c’è qualcosa di imperdonabile. E’ una caduta dell’immaginazione, e sono state cadute come questa ad aprire la strada al trionfo del monoteismo. L’uno, credo, è sempre più comprensibile dei molti, e dopo quella gigantesca infornata di dei ed eroi messa insieme tra la Grecia e Roma, era pressoché inevitabile che si facesse sentire questo desiderio di un qualche cosa che fosse più afferrabile, più coerente. In altre parole, mio caro Flacco, il tuo amico (Virgilio), nonostante tutti i suoi gesti maestosi, cercava semplicemente una sicurezza metafisica. E queste, temo, è una contraddizione in termini; la principale attrattiva del politeismo sta forse nel fatto che questa sicurezza non è affar suo. Ma immagino che il sito stesse diventando troppo popoloso per concedersi insicurezze di qualsiasi genere. Ecco perché il tuo amico scarica tutta la faccenda, la metafisica e il resto, sul suo adorato Cesare, in prima linea. Le guerre civili, direi, fanno miracoli per l’orientamento spirituale del cittadino.

(in “Dolore e ragione”, Adelphi, Milano, 1998)


A Suzanne Martin – I. Brodskij

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Le cose si induriscono per restare ferme nella memoria

ma è più facile sparire, non già affiorare,

in una prospettiva

che, lasciandosi alle spalle la città, attraversa gli anni

in cerca del tempo puro, senza felicità né terracotta.

Mia cara, è immaginabile la vita senza noi – per questo

esistono i paesaggi, i bar, i colli, i cumuli di nubi

nel cielo terso sopra quel campo di battaglia

dove, celebrando la prestanza, ghiacciano le statue.

 

Tratto da “A Suzanne Martin”, in E così via, I. Brodskij, Adelphi.


In memoria di I. Brodskij

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Metti in serbo per le stagioni fredde
queste parole, per le stagioni dell’ansia!
Come il pesce sulla sabbia, l’uomo sopravvive:
se si strascina agli arbusti e s’alza
su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,
nelle viscere stesse della terra.

Esistono leoni alati, sfingi col seno
di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:
a colui che sostiene sulle sue spalle il peso
di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,
sono più cari degli zeri concentrici nati
da parole gettate.

Josif Brodskij

(A New York , il 28 gennaio 1996, ci lasciava Iosif Brodskij. Altissimo, tra gli altissimi, riposa nell’isola di San Michele, Venezia)

 

Da un post di Adriana Gloria Marigo


Brodskij: da “Una canzone”

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Vorrei che tu fossi qui, cara mia,

in questa parte di terra

mentre seduto in veranda

sorseggio una birra.

E’ sera, il sole cala;

i ragazzi urlano, stridono i gabbiani.

Che senso ha dimenticare,

se poi alla fine si muore?

(I. Brodskij, da “Una canzone”, in E così via, Adelphi, 2017)


I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo

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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo
(Giovanni Baldaccini)

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

 


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